C i hanno dato o abbiamo dato, ancora non si è capito bene, pochi giorni per trovare una soluzione che salvi un'Europa malata grave, letteralmente, considerata come un'unione monolitica, senza uscite, o, da un'altra prospettiva, vista come affiliazione di singoli stati, ognuno portatore di peculiarità e diverse criticità. L'Italia, ad esempio, per risollevare la sua economia nel dopo-virus, ha bisogno - secondo le ultime stime - di 250/300 miliardi, dei quali un importo rilevante nell'immediato, già domani, per reagire alle crescenti tensioni sociali.

Nonostante il nostro stellone manzoniano, la nostra arte di arrangiarci e di riemergere elasticamente, e le nostre sette vite (ma quante ne abbiamo consumate a oggi?), senza un piano epocale e drammatico di intervento non abbiamo infatti speranza di affacciarci verso una nuova dimensione di valore, ma saremo forse condannati ad una marginalizzazione definitiva, a una desertificazione produttiva e a una recessione devastante, al di là di quanto possiamo oggi immaginare. Invece delle “Lezioni americane” di Calvino, ripassiamo la grande depressione del 1929, portiamoci avanti, prepariamoci.

E non dimentichiamo che partiamo da un livello molto basso giacché veniamo da decenni di mancati investimenti in formazione, in ricerca, in servizi essenziali, in infrastrutture. Senza citare qui altre tragiche statistiche, anche solo i morti e i contagiati di quest'anno tra medici e operatori sanitari testimoniano il degrado di un sistema sanitario che credevamo di eccellenza (tanto da poter essere affettato via via come un salame) e che, alla prova dei fatti, si è dimostrato inadeguato e vulnerabile.

In pochi giorni, fino alla riunione dell'Eurogruppo di martedì, dovrà dunque essere risolto un quesito che si mostra esistenziale: in casi di emergenza come l'attuale, l'UE/BCE può “trasferire” i fondi occorrenti ai singoli Stati in sofferenza (stampando moneta e condividendo i rischi, come se la singola nazione fosse, di fatto, una regione di uno Stato sovranazionale) oppure, in soldoni, può solo “prestare” il capitale di finanziamento, con diversi veicoli e forme ma pretendendo dal singolo garanzie, ipoteche e strette condizioni per la restituzione?

Io credo che nella visione dei fondatori, l'Europa unita, l'Europa dei popoli, dovesse rispondere di nobili ideali, tra cui in primis la solidarietà, e il dubbio non mi sfiora. Eppure la deriva presa da questo moloch burocratico-finanziario, piegato all'ideale monetaristico di una Germania dominante (ma possibile che l'Austria, l'Olanda, la Francia, i paesi dell'Est e del Nord non abbiano imparato nulla dalla storia?) rende la domanda particolarmente difficile.

Ci sono barriere varie e profonde. La principale è il problema costituzionale dell'Europa: gli stati europei fanno prestiti in una moneta sulla quale non hanno nessun controllo, l'Euro, di proprietà di una banca privata, la BCE, posseduta dalle banche centrali dei diversi paesi, anch'esse private, come la Banca d'Italia. Da tempo sono iniziati i molteplici colloqui bilaterali, e in breve l'UE si trasformerà nel famoso mercato di Cremona. La paura strisciante è che - sempre lezione storica più che proverbio - “consesso di volpi, moria di galline”. Che cosa decideranno i singoli Stati, la Francia, la Spagna, il Belgio?

E l'Italia infine? Una democrazia in quarantena e un governo indebolito in campo internazionale dai risultati di gestione sanitaria ed economica, nonché le crescenti divisioni interne, tutto questo potrà consentire di tener fermo il punto di fronte a pressioni spaventose? Conte sarà la bandiera di un ritrovato orgoglio e, nel caso, il leader di un'Italexit all'insegna di “meglio due anni di sacrifici terribili che trent'anni di schiavitù”? Oppure sarà il novello Alexis Tsipras che consegnerà gli italiani alle tenaglie della Troika, condannandoci alla povertà? Oppure ancora si eserciterà in uno sforzo di mediazione su diversi tavoli, perdendo tempo e posizioni, per ottenere magari un'elemosina e lasciare inalterati i problemi sostanziali di un'Europa malata grave di Coronavirus, è vero, ma soprattutto di egoismo, di voglia di rivincita storica, di istinto predatorio e di dominanza?

In ogni caso assisteremo alla fine dell'Europa, quella sin qui conosciuta, che avrebbe dovuto farci volare, non precipitare.

CIRIACO OFFEDDU

MANAGER E SCRITTORE
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