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Sinia

SINIA [Sinnai], che molti scrivono Sinai, villaggio della Sardegna, nella divisione e provincia di Cagliari, e capoluogo di mandamento, sotto il tribunale di prima instanza della suddetta capitale, compreso nel campidano di Cagliari, antica curatoria, o cantone del regno di Plumino o caralense.

La sua posizione geografica è nella latitudine 39° 18', e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 6'.

Siede alla falda dei primi colli che si distaccano dal gruppo del Serpellino (Serpeddi) e formando la lunga catena, che abbiamo accennato nella descrizione di Settimo, procedono verso ponente-libeccio, per volgersi poscia al libeccio.

Il luogo del paese è ancora notevolmente elevato sulla pianura del campidano, perchè si deve salire andandovi tanto dalla parte di Settimo, quanto da quella di Mara.

In questa situazione resta coperto da’ venti del settentrione per gli anzidetti colli, dal greco per i monti di Burcei, dal levante per quelli di Sette-fratelli.

L’estate vi è calda, e mitissimo l’inverno. Le pioggie per la vicinanza delle indicate montagne sono frequenti nell’autunno, inverno e primavera, come pure i temporali, sebbene poco nocivi.

L’aria vi si sente umida assai meno che negli altri paesi del campidano, massime soffiando i venti di mare. Le rugiade sono copiose, le nebbie leggere e piuttosto rare.

Pare ad alcuni che nelle stagioni estiva ed autunnale non si debba temere in Sinia de’ miasmi generatori delle febbri intermittenti; e in verità non si patirebbe nessun nocumento se i venti non vi trasportassero le esalazioni morbifere di alcuni luoghi, dove è corruzione e sviluppo di effluvii esiziali alla sanità.

La salubrità di questo sito dimostrasi da ciò che molti ammalati di Cagliari e del campidano per consiglio de’ medici vanno nella estate ed autunno per far la loro convalescenza in questo paese.

Le strade principali sono selciate; la maggiore è piuttosto dritta e sufficientemente larga, sebbene non molto regolare.

Ogni casa ha il suo cortile con tettoje per gli animali e loggia avanti le camere.

Territorio. I siniesi hanno un territorio amplissimo, la massima parte però nelle montagne.

Della parte montuosa le regioni più notevoli sono la massa del Serpellino nella parte verso greco, dove si estende sino a’ confini del Gerrei; i monti di sette fratelli nella parte di levante.

Il Serpellino sorge a 5 miglia dal paese, e levasi tanto che soperchia tutti i monti che sono in questa parte. Il barometro d’Alberto La Marmora diede metri 1075, 73 sul livello del mare.

La montagna, che dicesi de’ sette fratelli, ha nella sua sommità sette corna o punte.

Dopo il suddetto terreno montuoso di proprio patrimonio di Sinia, questo comune ha parte promiscua in altri territorii, de’ quali abbiam fatto cenno nella descrizione di Settimo.

In questi sono i monti, detti di Figuniedda, e monte Cresia che resta dietro dell’altro.

Le roccie di questi monti sono granitiche. In quello di Figuniedda trovasi una roccia porfiroidea, molto argillosa, con base di feldspato, cristalli di quarzo e anfibola, come pure de’ noccioli di feldspato rosso, varianti in breccia.

Le fonti sono in gran numero nelle montagne, e si intende quanto possono esserlo in queste parti dell’isola, dove le pioggie sono piuttosto rare, e non si accumulano nevi. Il che farà pur intendere che sono poche quelle che profondano le acque in gran copia.

Le acque sorgenti più lodate per bontà sono, Mitzas de tronu nella via al Gerrei, quindi Trazali, Gennae funtanas, ecc.

Nella regione bassa e piana si può notare la così detta Mitza de s. Barzolu, quindi la funtana de su porru, in distanza dal paese di un’ora e 1/2 a piè del monte. Trovasi questa nella via che conduce alla regione di Tasònis. È un’acqua che si riconosce minerale, e fu analizzata dal chimico Salomone. Essa è diuretica, e serve agli ammalati.

Le altre acque del piano sono di pochissima bontà.

Nel paese sono aperti molti pozzi, giacchè quasi ogni casa nel suo cortile ne ha uno particolare per il bisogno della famiglia, ma le acque non sono molto leggiere e pure. I pozzi pubblici, all’uscita dell’abitato nella via a Soleminis, detti Funtana de zius, e Funtaneddas, danno acque migliori, delle quali però beve la maggior parte del popolo, mentre i benestanti mandano i servi co’ fiaschi alle fontane che sono a piè del monte.

Scorrono in questo territorio alcuni rivoli.

Il primo di essi ha le sue sorgenti nelle colline, che cominciano la indicata catena. Quando ha raccolto i suoi rivi, scende nel piano verso il meriggio e passa tra Mara e la sua palude procedendo al mare. Veramente non è che un torrente, perchè in tempi di siccità inaridisce.

È parimente rivolo temporario o torrente quello che versa le sue acque nella suddetta palude di Mara.

Dalla montagna di Corru-e cerbu, che fiancheggia all’austro il Serpellino, scendono diversi rivi, i quali si riuniscono nel piano, volgendosi contro l’austro per sfogare nel mare presso la torre di s. Andrea.

A questo si unisce a un miglio sopra la foce il rivo della valle di s. Basilio.

Le acque delle pendici occidentali de’ sette fratelli danno aumento al rio Ceràsa che move da M. Eccas verso tramontana, ed a levante di Burcei entra nel canale di sa Picocca, formato dalle acque e dai rivoli del Serpellino.

Boschi ghiandiferi. Nel territorio proprio i siniesi hanno la selva di Corru-e cerbu, quella di Pruna, di Musui-mannu, di Musueddu, di Tuvu de bois, de su Fenu, de Barbaisu, de bentuestu, de sa bidda de Moros, de Monti-rubiu, e de Setti-fradis.

Forse in nessun’altra regione i grandi boschi han patito quanto in questa; e sono diradati in modo, che se prontamente non si provvede, e si impediscono i guasti, in breve quelle montagne resteranno sgombre, i torrenti saranno più gonfi ne’ temporali, le roccie resteranno denudate, e molte fonti cesseranno di dare le poche acque che ancora danno.

Abbiamo sempre accusato i pastori, qui dobbiamo accusare principalmente i conciatori, i quali scorticando gli alberi ghiandiferi li distruggono.

Ne’ suddetti boschi si possono ancora ingrassare in anno di fertilità più di 3000 porci.

Nel territorio promiscuo sono quest’altre selve, di Figunieddu, Su farconi, Nieddu-porcu, Sa Canna, Monti-alba, Bacu-Eraneddu, Bacu-Eranumannu, Sa Ceràsa, Monti Eccas.

Non sono esse in molto migliore stato che le precedenti, e basti il dire che la metà di Figuniedda è bruciata; tuttavolta si possono tuttora nutrire delle ghiande che vi producono più di 4000 capi della suddetta specie.

Se fossero meno offesi potrebbero facilmente ingrassarne più di 12000.

Ne’ suddetti monti è gran copia di selvaggiume grosso e in tutte le specie, che ha la Sardegna, perchè si trovano i cervi, i daini, i cinghiali, ed in più gran numero i mufioni.

Questi ultimi, che amano le regioni aeree della montagna, non si nascondono mai al cacciatore nelle alte rupi di Sette fratelli. Alcuni in caccie particolari per assicurare il colpo sogliono usar quest’arte: esplorano portando in avanti il cappotto: il muflone in vederlo si affissa nel medesimo, e l’uomo lasciando sospesa quella veste a qualche ramo, va a porsi in sito, donde possa ferirlo di fianco.

 
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