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Torralba

TORRALBA, villaggio della Sardegna nella provincia di Alghero, che fu parte della curatoria del Meilogu, uno de’ dipartimenti dell’antico regno torritano.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 31', e nella longitudine dal meridiano di Cagliari 0° 20' 30".

Giace a piè orientale del colle spianato di Sorra, che dicesi monte Mura, e distendesi dalla montagna del Pelao verso mezzogiorno.

Difeso per la detta eminenza dal ponente e libeccio, e per la massa del Pelao dal maestrale e da’ prossimi collaterali, resta scoperto agli altri venti. La sua temperatura è piuttosto mite, fuor che nell’estate quando il calore si rende sovente molestissimo. Le pioggie sono più frequenti che altrove per la vicinanza della suddetta montagna, ma per la notata sua situazione vi è molto sentita l’umidità. Vi nevica talvolta, e accadde che non si scoprisse il suolo per 15 giorni. Vi grandina non di rado e vi fulmina. L’aria non può vantarsi molto salubre. Il suo suolo è elevato sul mare di metri 410, computò il Carbonazzi.

Questo paese è traversato dalla grande strada di ponente, che da Cagliari va a Portotorre. Il territorio è relativamente alla popolazione assai largo, e se si coltivassero tutte le parti, che possono fruttificare, si avrebbe assai per il quadruplo del numero degli attuali abitanti.

Generalmente il territorio è piano, e dopo il sunnotato monte Mura sono poche altre prominenze e niente notevoli. Indicheremo il monte Boes, pochissimo distante dal paese, il quale pare essere stato un piccolo vulcano; quale certamente fu il monte Austidu, che dista poco più di due chilometri e mezzo; quindi il monte Tùrvaro in sui limiti col territorio di Moras, a levante del monte Annaru, che contienesi in quello di Giove, e fu pure un antico vulcano.

Da questo si può intendere che una gran parte del territorio torralbese entrava in quella zona, dove l’effervescenza vulcanica in Sardegna durò sino agli ultimi tempi. Questi vulcani arsero dopo che per una gran rovina si abbassò il terreno in tanto avvallamento, quanto vedesi, e si può computare, osservando le parti che ancora restano dell’altipiano di Bonorva e Macomer.

Nel suddetto Monterosso (Monteruju) trovasi certa lava con noccioli di feldspato bianco ed olivina d’un bel colore verde-chiaro.

Sono molte fonti in questo territorio, che generalmente danno acque salubri, ed alcune anche in copia notevole. Noteremo in primo luogo il rigagnolo di monte Mura, che vi scende da Fontana-manna, il quale ricevesi in un edificio apposito per conservar pura l’acqua potabile alle famiglie, versando il sovrappiù in due vasche per abbeverarvi i giumenti. Quest’acqua però non è di molta bontà, ed inferiore alla piccola fonte, che sorge dentro l’abitato, ricinta da muro come un pozzo, e parimente all’altra fonte di monte Mura, che sorge in un podere detto Vigna di Pozzo (Vingia de putu), la quale credesi utilissima agli ammalati, per sua supposta virtù emetica, perchè bevuta che sia eccita alla vomizione. Nessuno ha esaminato per analisi chimica la sostanza che contiene ed opera così nello stomaco. Esce dalla roccia calcarea per tenuissima vena.

È celebrata la fonte di s. Antonio di Taylo, che proviene essa pure dalle viscere di monte Mura. Ma la più notevole è quella che dicono di s. Maria, e già dissero anticamente Cabu-abbas, onde ebbe il nome la curatoria prossima. Vien fuori dal fesso d’una roccia ed in tanta copia, che forma un rivoletto, il quale si unisce al ramo principale del Termo, che qui dicono Tischiddesu. È lontana dal paese circa due chilometri, e trovasi prossima allo stradone.

Dopo Cabuabbas è degna di essere ricordata per la copia delle acque, che sembra però metà dell’effluenza della predetta, la fontana che appellasi maggiore, e dista dall’abitato tre chilometri, o poco più.

Si notano diverse paludi nel territorio di Torralba. Le maggiori sono due; una, in mezzo alla quale passa la linea di confine con Bonorva, dicesi Palude di Nuraghe-Lèndine, ed ha di circonferenza circa chilometri 2, molto copiosa di anguille, la quale non resta mai asciugata ne’ grandi calori, sì che pare che sia alimentata da grossi zampilli, che dà il suo fondo; l’altra, che dicesi Palude di Campo-Mela, ha una superficie di circa 20 giornate, perde le acque nell’estate e contamina l’aria co’ miasmi che dà la sua melma.

Indicherò poi altri cinque minori bacini, la cui area è dalle 12 alle 16 giornate, le quali si trovano nella notata valle, ma più vicine a Bonorva.

Essendo quei bacini nella declività della valle, facilmente per canali di poco costo si potrebbero evacuare e darsi alla coltura; ma gli uomini di quei paesi non ci pensano, perchè nel difetto di popolazione hanno abbastanza di terreni da coltivare, senza darsi la pena di prosciugarli. Della malaria poco loro importa, perchè i più non patiscono del veleno de’ miasmi, e non intendono che le malattie, alle quali talvolta soggiacciono, escono da quelle acque corrotte.

Entro la circoscrizione del Torralbese scorrono alcuni rivi; uno, detto Riu mannu, che nasce dalle fontane di Nurighe, e divide la regione di Turvaro da quella di Sutìlis; l’altro è il Tischiddesu, come abbiam notato appellarsi da’ paesani della valle il Termo che scende dal territorio di Bonorva, ed ha origine nelle montagne di Bolothana. Il primo entra nel secondo.

Abbondano uno ed altro di anguille e trote, e le anguille sono vantate per la loro singolare squisitezza. Vi frequentano alcune specie acquatiche, delle quali alcuni si dilettano a far caccia.

I cacciatori sogliono andare nel monte Turvaro, dove possono fare prede frequenti di cinghiali, non però delle altre grandi specie, e prender volpi, lepri e martore. Le pernici sono frequentissime ed i colombacci, e nella stagione propria si prendono molte quaglie, e molti capi di specie acquatiche nei fiumi e nelle paludi.

La popolazione di Torralba constava nel 1848 di anime 1184, distribuite in famiglie 306, e in case 305.

La notata popolazione distinguesi per la differenza delle età nel seguente modo: sotto i 5 anni si trovano mas. 90, fem. 91; sotto i 10 mas. 83, fem. 70; sotto i 20 mas. 109, fem. 106; sotto i 30 mas. 69, fem. 73; sotto i 40 mas. 89, fem. 97; sotto i 50 mas. 31, fem. 55; sotto li 70 mas. 30, fem. 26; sotto gli 80 mas. 9, fem. 9; sotto i 90 mas. 1 fem. 0.

Per la condizione domestica si distinguono i maschi in scapoli 341, ammogliati 226, vedovi 16, totale 583; le femmine in zitelle 311, maritate 226, vedove 64, totale 601.

Dalle notate cifre appare evidentemente che non pochi giungono a 60 anni, ed alcuni procedono più oltre nella vita, principalmente fra quelli che mantennero l’antica maniera del vestiario, che difende la persona dalle vicende atmosferiche repentine e molto sentite quando a’ venti caldi succede un vento freddo.

Il numero medio delle nascite è di 46, quello delle morti di 24, quello de’ matrimoni di 12.

Sebbene questa popolazione trovisi sulla grande strada e in luogo solito di fermata, non pertanto sono ancora i torralbesi molto ruvidi, e giaciono ancora in una crassa ignoranza, dominati da’ più assurdi pregiudizi, e tengono le più ridicole, dirò meglio, deplorabili superstizioni, e ciò a causa della poca istruzione religiosa che ad essi è data.

Ne indicheremo alcune. La prima superstizione ricorre nella festa del Corpo del Signore, ed ha molta somiglianza con quella che abbiam riferito nell’art. Chiaramonte, o Caramonte. Nella casa ove sia morto qualcuno dentro l’anno, se sia in luogo, dove passa la processione, si uniscono tutti i parenti in mestissima società, e ordinati intorno ad una tavola posta in mezzo la sala e sopravi alcune candele accese, quando dalla porta socchiusa vedono passare il Sacramento, allora rompono in gran pianto ed in preghiere.

 
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