CRONACA

Don Giuseppe Sotgiu e l’omicidio Macchi: il prete nega di aver fornito un alibi all’assassino

lidia macchi uccisa a 19 anni
Lidia Macchi, uccisa a 19 anni

Un prete di origine sarda, don Giuseppe Sotgiu, è nelle carte dell’inchiesta per l’omicidio della studentessa Lidia Macchi, avvenuto a Cittiglio (Varese) il 5 gennaio 1987, rimasto irrisolto per 29 anni.

Il 15 gennaio scorso è stato arrestato Stefano Binda, 48 anni di Brebbia, nel Varesotto, con l’accusa di essere l’autore del delitto.

La clamorosa svolta grazie a una telespettatrice, P.B., che, durante una trasmissione su Rete4 che rispolverava il caso mostrando una lettera spedita alla famiglia della vittima subito dopo l’omicidio, aveva notato che quella grafia le era famigliare. Aveva conservato delle cartoline e aveva potuto accertarsi che la sensazione era esatta.

Sentita dagli inquirenti, le indagini sono ripartite nella direzione di Stefano Binda, amico e compagno di liceo della giovane ammazzata, insieme appartenenti a Cl (Comunione e liberazione), e conosciuto da tutti come un tipo molto particolare, allora come oggi.

Una perizia calligrafica ha poi confermato che quella missiva era stata scritta proprio di suo pugno e l’indizio, insieme ad altri trovati sparsi nella sua abitazione durante una perquisizione, ha portato al suo arresto.

A quel punto si è tornati a 29 anni fa, si sono riprese in mano le carte ed è venuto fuori che all’epoca dei fatti, nella cerchia degli amici di Binda c’era anche un giovane universitario, Giuseppe Sotgiu, ventenne, che secondo gli inquirenti avrebbe aiutato quello che alcuni definivano il suo “amico del cuore” a fornire un alibi di ferro. Aveva dichiarato, dopo aver ricevuto un avviso di garanzia, che il ragazzo era in quei giorni in Val Chisone per una vacanza studio con Gs, Gioventù studentesca.

Peccato che quando gli inquirenti hanno fatto le verifiche, il registro dell’albergo dove il gruppo alloggiava non esistesse più e la camera dove Stefano Binda avrebbe alloggiato era stata “sepolta” da una ristrutturazione.

A Sotgiu, all’epoca laico, era stato prelevato anche il Dna ma era uscito pulito dall’inchiesta. E oggi (vive a Torino) è normale che non ricordi più i dettagli di quel "ritiro" e asserisca ancora con convinzione:"Conosco Stefano da quando avevo dieci anni: stanno inventando un mostro. La sua vita, forse, non è delle più lineari, ma questo non lo fa diventare un assassino".

Intanto Stefano è in carcere con una pesante accusa. E chissà se la famiglia della povera ragazza, 19 anni, studiosa, di sani principi e sempre pronta ad aiutare e "redimere" i tipi particolari come lui, avrà finalmente giustizia.

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