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Sardara

SARDARA, villaggio della Sardegna nella provincia d’Isili, compreso nel mandamento di s. Gavino della prefettura di Cagliari, e nell’antica curatoria di Monreale, che fu uno dei dipartimenti del regno di Arborea.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39°, 36' 40" e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0°, 17'.

Siede sulla falda dell’ultima eminenza di quella piccola catena di colline, che da Sellori si prolungano per sette miglia nella direzione del maestrale, e fiancheggiano a quella parte il Campidano di Sangavino.

Quell’ultima eminenza sorgendo tra il maestro e greco-tramontana ripara il paese dagli aquiloni, le altre lo proteggono dal scirocco-levante, ed il notevolissimo colle del vecchio Castello, che comincia a sorgere a piccol tratto dalle abitazioni e ha la sommità a mig. 1 5/6 nella direzione del libeccio, lo difende in parte dal medesimo. Resta quindi esposto al ponente, al maestrale, al greco, al levante, all’austro.

Il caldo estivo, se non è così forte, come nei sottoposti campi, è però molto molesto, quando non regni il maestrale o il ponente, e più ancora quando domini alcuno dei venti meridionali; il freddo è mitissimo nell’inverno, quando taccia il maestrale e il ponente, e sentesi una temperatura di primavera.

Le pioggie sono rare nell’estate; i temporali molto più rari, e ordinariamente poco nocivi. Anche la nevicazione è una meteora rara, in pochissima quantità, e prestissima a svanire.

L’umidità non incomoda, e la nebbia vi si vede assai lieve, se non sia trasportata dalle terre basse, o dal golfo e dagli stagni di Marceddi.

L’aria ha poca impurità per le esalazioni dei terreni pantanosi e per i miasmi prodotti dalla corruzione delle materie vegetali ed animali, se pure il vento non vi trasporti da altre parti quella malignità. Il prosciugamento dello stagno di Sellori è stato un beneficio anche per Sardara, perchè frequentemente i miasmi di quel bacino si volgeano in questo paese dai venti australi. Con poca cura si potrebbe bonificar di più.

Sardara è così situata, che gode d’un bellissimo orizzonte.

Le vie, che dividono in molti gruppi, o isole, le abitazioni, sono irregolari in ogni rispetto, alquanto polverose nel tempo asciutto, e fangose nell’inverno, il che prova la grave negligenza del municipio, che potrebbe renderne migliore il suolo con le pietre, che non mancano.

Le case hanno tutte il cortile, nel quale sono loggie e tettoje per le bestie di servigio, e trovasi il forno e il pozzo, e di rado manca il letamajo e qualche albero fruttifero. La costruzione è poco solida, ed è in pochi punti che vedesi migliorata.

Nelle case di famiglie povere si hanno spesso tre camere, una per la cucina e la macina, l’altra per dispensa e magazzino, la terza per il letto, nel quale si ripongono i cesti, o bugnoli per conservarvi il grano della provvista e della seminagione: in quelle di famiglie agiate le camere sono in maggior numero, e non poche sempre preparate per gli ospiti. La costruzione è in pietre, e non si usano i ladiri (lateres), mattoni crudi.

Territorio. La superficie del sardarese può computarsi di circa 18 miglia quadrate, ed ha i termini verso libeccio e ponente più distanti dalla popolazione, che altrove, massime verso tramontana e greco, dalla qual parte si avvicinano molto a questo paese quelli di Forru e di Villanova-Forru.

Le eminenze più notevoli sono la Punta di Nuragi-Colombus, Genna-Maria un po’ sotto il levante del predetto e Monte Reale. Notasi poi un piccol pianoro a miglia 2 al ponente del paese, una porzione del quale è dentro della circoscrizione di questo territorio. Esso sembra parte dei tre consimili rialti, uno dei quali è al suo maestro, l’altro a greco-tramontana, e l’ultimo prossimo a questi, che sorge a ponente di Mogoro.

In altri tempi era bosco in Monreale e al suo piede contro maestrale e libeccio; ora quei luoghi sono sgombri, e vedesi raro qualche meschino avanzo del-l’antica selva.

Gli arbusti più frequenti sono i mirti. Il lentisco e il cistio è sparso raramente.

Le volpi, le lepri e i conigli sono le sole specie che trovano i cacciatori, e non sono sempre fortunati. Anche le pernici sono in piccol numero; in maggior famiglia i colombi: nelle rovine del castello si vedono molte cornacchie, ed alcuni astori.

Nelle roccie sardaresi è frequente il calcedonio con cristalli di quarzo, che in qualche parte volge al ceruleo e trovasi racchiuso in altro più oscuro che varia in selce piromaca; altrove volge al rosso, e trovasi andando dal paese verso tramontana; altrove mostrasi bianco, come quello che si osserva presso la via a Mogoro.

Questo minerale è in continuazione da Sardara verso Masullas.

Devesi pure notare la roccia trachitica, sulla quale trovasi in qualche parte il calcedonio, quindi l’agata fasciata, che volge dal bianco al bigio, il diaspro verde fasciato esso pure di colore roseo, la calce carbonata romboidale, e la carbonata compatta.

Le fonti d’acque potabili sono pochissime, e meritano appena essere indicate: sa Mitza de Francu a piè di Monreale verso libeccio; la fonte comune presso il paese, dalla quale attinge il popolo; quindi sa Mitza de Mortargius.

I pozzi del paese danno acque pesanti, le quali però non si adoprano che per lavare e abbeverare il bestiame. Ma si comincia a formare delle cisterne.

Nella campagna prossima al castello in una valletta (roja) è un pozzo, che, dicono Funtana de Ortu de Cossu. Ha nelle sue pareti molti nidi di colombi, ma per la troppa profondità nulla giova agli agricoltori, che lavorino nelle vicinanze.

Acque termali. A un miglio e mezzo di Sardara, al suo ponente-libeccio, nel piano presso la chiesa di s. Maria de Aquas sono diverse fonti, alcune dentro la camera de’ bagni, e più altre fuori, tre delle quali sono molto abbondanti, sì che si può farvi gualchiera per sodare i panni, che si lavorano nei paesi vicini. L’area, in cui si trovano passo passo queste fonti è di circa cinque starelli. L’analisi delle medesime operata in Torino dal cav. professore Cantù e da altri chimici è così riferita dal conte La-Marmora.

Gaz-acido carbonico, idrogeno solforato, soda carbonata, soda solforata, soda muriata (idroclorata), magnesia solfata, senza indicazione delle rispettive quantità.

La temperatura di queste acque fu ritrovata dal detto La-Marmora di 48° di Réaumur essendo quella del-l’atmosfera al 15°.

Forse analizzandole nello stesso luogo si avrebbe una più esatta definizione delle medesime. Il signor Efisio Udu abile e dotto chimico sardo, doveva occuparsi di questa operazione; ma dopo scorsi tanti anni non pare che abbia fatto ancora questo che aveva proposto o commesso. Fa veramente onta che in un paese dove sono due università e due professori di chimica non si sieno ancora analizzate nè queste, nè tante altre fonti termali e minerali, che sono sparse nell’isola.

Acido borico (?) Alcuno ha preteso di averlo riconosciuto ne’ fanghi; ma forse fu una illusione.

Sussiste ancora in costruzione romana la casa de’ bagni. Notasi un vestibolo, quale pare esser stato, quindi la sala del bagno, dove sono scavati tre bacini, dai quali rigurgita l’acqua e formasi un rigagnolo accresciuto da altri fili di acqua.

Nel lato sinistro del vestibolo vedesi una camera che mette in una galleria lunga quanto la sala, dove forse abitava il curatore della terma. La galleria comunicava con la sala del bagno, e aveva uscita fuori dell’edifizio. Resta ancora la volta solida e arcuata della sala e del vestibolo con uno sfiatatojo nel mezzo.

Uno di detti bacini è quadrato, gli altri due sono bislunghi e divisi in due vasi per un muretto, in uno dei quali vi è l’acqua calda al grado indicato, nell’altro la tepida.

 
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