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Torpè

TORPÈ o TORPEHE, villaggio della Sardegna nella provincia di Nuoro, già inclusa nella curatoria di Montalbo, o Giudicato di Posada, che era compreso nel regno di Gallura.

La sua posizione geografica è nella longit. dal meridiano di Cagliari 0° 34', nella latit. 40° 37'.

Siede nella falda del monte Nurra, una delle colline, che si vedon sorgere presso i confini del monte Albo verso greco-tramontana sopra la valle del Giordano alla sinistra in distanza di un chilometro dal fiume, e come il terreno sollevasi quasi da tutte le parti, però non sente che di rimbalzo i venti, ma meno indirettamente degli altri il greco-levante, verso la qual parte discende la valle, e dove le eminenze sono meno notevoli.

Per le notate circostanze sentesi nell’estate gran caldo, poco freddo nell’inverno. Piove frequentemente nell’autunno, più nell’inverno, poco meno nella primavera. Sentesi però grande umidità, e si patisce della nebbia. I temporali non sono rari, e la gragnuola reca gravi danni ai seminati, alle vigne ed ai fruttiferi. La neve vedesi nei monti più elevati, ma è cosa straordinaria che copre le terre della valle.

L’area del paese e della gran valle in certe stagioni è poco salubre.

Il territorio di Torpè stendesi in una larghissima superficie, massime verso ponente-maestro, e potrebbe esso bastare ad una popolazione decupla di quella che vi è.

Esso è montuoso; ma non mancano larghi piani, e questi sono nella suddetta valle.

Le eminenze superiori sono nella regione settentrionale in là del fiume, e si possono indicare Monti-scempio, Monterosso (Monteruju), Monte-Luna (Cùcuru de Lunas), che copre l’abitato dagli aquiloni, dove in altri tempi frequentavano bande di uomini facinorosi, e si ricoveravano in una caverna.

Le fonti si trovano in ogni parte, e quelle dei monti danno acque buone.

Tra le più notevoli nomineremo la fonte dell’Elce (Funtana dess’Eliche), la cui vena apresi nelle parti più alte del Monte-Luna tra un bosco di lecci mescolati di quercie-sovero. Essa è di tanta copia, che forma un rivo, il quale, accresciuto passo passo da altre sorgive, scende nella valle prossima, ed entra nel canale comune. La fonte dell’Acqua-viva (Abba-ia), alle falde di Monteladu, si trova in un consimile bosco. La fonte del Moggio (dessu moju) sorge alle falde del monte dello stesso nome tra una boscaglia di elci, mirti, olivastri, e forma un rivolo. La fonte di s. Nicola, così detta per la chiesa vicina dedicata a tal santo, ora rovinata, mette fuori le sue acque tra piante annose di mirto, che riparano i venti e rendono deliziosissimo il sito. Presso la fonte Orettola, o Lochillà, concorrono e si congiungono i rigagnoli, discorrenti dalle pendici di Monteruju a quella parte. La fonte di san Giovanni è la più notevole delle vene del monte dello stesso nome.

Sono altri rivoli, ed in gran numero, i quali si versano nel fiume della gran valle da ambe le parti, e non importa di descrivere.

Nella valle le fonti danno spesso acque salmastri e pesanti, come è parimente quella che prendesi dai pozzi per i bisogni domestici. Per bevere attingesi dalla fonte pubblica, detta Su Putu, in distanza dall’abitato di pochi minuti.

Sono poi a indicare diverse paludi, ed a notare quella, che dicono di s. Martino, la quale trovasi alla parte di ponente a circa un chilometro dall’abitato, ed altra molto più propinqua, che appellano Paule de Idda (Palude di Villa). L’acqua non manca mai nè in una, nè in altra, sì che pare che sieno alimentate da nascoste sorgenti; ma perchè diminuisce e lascia intorno una larga gronda di terra fangosa, però si ha gran copia di miasmi, che passando tra le abitazioni infettano or uno or altro.

Nelle medesime sono in immensa generazione le mignatte, delle quali si fa gran raccolta da gente del paese e da forestieri.

La superficie complessiva delle medesima si è computata di circa 10 giornate.

In altri tempi erano le parti montuose di questo territorio rivestite di grandi vegetabili, ed erano più frequenti i lecci, i soveri, gli olivastri; poi il fuoco ed il ferro ha consumato grandissima parte di queste specie, e delle non poche altre che vi erano mescolate.

I cacciatori vi trovano cervi, mufioni, daini, cinghiali, lepri, martore, e nelle paludi e nel fiume varie specie di uccelli acquatici, ne’ piani le pernici ec.

Nel detto fiume trovansi anguille e trote. Dalle dette paludi oltre le mignatte si traggono anguille di tre o quattro chilogrammi.

Popolazione. Il comune di Torpè constava nell’anno 1848 di anime 798, distribuite in famiglie 228 e in case 209.

Distinguendole per l’età si trovano sotto li 5 anni maschi 48, femmine 34; sino ai 10 mas. 52, fem. 30; sino ai 20 mas. 75, fem. 70; sino ai 30 mas. 76, fem. 66; sino ai 40 mas. 60, fem. 56; sino ai 50 mas. 50, fem. 49; sino ai 60 mas. 40, fem. 31; sino ai 70 mas. 20, fem. 19; sino agli 80 mas. 4, fem. 2; sino ai 90 mas. 2, fem. 1.

Distinguendole poi per condizione domestica, si hanno: mas. scapoli 256, ammogliati 157, vedovi 21; fem. zitelle 160, maritate 156, vedove 48; totale mas. 434, fem. 364.

Il movimento della popolazione può rappresentarsi da’ seguenti numeri, nascite 30, morti 14, matrimoni 8.

Si verifica anche in questo paese ciò che abbiam notato sul paese di Lula, e si può dire della maggior parte delle popolazioni di questa provincia, che tra’ due sessi osservasi una notevole differenza, e il feminile è più scarso.

Questa popolazione è distribuita in quattro punti diversi:

1.˚ Nel luogo di Torpè, dove è il maggior gruppo della popolazione, la quale è delle famiglie antiche, che vi ebbero sempre stanza.

2.˚ Nel luogo detto Brunella, dove è una quindicina di famiglie, orionde di Buddusò, ma aggregate al comune ed alla parrocchia di Torpè.

3.˚ Nel luogo detto Talavà, dove è un altro gruppo di case abitate da famiglie provenienti pure dalla popolazione di Buddusò.

4.˚ Nel luogo detto Su Cossu, dove è stabilita una piccola colonia di famiglie Buddosoine.

Brunella è in una larga valle distante da Torpè ore tre di pedone, ha circa 13 case ed una popolazione di 55 anime, ed educa molto bestiame in vacche e capre, e gran copia di alveari.

Talavà, in distanza di ore 2 da Torpè, trovasi pari-mente in luogo di valle, ha da sei ad otto case, con una popolazione di circa 35 anime.

Su Cossu, in distanza di ora 4, ha più poche anime, tre sole case, sì che gli altri devono vivere in capanne costrutte di rami e frasche. Gli abitanti esercitano pure la pastorizia, ma sono meno agiati degli altri.

I torpeini sono gente vivace, animosa, sollazzevole, ed in altri tempi, e quando il paese era tranquillo, si ballava e cantava quasi tutti i giorni nel bel tempo, e dopo le fatiche dei giorni di messe.

Di costituzione fisica assai forte, patiscono però talvolta degli effetti della malaria, e delle troppo repentine variazioni della temperatura, soggiacendo alle febbri intermittenti, ed alle maligne, ed alle pleurisie.

Attende alla sanità de’ torpeini un flebotomo empiendo le parti di medico e di chirurgo. L’onorario suo consiste in una prestazione di imbuti 4 di grano, 4 d’orzo, 4 di fave, che ogni famiglia gli paga se il numero de’ suoi capi non sia più di tre; oltrepassando questo termine, si pagano imbuti 2 delle tre specie per ogni capo.

L’istruzione è stata finquì negletta, e nel paese non sono più di quindici che sappiano leggere e scrivere.

Alla scuola primaria non intervengono ordinariamente più di cinque fanciulli, e ciò per incuria de’ genitori, che credono inutile quella istruzione.

Le professioni principali sono l’agricoltura e la pastorizia, quindi ben pochi esercitano le arti delle quali si ha maggior bisogno.

 
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