CRONACA

"Don Pusceddu istiga a delinquere": a Decimoputzu e Bologna querele al prete anti gay

Dire che i gay meritano di morire, farlo addirittura da un pulpito, davanti a persone che credono nella propria guida spirituale e, per giunta, con scritture religiose alla mano, non può restare impunito: «Si tratta di istigazione a delinquere». Cathy La Torre, avvocata di Gay lex, vice presidente del Movimento identità transessuale, da Bologna è volata sino a Decimoputzu per replicare a don Massimiliano Pusceddu che non è vero che nel suo paesino non ci sono lesbiche: «Io sono qua». Ma prima di tutto, prima di mettere piede sul sagrato, Cathy ha fatto tappa in caserma e presentato un esposto-querela contro il prete nell'occhio del ciclone per le sue predice sulle «passioni infami».

CRIMINE D'ODIO «La giurisprudenza - sottolinea l'avvocata nell'esposto - ha più volte ravvisato la sussitenza del reato di istigazione a delinquere o di apologia di reato in occasione di Imam che avevano prediche o scritti inneggianti alla superiorità del Califfato o alla necessità che gli oppositori dell'Islam dovessero essere puniti». Quindi, perché per l'omelia «altamente pericolosa» di don Max, finita su tutti i giornali, dovrebbe valere una legge diversa? «L'affermazione che i gay meritano di morire pronunciata da un pulpito, può avere una finalità altamente istigatoria - recita la denuncia - e costituire un concreto pericolo per le persone gay, lesbiche e trans». Pertanto viene chiesto alla Procura di indagare e valutare se la predica di don Pusceddu possa portare all'apertura di un'inchiesta. Che sarebbe la seconda a suo carico: il sacerdote martedì scorso è stato rinviato a giudizio per aver minacciato con una pistola e preso a schiaffoni il marito di una sua parrocchiana che temeva un tradimento.

GLI ATTIVISTI Ma davanti ai carabinieri ieri Cathy non era da sola: accanto a lei c'erano Silvia Falqui di Arc, Delia Fenu di Agedo (Associazione genitori di omosessuali) e Michele Pipia e Stefania. Tutti in prima linea quando si tratta di diritti negati. A chiunque. «Siamo in un conflitto quasi mondiale, in una situazione in cui una donna viene uccisa ogni due giorni, e se non viene uccisa viene picchiata - si indigna Silvia - e ancora sentiamo parole di violenza. Queste parole dovrebbero essere bandite». Il loro interlocutore però le ha dette in Chiesa (e lì è rimasto) e si è giustificato così: «Parlavo di morte spirituale». Peggio che mai, per Delia: «Una confessione religiosa dovrebbe avere come messaggio principale l'amore: come può un credente percepire un messaggio di questo tipo in cui si discrimina un'intera comunità?» E adesso si bussa in Procura. Per dire no all'odio. Senza differenze di genere.

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