Trièi

TRIÈI, villaggio della Sardegna nella provincia di Lanusei, compreso nel mandamento di Baunei, sotto il tribunale di prima istanza di Lanusei, e già parte della curatoria di Tortolì, appartenente al regno Cagliaritano.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 3', e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 28' 40".

Siede nella pendice meridionale del monte Santo (d’Ogliastra), in un seno onde si discende più tosto agevolmente nel piano della Ogliastra.

Componesi questo comune di due frazioni, o vicinati, come dicono i sardi, le quali sono separate dal-l’alveo di un rivo (Bau-e mereu) che formasi dalle fonti della prossima altura; il quale talvolta interdice la comunicazione d’una parte con l’altra.

Così posto come è resta protetto da’ venti boreale e orientale, per la sovrastante prossima catena di colline, ed in parte riparato dagli occidentali per le eminenze, che si elevano da quelle parti sebbene in notevole distanza. I venti australi vi dominano e son nojosi e nocivi.

Le pioggie frequenti nell’inverno, lo son meno nella primavera, rarissime nell’estate; poche, ma dirotte nell’autunno. Le tempeste vi scoppiano talvolta con gran violenza. Non sentesi umidità, la neve si scioglie presto, e la nebbia vi è rara, ma quasi sempre innocua. L’aria si deve dir salubre, perchè il sito non comporta nè pantani, nè paludi. Se qualche impurità vi si accoglia essa dipende dalla negligenza della pulizia.

Territorio. Dolgonsi i trierini d’aver un territorio assai ristretto. Egli è vero che i piani per la coltura dei cereali sono ristrettissimi, ma è pur vero che la superficie è per lo meno di quattro miglia quadrate, le quali potrebbero bastare al decuplo della attuale popolazione se si coltivassero tutte le parti che possono coltivarsi secondo che vuole per le particolari condizioni il suolo.

Molte sono le colline che sorgono in questo territorio, la più notevole delle quali è quella, che nominano di Calacasu, dalla quale esce copia di acqua pura e salubre, di cui si serve la popolazione.

Essendo calcaree le roccie vi sono frequenti le spelonche, e nella indicata montagna se ne conoscono sei di gran capacità. Forse anche in queste si nascondevano i barbaricini, quando erano inseguiti troppo vivamente dai romani.

Si potrebbero indicare diverse vallate; ma noteremo la principale, che discende contro austro con le acque che vengono, come ho notato, dal paese e si uniscono al fiume di Donnigala a ponente-libeccio di Ardali; ed un’altra che resta a ponente e poi si volge verso l’anzinotata. In esse si hanno le vigne, principal ramo agrario di questo paese.

Nelle regioni incolte sono predominanti il cistio ed il lentisco, dalle quali specie si ha vantaggio per cuocer la pietra calcarea in non poche fornaci.

Il lentisco poi con i suoi corimbi dà gran copia d’olio, il quale serve per le lucerne e quando sia ben depurato si usa ancora per la cucina.

Alle suddette specie si aggiungono le filiree, i corbezzoli e l’erica, di una delle cui specie si fa il carbone per le fucine de’ ferrari, il carrubo, volgarmente silimba, la così detta sogargia la quercia sovero, il leccio, e l’olivastro che sono però rari a differenza di altre regioni, dove predomina, infine i pruni ed i peri selvatici. Tutte le quali specie maggiori in certi punti formano boscaglie.

Il selvaggiume vi è copioso, e sono numerosi i mufioni, cervi, daini, cinghiali, le lepri, e nella stagione si trova gran quantità di tordi, colombi selvatici, merli, pernici, anitre e tutte le specie grandi e piccole, che abbiam notato inquiline od ospiti nell’isola.

Popolazione. Nel censimento del 1846 si sono notate per Triei anime 321, distribuite in 72 famiglie e case.

Quel totale si spartiva nelle diverse età nel seguente tenore: sotto i 5 anni mas. 22, fem. 11; sotto i 10 mas. 24, fem. 24; sotto i 20 mas. 41, fem. 43; sotto i 30 mas. 18, fem. 30; sotto i 40 mas. 18, fem. 21; sotto i 50 mas. 21, fem. 13; sotto i 60 mas. 11, fem. 8; sotto i 70 mas. 6, fem. 5; sotto gli 80 mas. 2, fem. 2; sotto i 90 mas. 1.

Quindi secondo la condizione domestica si distinguevano i maschi 164 in scapoli 108, ammogliati 47, vedovi 9; e le 157 femmine in zitelle 91, maritate 47, vedove 19.

L’ordinario movimento della popolazione è di nascite 15, morti 8, matrimoni 5.

Le malattie più frequenti sono febbri intermittenti e d’altre specie, dolori laterali, encefaliti; e deve notarsi che un terzo degli abitanti patiscono della sordità.

Serve per la cura delle malattie un flebotomo, e voglio dire che dopo qualche salasso si lascia alla natura che vinca il male se può.

L’istruzione primaria è tuttora desiderata.

Le professioni principali sono l’agricoltura e la pastorizia. Degli altri mestieri pochissimi si occupano; ma per la comodità e la copia delle acque potendosi conciar le pelli, sono in gran numero quelli che praticano la concia delle pelli e de’ cuoi del proprio bestiame.

Le donne lavorano in circa 50 telai il lino e la lana, e tingono questa in nero od in rosso.

Agricoltura. Essendo pochi i terreni, che a questi paesani sembrino idonei al frumento, vanno in altri territori a seminarne una parte. In totale semineranno 120 starelli di grano, 200 d’orzo, e poco di fave, di legumi e di lino. Il frumento rende l’8 e spesso il 10, l’orzo il 15.

L’orticoltura è un po’ curata, e si coltiva molte specie, anche la meliga.

Va estendendosi la coltivazione dei pomi di terra.

La vigna vi prospera mirabilmente, e si coltivano molte varietà di uve.

Nelle uve bianche indicheremo la malvasia, l’arista, il retagliau, la vernaccina, il moscatello, il moscatellone, il nuragus, l’uva d’angioli, coiberbèi, albacanna, albisedda, corniola, culpunto, calabresa, albomanno, bisini, moddi, tita de acca, o titiacca, o apersorgia, galopu, alba-pasada. Nelle uve nere sono: cannonao, girò, moristellu, amantosu, ogu-e boi, nieddamanna, niedda-carta, bargiu, rosa, titiacca niedda.

I vini sono notissimi per la bontà, e volentieri si comprano dai genovesi e dai napoletani. La quantità non sorpasserà di molto le 250 carratelle. La sesta parte si brucia per acquavite ed una parte minore per la provvista del vino cotto, o sapa.

Negli alberi fruttiferi sono molte specie e varietà, ma il numero totale de’ ceppi forse non eccede i 3000.

Triei ha fuor del vigneto poche terre chiuse (cunjadus) per tenervi a pascolo il bestiame domito. Talvolta vi si fa seminagione.

La pastorizia è ristretta, e il numero de’ capi non sorpassa li 2500 tra vacche, capre, pecore e porci.

Il bestiame di servigio si riduce a 50 gioghi, che servono per l’agricoltura e pel carreggio; e 20 tra cavalli e cavalle per sella e basto.

Apicultura. Essendo il luogo attissimo per le pecchie, alcuni attendono con qualche diligenza alla medesima, e vi sono da 15 orti, in ciascuno de’ quali si hanno da 200 bugni, in totale 3000.

Commercio. Triei vende i suoi prodotti a’ negozianti di Tortolì, che commerciano coi genovesi, i napoletani ed i toscani. Quanto ricavino da’ vini e dagli altri articoli nol possiamo definire.

Religione. Questo popolo è compreso nella diocesi dell’Ogliastra.

La chiesa parrocchiale, proporzionata al piccol numero degli abitanti, è piuttosto bellina e ben tenuta. Governasi da un prete, che ha il titolo di rettore. In altro tempo era amministrata dal curato di Baunei, poscia, nel tempo del re Carlo Emanuele, quando si provvide alle cose religiose dell’isola, fu per maggior vantaggio delle anime confidata a un paroco proprio, come era stata in altri tempi. Da quella ristaurazione al giorno d’oggi furono soli sei parochi o rettori, e tutte persone degne.

Il titolare della parrocchia sono i santi Cosimo e Damiano, e si festeggia addì 27 settembre, e un’altra volta ai 12 novembre.

 
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