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Sant’Antioco

SANT’ANTIOCO o SULCI (Sulci o Sylchi), comune della Sardegna, nella penisola dello stesso nome e nella provincia d’Iglesias, capoluogo di mandamento della prefettura di Cagliari.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 4' 80" e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 40'.

Sorge questo paese incontro al levante nella pendice di un colle, detto Monte-e-Cresia, e va stendendosi verso la sponda del seno boreale, che formasi all’istmo che unisce questa terra alla Sardegna.

Non sono forse ancora scorsi cent’anni, da che in questo luogo, dove già sorse l’antica Sulci (una delle città della Sardegna, che più fiorirono nel tempo de’ fenici, i quali vi aveano mandato una colonia, o forse più veramente instituito una fattoria, quindi nell’epoca de’ cartaginesi e poscia in quella de’ romani) si ristabilì la popolazione; la quale però crebbe con tardissimi aumenti, perchè pochissimi vi si voleano domiciliare, essendo il sito poco sicuro per le frequenti invasioni de’ barbereschi; ma quando quegli infedeli furono obbligati a cessare dalla pirateria e fu abolita la schiavitù, da quel punto crebbe rapidamente il numero degli abitanti, ed oramai si è tanto ingrandito, che questa terra pare già degna de’ privilegii ed onori di municipio.

L’isola di s. Antioco formata nel modo di una testa di cavallo col muso nella parte meridionale, le orecchie nella punta settentrionale, è lunga dal Capo Sperone a quello di Calaseta, quasi nella linea meridionale miglia 9 1/2, larga dal ponte grande, in fin del-l’istmo, sino alla spiaggia grande, nella direzione quasi del ponente-maestro miglia 5 1/2 ed ha una superficie di miglia quadrate 29' 16, corrispondente a metri quadrati 100,000,000.

Nel suo littorale contro occidente sono due piccoli seni appena notevoli, uno detto Cala lunga, distante dal capo meridionale di circa miglia 4 1/2, l’altro a poco meno d’un miglio da questo verso austro, detto Calasapone, dove fu già sino a pochi anni addietro in esercizio una tonnara; in quello contro il settentrione apresi il seno, che si denomina da Calaseta.

Il terreno di quest’isola sorge in molte parti rilevato e forma varie colline.

Sono da notare tra esse quelle che cominciano dal sito della popolazione e formano una catena lunga circa miglia 2 in direzione ad austro-libeccio, quindi l’altra più piccola che sorge presso al termine della prima di fianco e procede paralellamente.

Tra dette colline e il littorale di ponente sorgono altre quattro eminenze isolate, e tra queste e il littorale settentrionale levasi quella che dicono Sa Scolcà manna, che credo valesse Guardia grande.

Nella regione meridionale è poi notevole l’eminenza, che appellano Monte Arbu, e un po’ al settentrione di Ganài, o Canai, un’altra collina.

Si potrebbero indicare molte fonti, ma tutte poco considerevoli, come sono i rivoli, eccetto quello non perenne e prende origine da due indicate catene di colline, e si versa nel seno di Calalunga dopo un corso di circa tre miglia.

Ho già indicato nell’art. Iglesias la fonte pubblica, detta is Sollus (cioè le sorgenti), la quale somministra acqua a tutta la popolazione, e potrebbe anco somministrarla a un numero assai maggiore, perchè anche nelle grandi siccità non si è mai veduta in diminuzione. Quest’acqua è tepidetta non solo d’inverno, ma anche d’estate.

In prossimità a questa nel piano a un raggio d’un quinto di miglio alla parte di ponente e tramontana, ovunque si scavi trovasi l’acqua alla profondità di due

o tre metri, e acqua potabile come quella deis Sollus.

Un’altra fontana consimile ed eguale alla descritta deis Sollus trovasi a circa ducento passi dal mare, nel luogo detto is Narbonis che è a maestro-tramontana di quella deis Sollus, ma si è ricoperta dal proprietario del territorio per schermirsi dalla servitù, che dovrebbe patire il suo podere.

Tra le fonti più notevoli sono degne di menzione le due termali e minerali che trovansi presso il lido del seno sulcitano (golfo di Palmas) nel luogo che dicono Porticellu, distanti una dall’altra circa metri 60, ed una più abbondante dell’altra. Siccome la roccia in cui sono aperte le due vene, poco si levano sul livello del mare, però in tempo di pienezza sono stemperate dall’acqua salsa.

In là di questo punto, in quello di Malladorgia, a distanza di metri 10 dalla spiaggia, dentro il mare in un fondo basse or m. 0,25 ed ora 0,40 è un grosso zampillo d’acqua termale, che forma una ruota del diametro d’una tesa, dove è maggiore la forza del calore.

L’acqua viene su con tant’impeto che rimescola le arene in somiglianza d’una ebullizione.

Presso la spiaggia di Coa-e-cuaddu, un miglio sotto all’austro di Malladorgia, è indicata una fonte consimile.

Essendo così corta la distanza di questa fonte dal lito, così basso il fondo, potrebbesi facilmente con pietre, sabbia e terra avanzare il suolo sull’acqua, separarla dal mare e renderla utile a’ malati.

Nell’articolo Iglesias vol. VIII, pag. 329 [vedi vol. 7, p. 17, N.d.R.], abbiamo dato qualche cenno della mineralogia di quest’isola, indicando la stigmite rossa, la brecciolata, la stessa rossa con calcedonio, la per-lite rossa e verde, la bigia e verde, la nera attraversata da venette verdi, o variata da nuclei concentrati di feldspato rosso; la trachite vitrea, perlata ec., la jalite mammillare, limpidissima, il calcareo compatto di Ganai; il porfido rosso ec. Or diremo che la roccia dominante è la trachite, essendo massima parte di questa terra, come lo è pure della prossima isola a ponente-maestro, detta s. Pietro; che tra’ prodotti pirogeni sono notevoli le ossidiane vitrose e perlate, e che vi abbonda il piombo entro la roccia calcarea, nel che pare sia stata la regione del nome di Molybode o di Plumbea, con cui fu appellata dagli antichi.

In tempi lontani da noi erano in quest’isola non solo cervi, daini e cinghiali, ma ancora capre e cavalli selvatici, progenie certamente di greggie e armenti di cavalle, che restarono in loro libertà, quando l’isola rimase deserta di abitanti, o per essere stati portati via in schiavitù, o per essersi ricoverati nel prossimo continente. Poi quando alcuni pastori, uomini di coraggio, vi rientrarono con i loro armenti e le greggie per approfittare di quella copia di pascoli, quei cavalletti, piccoli di statura più che gli altri della Sardegna, a poco a poco furono assoggettati, e adoperato al servigio, e con una continua guerra si annichilarono le altre specie.

I selvatici che attualmente vi trovano i pastori sono lepri e volpi.

Devesi notare una gran quantità di pernici principalmente nella regione di Ganai, e copia di colombi, i quali nidificano nelle grotte che sono in gran numero nelle coste di ponente, dove pure frequentano i vitelli marini.

Nel citato art. d’Iglesias si è parlato dell’istmo che congiunge quest’isola al continente sardo, e si sono indicati gli isolotti, ne’ quali l’istmo è diviso; essi erano Perdamanàgus, che comunica con la Sardegna per il ponte detto di s. Catterina. Cornolungo, che si unisce a Perdamanàgus per il ponte di mezzo e a s. Antioco per il ponte grande: ora noteremo che la lunghezza di quest’istmo non è più di miglia 2, e che per due terzi si dirige dalla Sardegna verso austro, formando una sponda dello stagno di Palmas, per l’altro terzo verso ponente-libeccio.

Il clima di s. Antioco è uno dei più felici. In estate il calore è temperato da’ venti periodici di mare, nell’inverno si gode un gradito tepore e il termometro di rado si abbassa sotto li 10° di Reaumur.

 
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