Turri

TURRI, villaggio della Sardegna nella provincia d’Isili, compreso nel mandamento di Lunamatrona e già parte dell’antico dipartimento della Marmilla.

La sua posizione geografica è nella latitudine 39° 42' 10" e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 12' 10".

Giace alle ime parti d’uno de’ fianchi della gran Giara quasi in una convalle, perchè anche alle altre parti si eleva il terreno dove più, dove meno: a maestro il gruppo delle colline di Baradili in distanza di poco meno di due chilometri, a libeccio ed a sirocco le notevoli eminenze, tra le quali trovasi a poca distanza verso ostro-libeccio il villaggio di Ussaramanna.

Da questo si può dedurre quanto sia poco felice la sua posizione per l’eccessivo calore e per l’umidità che vi si debbe patire, e per la insalubrità dell’aria nelle stagioni estiva ed autunnale. Per le rimanenti condizioni del clima vale quello che abbiamo non ha guari scritto sopra Tuìli.

Il territorio di Turri è assai ristretto, che forse non sorpassa di molto le giornate 2000.

La sua superficie è variamente diseguale, e i più notevoli rialti è quello di Serbedei, dalla cui sommità si stende la vista su tutta la Marmilla; l’altro che si denomina de nuraghe de Turri, quello di s. Maria e l’altra di Pardu-Pizzeddu.

Il selvaggiume di Turri riducesi a lepri, conigli e qualche volpe. L’uccellame è quale e quanto in altre parti, e segnatamente in Tuìli, come pure le specie acquatiche, le quali frequentano una palude.

La popolazione trovasi tra due fiumicelli, quello che scorre a levante è volgarmente detto di Santarbara, quello di ponente Riu-Sadurru, nelle sponde de’ quali cresce di primavera molto fieno, che giova al bestiame e in sul luogo e nelle stalle e dura fino al luglio. Il primo nutre pure nelle sue sponde alcune centinaja di pioppi.

Quando per le pioggie crescono è pericoloso il volerli guadare, e per supplire al ponte si stendono alcune travi da una all’altra sponda, dove esse sono più vicine. Accade pure che ridondino dall’alveo ed allaghino le terre prossime seminate, il Sadurru per un’estensione non minore di 100 giornate, il Santarbara per una maggiore superficie, senza calcolare i danni che recano al territorio di Ussaramanna, dove stagnano le acque coprendo più di 300 giornate di terreni fertilissimi. Potrebbesi occorrere a questi danni scavando l’alveo e disponendo la terra a modo di argine.

In ambedue questi rivi si prendono in ogni stagione delle grosse anguille, e molti vi attendono non per lucro, ma per ricreazione e per la tavola. Si prendono con la mano dopo aver con della terra chiuso quel tratto d’acqua in cui si suppongono, perchè non isguizzino.

Alla distanza di mezzo miglio verso ponente vede-si una palude di figura quasi circolare, che occupa una superficie, che basterebbe a cinquanta starelli di semenza. Nell’inverno essa si riempie per li torrenti, e vi è la profondità di più di un metro. Vi vegeta una gran quantità di sala, di cui i poveri formano delle stuoje, che vendono ai contadini di altri paesi per riposarvi nella notte; giacchè quelli che non han moglie dormono più spesso sulla stuoja, come fanno sempre i servi essendo in casa de’ padroni.

Queste acque nell’inverno e nella primavera sono frequentate dalle anitre, che vi covano. Nella stagione estiva a poco a poco diminuiscono finchè totalmente svaniscono, ed allora escono da mezzo alla corruzione de’ fanghi infiniti sciami di molestissime zanzare, e n’esala un’intollerabile puzza, che infetta l’aria e causa le febbri.

Con alcuni canali, per cui vorrebbesi poca spesa, questa palude potrebbe essere disseccata. Si guadagnerebbe ciò facendo una superficie coltivabile di circa 50 giornate, come ho accennato, e si bonificherebbe l’aria con vantaggio della pubblica sanità.

Popolazione. Nel censimento officiale del 1846 si notarono in Turri anime 430, distribuite in famiglie 122 ed in case 121.

Quel totale distinguevasi poi in ragione delle età diverse nel modo seguente: sotto gli anni 5 maschi 32, femmine 34; sotto i 10 mas. 32, fem. 24; sotto i 20 mas. 40, fem. 42; sotto i 30 mas. 31, fem. 37; sotto i 40 mas. 36, fem. 34; sotto i 50 mas. 22, fem. 24; sotto i 60 mas. 10, fem. 10; sotto i 70 mas. 12, fem. 8; sotto gli 80 fem. 2.

In rispetto poi della condizione domestica si distinguevano i 215 maschi in scapoli 117, ammogliati 95, vedovi 3; e le 215 femmine in zitelle 101, maritate 96, vedove 18.

Il movimento della popolazione può intendersi dalle seguenti medie: nascite 22, morti 16, matrimoni 3.

I turresi sono quasi tutti applicati all’agricoltura; rarissimi esercitano qualcuno da’ mestieri più necessari.

In sui primi tempi si mandavano quasi tutti i fanciulli alla scuola elementare; poi i padri avendo veduto che i figli non imparavano nulla cessarono di mandarli, e la scuola deserta fu chiusa.

Agricoltura. Il territorio è di una gran fecondità, e molto produce, sebbene l’arte e la diligenza non sieno degne di tanto.

L’annuale ordinaria seminagione è di starelli 700 di grano, 120 d’orzo, 150 di fave, 60 di legumi. La fruttificazione mediocre è del 10 per uno: negli anni ubertosi si duplica e meglio ancora. I legumi rendono però di più.

La coltivazione della meliga è ancora in sui primi esperimenti. Coltivasi pure lo zafferano, ma quanto basta al bisogno della famiglia.

Anche di lino non si semina più che vogliasi per provvedere le tele necessarie, che si lavorano in casa, avendo ogni casa il suo telajo.

L’orticoltura occupa parte de’ cortili ed alcuni tratti di terreno idoneo, e sono molte le specie che sono coltivate.

La vigna vi prospera bene, e contiene circa 28 varietà di uve. Il vino che si ricava dal girò, dalla monica bianca e nera, dal moscatello bianco e nero, dal canonao, dalla malvagia, dal semidano e dal così detto ogupussidu è fino, molto delicato, e dura assai. Il totale annuo della vendemmia è di circa 8 mila quartare cagliaritane, ossia litri 40 mila.

Ne’ poderi si possono numerare circa 4000 alberi fruttiferi di varie specie, compresi gli agrumi, gli olivi ed i mandorli.

Queste due ultime specie vegetano vigorosamente e producono assai. Dagli olivi non solo si estrae l’olio necessario per la consumazione del paese, ma si può mettere in commercio da 300 a 400 quartare. Una parte del frutto di questa specie vendesi in Cagliari, e si confettano con la salamoja.

Propriamente non si trovano in questo territorio de’ veri chiusi; ma diconsi tali e si rispettano quei terreni che hanno intorno alcune grosse pietre, o arbusti e piante sarmentose od un piccol fosso, che segnano i confini meglio che lo chiudano.

Pastorizia. Il bestiame che si possiede dai turresi è nelle specie e nell’approssimativo numero de’ capi che noto: buoi da lavoro 140; cavalli 20 per sella e basto; somari 50 per macinare il grano; pecore 1000; porci

150. Ne’ cortili delle case non si educa del pollame altro che le galline ed i colombi. Il formaggio, passabilmente buono, basta appena per la consumazione del paese.

Le lane servono per il telajo, facendosi da queste il panno, che serve per i gabbani degli uomini, e per le gonnelle delle donne. Il rimanente serve per coperte da letto.

Si fanno pure de’ tappeti con lane di diversi colori ed in varii disegni, come parimente si fanno delle tovaglie e tovagliuoli da tavola, coperte da letto di lino e cotone, dove sono rilevati de’ fiori e figure di uccelli e piante. In quanto al numero de’ telai esso si può eguagliare al numero delle case già che non vi è donna, che passi alla celebrazione del matrimonio, che non abbia mandato con gli altri arredi nella casa nuziale anche questo utensile.

Religione. Questa popolazione è nella giurisdizione del vescovo di Ales o Uselli.

 
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