CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

Mario Sechi: "La clava di Juncker"

Le parole del Presidente della Commissione Ue sono dure, ma rivelano una grande debolezza
jean claude juncker (archivio l unione sarda)
Jean-Claude Juncker (Archivio L'Unione Sarda)

La partita tra il governo italiano e la Commissione europea sull'esame dei conti pubblici è entrata nella fase degli Antenati, quella della frase "Wilma, dammi la clava". Jean-Claude Juncker ha affermato: «Se accettassimo tutto quello che il governo italiano ci propone, avremmo delle contro reazioni violente da parte altri Paesi della zona euro».

Le parole del Presidente della Commissione Ue sono dure, ma rivelano una grande debolezza, Juncker appare in una condizione che gli inglesi definirebbero "lose lose", quella in cui qualsiasi mossa conduce alla sconfitta. Usando un linguaggio truce infatti non solo alimenta ma conferma quanto alberga nell'immaginario dell'elettorato di Cinque Stelle e Lega: l'Europa è matrigna e alleata dell'establishment. E anche se la Commissione dovesse vincere questa battaglia contro Palazzo Chigi - ottenendo una revisione del rapporto deficit-pil, ora fissato al 2.4 per cento per il 2019 - il problema resterebbe perché i partiti della maggioranza avrebbero una formidabile arma retorica da usare nella campagna elettorale per il voto europeo di maggio 2019. Se invece Juncker e i commissari dovessero cedere e dare il via libera al governo italiano, la Commissione si troverebbe di fronte all'ira (quella evocata da Juncker) dei paesi del Nord Europa, da sempre sostenitori del rigore contabile. Si tratta di una situazione paradossale che testimonia la difficoltà della Commissione e il cattivo funzionamento degli ingranaggi della governance europea.

Che cosa è tutto questo? È il titanico scontro politico per la supremazia nel futuro Parlamento di Strasburgo, ma questa in realtà è solo la schiuma dell’onda. Sotto il pelo dell’acqua c’è ben altro. Siamo di fronte a qualcosa di ben più grande che va letto su un piano politico, sociale e culturale. Sul piano interno, in Italia il 4 marzo scorso è emerso un fatto nuovo, una vera e propria "rivoluzione". L’origine di tutto, il Big Bang, è da ricercare nella Grande Crisi del 2008, un turning point, un punto di svolta della storia contemporanea. La globalizzazione, che fino a quel momento veniva considerata come una cosa buona in sé, ha cominciato a mostrare il suo volto nascosto, quelle che si definiscono conseguenze inattese. Quali? Sono emersi i disconnessi dalla globalizzazione. Solo in Italia ci sono 5 milioni di persone (1 milione e 778 mila famiglie) in stato di povertà assoluta e altri 9 milioni 368 mila individui (per un totale di 3 milioni 171 mila famiglie) sono in stato di povertà relativa. Là fuori c’è altro, l’individuo sente un senso di smarrimento e di spaesamento, reagisce al fenomeno dell’abbattimento delle barriere, della delocalizzazione del lavoro, della sua smaterializzazione a causa della tecnologia, della sua sostituzione con la macchina, con una reazione di segno contrario.

Il governo giallo-verde è solo l’effetto, non la causa di tutto questo. E la sua politica economica - reddito di cittadinanza, riforma della legge Fornero, chiusura dei contenziosi fiscali, flat tax, piano di investimenti per la crescita - corrisponde al mandato degli elettori e una riscoperta della teoria economica keynesiana. Tutto questo è in drammatica rotta di collisione con l’ordo-liberismo tedesco, l’architettura dell’Europa, il mostruoso surplus commerciale della Germania, l’architettura barocca dell’Unione europea. Improvvisamente, come nelle pagine di una celebre inchiesta di Jack London nelle zone più povere di Londra, emerge un nuovo "popolo degli abissi". È un fenomeno che parte da lontano e ha prodotto la Brexit, l’elezione di Trump, l’ascesa di Alternative fur Deutschland in Germania, il nazionalismo di Polonia e Ungheria e del gruppo di Visegrad nell’Europa orientale, il governo tra Cinque Stelle e Lega in Italia. La battaglia in corso a Bruxelles è qualcosa di ben più grande di un semplice duello contabile: si chiama storia.

Mario Sechi

Giornalista, direttore di "List"

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