CRONACHE DALLA SARDEGNA

Intervista a Floris, leader dell'Mps
di Giorgio Pisano

Bisogna arrangiarsi: da quando hanno occupato la saletta della Commissione Bilancio nel brutto palazzo del consiglio regionale a Cagliari, i soccorsi arrivano dalla finestra. Fuori dalla porta c'è un muro di poliziotti.

In strada aspettano i blindati dei reparti-celere. La tensione ha il respiro corto. Dopo gli scontri di martedì con le forze dell'ordine, basta niente a scatenare il finimondo.

La notte dopo la battaglia con lacrimogeni, bottiglie e sassi grandi come meloni, Felice Floris - leader del Movimento pastori sardi (Mps) - ha dormito su un armadio, utilizzato cinque cartelle da scrivania come cuscino e aspettato l'alba. «Da qui non ce ne andiamo». Con lui ci sono dieci compagni. Due le donne: una, Francesca, ha abbandonato il campo per ragioni familiari. L'altra, Maria, resta in trincea. Ogni tanto, si affaccia qualche consigliere regionale (gli unici autorizzati ad entrare nella sala occupata), porta toast, caffè e solidarietà. I rapporti tra assedianti (in divisa) e assediati sono buoni, quasi cortesi.

Floris ha cinquantasei anni, due figli e la licenza elementare. Padre pastore, nove fratelli, s'è spostato come molti barbaricini dal paese dov'è nato (Desulo) per raggiungere la più ospitale campagna del Campidano. A Siliqua gestisce con la famiglia un gregge di seicento capi. Governa anche un'associazione di produttori (cinquecento iscritti) e tratta personalmente con gli industriali. Chi non lo ama vorrebbe sapere a quanto vende il suo latte («0,65 centesimi a litro, come tutti»), quali rapporti abbia con gli imprenditori caseari del nord Sardegna («ottimi, ci tratto affari»), che rotta politica segua («nessuna: la politica per me è un'esperienza chiusa»).

Scortato da migliaia di compagni di lavoro, Floris ha bloccato in queste settimane porti, strade, aeroporti. E poi Cagliari: città paralizzata, ingorghi, urla, spintoni e, per chiudere, gli scontri. C'è chi lo appenderebbe volentieri a un lampione per aver osato rompere l'ordine pacioso della quotidianità, chi ha mostrato comprensione e sostegno, chi invoca il trasloco del partito della protesta «altrimenti finisce male».

Il presidente del Consiglio regionale, Claudia Lombardo, ha vietato che questa intervista avvenisse faccia a faccia nella sala occupata. Eppure non aveva niente in contrario il questore che, mostrando attenzione e sensibilità, ha autorizzato un varco per consentire l'incontro con Floris. Che sarebbe puntualmente avvenuto se due solerti funzionari della presidenza del Consiglio non avessero giocato in contropiede organizzando un garbatissimo posto di blocco: ci spiace, su non si può salire; certo, il diritto di cronaca, la libertà d'informazione e tutto quello che vi pare ma le regole sono regole. E il presidente, per quanto rammaricato e contrito e affranto e via dicendo, non permette. I giornalisti devono accontentarsi del telefono o tutt'al più, se Floris s'affaccia, si potrebbe provare in viva voce, urlare la domanda dal marciapiede e aspettare la risposta in calata rapida dal secondo piano.

Felice Floris è stato candidato alle Politiche del '93 col Pri. Nel Duemila ci ha riprovato, stavolta alle Regionali, con la lista Sa mesa de sos sardos liberos . All'ultimo appuntamento elettorale, quello che ha portato alla vittoria di Ugo Cappellacci, gli è stata proposta la candidatura sia dal centrodestra che dal centrosinistra.

E lei?

«Io niente, la politica militante non m'interessa».

Quanto vale una pecora, quante ce ne vogliono per sopravvivere?

«Oggi una pecora vale al massimo cento euro, cioè nulla. Con meno di trecento una famiglia non campa».

Quando iniziano le trattative per la vendita del latte?

«Tra poco ma i pastori non hanno scampo. Gli industriali fanno cartello e impongono il prezzo che vogliono. E noi non abbiamo scelta: o vendiamo a 0,65 centesimi a litro oppure possiamo tenercelo, il latte».

Vie d'uscita?

«Chiediamo l'apertura di almeno cinque centri di refrigerazione gestiti direttamente dai pastori. Ci permetterebbero di conservare il prodotto, reperire possibili acquirenti fuori dall'isola e rompere il monopolio degli industriali».

Avete detto: siamo stati traditi. Chi ha tradito?

«Il sistema agropastorale è obsoleto, ormai fuori dalla storia. Il mercato è pesamentemente condizionato, le cooperative funzionano male, il sistema politico è inerte e non reagisce, quello burocratico ci soffoca di carte».

Ci vorrebbe una Pomigliano della pastorizia?

«Più o meno. Io non chiedo una rivoluzione contrattuale come quella che ha proposto l'amministratore delegato della Fiat agli operai. Però abbiamo necessità che la politica si svegli, che la Giunta regionale, il Governo e l'Europa si accorgano di noi».

In che modo?

«Tanto per cominciare acquisendo le immense giacenze di formaggio invenduto. Lo hanno fatto per il grana padano e il parmigiano reggiano: perché il nostro pecorino no? La pastorizia è fondamentale per la Sardegna sia dal punto di vista ambientale che da quello economico. Siamo la prima industria, per dirla chiara».

Le aziende agropastorali regolarmente censite sono circa diciottomila. Gestiscono due milioni e seicentomila pecore, producono (dati del 2009) trecento milioni di litri di latte. A cui se ne aggiungono altri duecento milioni prodotti dalle vacche. Secondo la Regione, il 95 per cento del latte ovino diventa pecorino romano. L'Mps abbassa questa percentuale al 60 per cento.

Di chi è la responsabilità di tutto questo?

«Il mercato americano, che era il principale cliente, non gradisce più il nostro formaggio e ha fatto crollare il prezzo. D'altra parte, da un secolo a questa parte tutto è rimasto identico: nel frattempo però sono cambiati gusti e mercato. Oggi il nostro pecorino non è più considerato da tavola e viene utilizzato per il grattugiato industriale».

Tutto l'invenduto, secondo voi, lo deve assorbire lo Stato.

«Fatemi capire. La Fiat va in crisi e inventano gli incentivi per la rottamazione, l'edilizia si ferma e viene escogitato il piano casa, l'industria degli elettrodomestici precipita e si creano i super-sconti per computer e lavatrici. I pastori sardi non sono figli della stessa mamma e dello stesso babbo? In qualche caso hanno fatto pure di peggio».

Cioè?

«Il predecessore del ministro Galan ha trovato un miliardo e 600 mila euro per pagare le multe sulle quote-latte inflitte agli allevatori padani: grande cortesia clientelar-elettorale. Meglio, dunque, che oggi stia zitto».

Siete una categoria protetta.

«In che senso?»

Contributi per la siccità, contributi perché piove troppo, contributi per la lingua blu...

«Mi spiega perché quando si dà una mano ai pastori e agli agricoltori si chiama assistenzialismo, quando invece si tratta dell'industria si chiama aiuto alla produzione?»

Poi ci sono i nuovi schiavi.

«Chi sarebbero i nuovi schiavi?»

Gli immigrati sfruttati dai pastori che li fanno lavorare in nero.

«Ce ne sono. In molte aziende. Ma non sono affatto nuovi schiavi».

Li pagate con un'elemosina.

«In qualche caso è possibile, la stragrande maggioranza è assunta regolarmente».

Dev'essere per questo che nessuno vuol far più il servo pastore.

«Noi diciamo aiuto pastore, il servo pastore è retaggio d'altri tempi. La crisi non dà la possibilità d'essere generosi e i giovani preferiscono cercare ammortizzatori sociali diversi».

Rinunciando a un salario di?

«Ottocento-mille euro al mese, più vitto alloggio. Quelli che lei chiama nuovi schiavi fanno la stessa vita del pastore, diventano parte della sua famiglia. I nuovi schiavi stanno altrove».

Dove?

«Nelle città come Cagliari. Cos'altro sono quei poveracci costretti a dormire ammassati uno sull'altro, pagare affitti spaventosi per un posto letto e vivere di fazzolettini venduti ai semafori?»

Cosa vi divide dall'altra grande organizzazione di categoria, la Coldiretti?

«Tutto. La Coldiretti, che storicamente è stata una fabbrica di onorevoli, fa patronato e si mantiene sui contributi che lo Stato versa per ogni pratica che manda avanti. Questa è la Coldiretti».

Cosa vi divide dall'assessore all'agricoltura Andrea Prato?

«Ha una visione della pastorizia che non tiene conto della realtà. Si perde nei dettagli, per lui il pastore moderno è quello che ha anche l'agriturismo, il maneggio o il campo da golf».

Pastore-imprenditore, insomma?

«Scemenze allo stato puro. Prato sostiene che la nostra pastorizia deve morire. Vorrebbe fare di noi piccoli imprenditori turistici. Follia: noi vogliamo allevare pecore e produrre latte».

È lontano il tempo del grande applauso rivolto a Cappellacci.

«Oggi i rapporti sono gelidi. Prima della manifestazione di martedì scorso a Cagliari abbiamo chiesto di essere sentiti: non ci ha neppure risposto».

Cosa rivendicate?

«All'estero hanno avuto lo stesso problema delle eccedenze e l'hanno risolto. Vorremmo succedesse anche da noi, vorremmo che il nostro pecorino andasse sulle mense del Terzo Mondo. Finché resterà nei magazzini la contrattazione sul prezzo del latte sarà inevitabilmente condizionata».

Poi?

«Chiediamo i de minimis, aiuti di Stato che, sempre all'estero e con un'emergenza identica alla nostra, hanno risolto. Quant'è? Quindicimila euro ad azienda per tre anni».

Il Movimento pastori sardi è nato nel 1990. Ha fatto irruzione sul palcoscenico della cronaca con una durissima manifestazione davanti agli uffici della Regione, in viale Trento. Furono lanciate pecore morte contro gli ingressi, inevitabile lo scontro con le forze dell'ordine. Felice Floris rimediò nell'occasione un braccio rotto. «Non mi vergogno a dire che abbiamo esagerato. La disperazione gioca brutti scherzi». Dopo quella protesta il Movimento dei pastori andato praticamente in coma farmacologico: s'è addormentato, neanche un sussulto per anni e anni. Floris l'ha risvegliato con un tour massacrante: 42 assemblee coi pastori di tutta la Sardegna, chilometri e chilometri giusto per sondare la voglia di tornare in piazza. «Che c'era e c'è». Hanno marciato su Porto Rotondo, aeroporto di Olbia, strade, porti. Spesso c'è stata molta tensione, mai un incidente.

A Cagliari cos'è accaduto?

«Difficile trovare responsabilità. Certe situazioni vanno evitate in anticipo. È da centoventi giorni che andiamo in lungo e in largo a protestare. Ìnevitabile che prima o poi scoppiasse una scintilla».

Il questore parla di lancio di sassi, bottiglie e altro.

«Non lo so. quando sono scoppiati gli incidenti ero già nella sala della Commissione Bilancio. Dalla finestra ho visto agenti pestare manifestanti, lanciare lacrimogeni...».

E manifestanti pestare poliziotti, non ne ha visto?

«Ci sarà stato un lancio di pietre, non lo nego. Quando una situazione precipita comincia il peggio. Ma non ha senso tracciare una linea netta sulle responsabilità: i buoni non stanno tutti da una parte e i cattivi dall'altra».

Infiltrati.

«Due li abbiamo individuati e allontanati. Ce ne saranno stati altri: se il questore dice così avrà i suoi buoni motivi. Io so che volevamo e cercavamo una manifestazione pacifica. Il vero responsabile è la politica».

Perché la politica?

«Doveva impedirci di scendere in piazza, affrontare prima e bene i nostri problemi».

Ai cagliaritani prigionieri d'una città paralizzata non dice nulla?

«Chiediamo tolleranza, simpatia, solidarietà. Quando la città è stata bombardata dagli Alleati nel '43 ne abbiamo ospitato moltissimi nei nostri paesi. Abbiano pazienza e ricambino l'ospitalità».

Floris, ma lei è di destra o di sinistra?

«Tendenzialmente progressista, cultura sardista».

Si prepara a scendere in campo?

«Con la politica ho chiuso. Il Movimento è la ragione della mia vita, dei pastori e dei miei figli. Non cercherò di diventare onorevole, lo giuro».

pisano@unionesarda.it


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