Ruinas

RUINAS, altrimenti detto Oruinas, villaggio della Sardegna nella provincia di Busachi, compresa nel mandamento di Senis della prefettura di Isili e nell’antico dipartimento, o curatoria di parte Valenza del regno di Arborea.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40°, 54', 10" e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0°, 17'.

Siede sopra il gran colle del suo nome in un piano del medesimo, che ha una superficie di più d’un miglio quadrato sino alle pendici.

La elevazione di questo luogo è più tosto notevole, perchè nel livello de’ pianori della gran Giara, del-l’altipiano Usellese e di quello di Samugheo, co’ quali il piano Ruinese formava una sola superficie prima che tante parti avvallassero per le interne convulsioni della terra.

Superiore al suo sito sorge al ponente la mole del monte Grìguini, dalla qual parte però è nulla la ventilazione, mentre dalle altre è ben sentita.

La vicinanza della suddetta montagna, che ha il suo piede contro il piè della eminenza di Ruinas fa che spesso vi si patisca dai nembi che si raccolgono su quelle vette.

Il calore estivo non è molto forte, non lo è neppure il freddo, ove non soffi dalla parte del borea.

La neve non è rara nell’inverno, ma non molto durevole.

L’aria è salubre, e se ha impurità proviene questa dalle immondezze e da’ letamai: nella valle di levante non mancano ne’ tempi dell’intemperie, ma non sorgon tanto i miasmi da mescolarsi nell’ambiente del paese.

Le vie dell’abitato sono irregolarissime, ma senza grandi fanghi nell’inverno, perchè il suolo è roccia. Le case hanno tutte il cortile davanti e un orticello da dietro: ne’ cortili resta ammucchiato il letame finchè non vien l’ora di spargerlo su gli orti.

La superficie del territorio de’ Ruinesi è di circa 20 miglia quadrate, e comprende una parte del Griguini.

Le fonti non sono in gran numero nella eminenza dov’è il paese, ma molto frequenti nel fianco del Griguini. Le più notevoli sono le denominate di s. Teodoro in distanza del paese di mezzo miglio, quanto pure distano quelle di Bolta Corongia e di Abbadda, dopo queste le fonti del Fico e di Meliana, quelle del Leone, di Raduzana, di Cannas, di Crucuri, lontane le due prime di minuti 15, la terza di 30, la quarta di 45, la quinta di un’ora, l’ultima di un’ora e mezza.

I popolani si servono della prima andando a prenderla con disagio. L’acqua de’ pozzi del paese non è potabile.

La valle di levante è bagnata dal fiume Imbessu, che porta le acque delle fonti boreali della Giara in tributo all’Arascisi, che è uno de’ principali rami del Tirso. La confluenza si effettua al greco del paese a poco meno d’un miglio e mezzo.

Il rio Imbessu e l’Arascisi separono il territorio dei Ruinesi da quello di Allai, Samugheo ecc.

In queste acque abbondano le anguille e trote, e si prendono talvolta anche de’ muggini nelle nasse e con altri mezzi. I pescatori sono pochissimi.

Dopo i molti incendi e il taglio irregolare che si facea nei monti non si trovano selve notevoli. Le specie sono elci e quercie, la prima però più numerosa della seconda. In generale i luoghi incolti sono coperti di boscaglia o di macchie, dove si trovano cinghiali e daini, e più rari i cervi.

Popolazione. Nell’anno 1847 si numerarono in Ruinas anime 690, distinte in maggiori di anni 20, maschi 206, femmine 217, in minori, maschi 133, femmine 134, distribuite in famiglie 169.

Comunemente sono i Ruinesi gente di buon carattere, laboriosi, ma poco industriosi.

L’istruzione è trascurata in ogni rispetto, e la scuola elementare trovasi chiusa per mancanza di maestro.

In tutto il paese forse non sono otto persone che sappian leggere e scrivere.

Godesi in generale buona sanità, e se si avesse cura dei piccoli la loro mortalità non sarebbe quanta è, massime dopo che si fa sentire sempre meno perniciosa l’influenza vajuolosa per buon effetto della vaccinazione.

Le malattie più frequenti sono infiammazioni addominali, e febbri periodiche nell’autunno.

Per la cura della salute non vi è altri che un flebotomo. Ma manca il farmacista e la levatrice.

I proprietari sono moltissimi, perchè quasi tutte le famiglie possiedono qualche cosa, poche però tanto che possano dirsi ricche.

Le persone applicate alla agricoltura saranno circa 160, le addette alla pastorizia 50; molte però di queste praticano insieme l’arte agraria. Quindi da quaranta a cinquanta altri servono ad altri come giornalieri, quando sono condotti.

I mestieri sono esercitati da pochissimi. Nessuno si occupa di negozio.

Persone mendicanti non se ne vedono, e le donne povere si occupano a filare in servizio di qualche famiglia.

In tutte le case si ha il telajo, e si tesse il lino e la lana per l’uopo particolare.

Agricoltura. La superficie coltivata da’ Ruinesi si può computare di starelli 2300, poco meno di tre miglia quadrate, vale a dire circa un settimo del territorio. Ma quella che produce annualmente è molto, perchè non si arano più di 1170 starelli, e la vigna con gli orti non supera li starelli 230, sicchè restano in riposo più di starelli 900.

L’ordinaria seminagione è di starelli 650 di grano, 200 d’orzo, 60 di fave, 200 di lino, 40 di legumi.

La fruttificazione in circostanze favorevoli aumenta il seme del grano a 15, dell’orzo ad altrettanto, delle fave a 8, de’ legumi ad altrettanto. Uno starello di semenza di lino si computa in media che possa dare libbre 35 di lino.

Nelle regioni incolto e di pascolo si fanno de’ no-vali, che producono molto. In alcuni siti i terreni, spesso dissodati da uno stesso colono, sono stati riconosciuti di sua proprietà.

Gli alberi fruttiferi sono di molte specie e varietà, ma non molto numerosi.

De’ grandi chiusi destinati per la pastura e in qualche loro parte anche per la coltura che si dicono tanche appena se ne possono indicare sette od otto.

Pastorizia. È poco prospera se si confronti l’estensione dei pascoli col numero dei capi che si educano.

Nel bestiame domito si annoverano, buoi per l’agricoltura 340, cavalli 60, majali 60, giumenti 110.

Nel bestiame rude erano, vacche 350, capre 1500, pecore 2000, porci 800.

Il caseificio si fa con metodi poco saggi, onde la non buona qualità del prodotto.

Ne’ cortili del paese si ha gran copia di pollame.

L’apicoltura è piuttosto negletta.

Commercio. Quello che sopravanza al consumo della popolazione vendesi ad Oristano.

Le strade per il trasporto sono difficili per le acclività e declività non mitigate in nessun modo.

Aggiungasi che sul rio Imbessu e sul fiume Arascisi non si trova alcun ponte, e nella pienezza dei medesimi, quando il guado è vietato e son portate vie le travi, sulle quali si suol passare, resta impedito il trasporto.

Religione. Il popolo di Ruinas è sotto la giurisdizione dell’arcivescovo d’Oristano, ed è servito nelle cose spirituali da due preti, il primo dei quali ha il titolo di rettore.

La decima che i medesimi percepiscono dei frutti maggiori e minori può sommare a l. n. 3000. La chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione di s. Giorgio martire e trovasi in sulla estremità dell’abitato.

Fuori del paese era alla distanza di mezzo miglio la chiesa di s. Teodoro, che è stata dissacrata da circa cinquant’anni. Avanti di quell’epoca festeggiavasi nella medesima per il titolare nel mese di maggio con gran concorso di forestieri; e molti del paese e di altri luoghi vi andavano e restavano per far la novena.

Le feste principali di Ruinas sono per il titolare nella quarta domenica di settembre e per s. Teodoro addì 19 maggio.

 
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