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Uta

UTA, villaggio della Sardegna nella provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Decimo-manno, sotto la giurisdizione del tribunale di prima cognizione dell’anzinominata città, e nell’antica curatoria di Decimo, che era uno dei dipartimenti dell’antico regno di Cagliari, o Plumini.

La sua posizione geografica è nella latitudine 39° 17' 6” e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 9' 20’’.

Giace in un piano lievemente inclinato verso sirocco sull’angolo che formano nella loro convergenza il principale fiume meridionale (il Botrani?) e quello del Sigerro; ma chi di là e da alto riguardi intorno vede aprirsi alla vista la bellissima prospettiva della regione campestre meridionale, la quale dalla parte settentrionale si estende a quanto va l’occhio ed oltre; a lunghissimo raggio alla parte di greco e levante, indefinitamente alla parte di sirocco, a minori distanze dalle altre, dove da ponente ad austro sorgono le montagne noresi e sulcesi, a ponente-maestro il gruppo delle colline di Silìqua, quindi la mole delle montagne gippiresi, o di Parte Gippis od Hippis.

Da questo si può intendere donde sia la sua ventilazione, come restino impediti i maestrali, che sono i venti più salubri, ed invadano liberamente i siroccali, che debilitano i nervi ed abbattono le forze con una certa spossatezza morbosa.

Il calore estivo è spesso mitigato dall’influenza del vento marino, che sorge verso le nove antimeridiane per cadere in sull’ora vespertina, quando comincia la refluenza dell’aria terrestre, per cui rendonsi fresche le notti.

L’umidità è assai sentita, perchè non poca, essendo generata dalle terre basse ed acquitrinose, dai due fiumi che cingono dappresso il paese ad ogni parte, fuorchè da quella di ponente-maestro; ma principalmente dal grande stagno, la cui sponda più interna è lontana di circa 4 chilometri. Dal quale e dal mare viene sul paese e sul territorio una copia immensa di vapori salini, i quali nelle stagioni calde molto nuociono alla vegetazione, come all’organismo animale, ed affrettano la decomposizione delle sostanze animali e vegetali.

Cotanta umidità si fa spesso sensibile anche alla vista nell’apparenza di nebbia; il che avviene non solo nelle stagioni piovose, ma anche in tempi di ostinata siccità. Quando disgraziatamente siffatte nebbie si assidono sopra i seminati fiorenti, allora il povero agricoltore ha perdute le sue fatiche, e per il guadagno che sperava soffre gran perdita. Lo stagno suole esalare non di rado coteste nebbie perniciosissime.

Tuttavolta è pur benefica la semplice umidità quando mancano le pioggie, perchè genera in sull’ultima ora della notte un’abbondantissima rugiada, onde è riconfortata la vegetazione.

La media de’ giorni piovosi si può computare in questa regione di circa 40. Nell’autunno le pioggie vengono dense e precipitose, allagano, e per la prima volta svolgono dal terreno un odore quasi pestilenziale a narici delicate.

La grandine estiva è una meteora rara, come lo è pure la neve, che appena vela di suo candore il terreno, e subito si risolve.

Si può intendere dalle cose dette quanta sia la salubrità dell’aria ne’ tempi estivi ed autunnali, finchè non è spenta dalle grosse pioggie la fermentazione accesa dal sole ne’ luoghi umidi. Bisogna però dire che l’aria non è mai tanto avvelenata dai miasmi, quanto allora che i venti trasportano su questa terra gli effluvii dello stagno da quei siti, dove le sue sponde sono fangose, e nel riflusso periodico restano scoperte.

L’abitato si prolunga da levante a ponente per poco più d’un chilometro e mezzo. La costruzione e il disegno delle case è come usasi generalmente nel campidano.

Territorio. Amplissimo è il territorio degli utesi e non tutto piano, perchè comprende nella sua vera o pretesa circoscrizione una parte del gruppo delle montagne noresi-sulcitane, ed eguaglierebbe la somma di 340 chilometri quadrati, quanto potrebbe essere sufficiente per il decuplo della popolazione attuale, anche senza supporre una migliore agricoltura.

Il paese è mal situato rispettivamente alla sua circoscrizione, perchè resta prossimamente a’ suoi termini verso greco, mentre il territorio è disteso verso libeccio. Un pedone non arriva a’ suoi limiti col Sulci presso Terra-soli in meno di 12 ore.

Nelle eminenze di questo territorio è anzitutto a notare una catena di sette collinette alla destra del fiume Ciserro a chilometri 5 dall’abitato verso ponente-libeccio. Le diverse punte sono 7, la lunghezza della catena di circa 6 chilometri.

Delle montagne, comprese nel gruppo delle montagne noresi-sulcitane, essendosi dato un cenno nella descrizione fisica della Sardegna (vol. XVIII bis), dove si descrissero tutte, ora noteremo quelle che appartengono a questo territorio.

La principale è detta monte Arcuoso da una figura curva ed arcuata che apparisce agli spettatori che riguardano, segnatamente dal centro del bellissimo orizzonte della capitale.

Dal punto, onde comincia esso a sorgere sul piano della gran valle in direzione verso ponente-libeccio sino al punto, ove inflettesi si misurano quasi otto chilometri, de’ quali dopo i primi quattro la giogaja si deprime e fa sella come dicono i sardi per la rassomiglianza alla forma della loro sella, come dicono serre le schiene dei monti, che sono dentate come nella sega.

Dopo quei suddetti tanti chilometri, la linea della montagna inflettendosi si volge ad ostro-sirocco per più di chil. 3 ed inflettendosi di nuovo ritorna prossimamente al sito del suo principio, procedendo contro greco, per più di chil. 6, e formando un monte lungo e sottile con giogaja quasi per tutto continuata.

Entro lo spazio compreso tra questa catena, levasi una montagna che corre paralella all’anzidetto monte Lungo.

Il monte Arcuoso ha alcune appendici al suo fianco opposto al maestrale, e si notano diverse punte donde il suolo si degrada verso tramontana e maestro-tramontana.

Nell’interno dell’Arcuoso e sua continuazione, sono due valli; una tra l’Arcuoso ed il gran colle di mezzo, l’altra assai più lunga che fiancheggiasi dalla montagna che unisce l’Arcuoso a monte Lungo e da questo; la prima di poco più di due chilometri, l’altra circa sei, con pendenza sul gran piano dove si versano le loro acque.

Maggiore di questa seconda è la valle che fiancheggia dall’altra parte lo stesso Monte Lungo, perchè salendo dal suo sbocco, dopo aver trapassata la detta montagna e percorsi chil. 7, si continua per altri 3 in uno de’ valloni del Monte Nero (Montenieddu de Nora) e si può anche andare in uno di quelli di Monte Mira.

In questa valle sboccano e versano le loro acque quattro altre valli che apronsi nella massa di Corte-Eddàri obbliquamente alla linea della valle e quasi in direzione alla tramontana, formate da tre lunghi colli, e da minori colline.

L’amenità di queste valli è in alcuni siti d’una gran beltà, e sarebbero vere delizie le ville di diporto che ivi si formassero. Nelle ore fresche ricrea l’udito la musica degli usignuoli e di altri uccelli di canto armonico.

Selve. In queste montagne sono alberi cedui di molte specie e ghiandiferi; e sebbene in più parti la selva sia stata diradata dalla scure, ed in altre si sieno aperti col fuoco de’ grandi vacui, nondimeno rimase tanto numero di alberi cedui, e furono conservati tanti ghiandiferi, che si può fornire per i focolari a immenso numero di famiglie, e comodamente vi si possono ancora ingrassare da 5 a 6000 capi della specie porcina.

Nei siti dove gli alberi furono risparmiati, o meno che altrove offesi dalla barbarie de’ pastori, vedonsi fusti di grande altezza in pienissimo sviluppo, che potrebbero servire alla costruzione navale, se il taglio si praticasse con intelligenza.

La specie ghiandifera che predomina è la quercusilex.

 
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