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Putifigàri

PUTIFIGÀRI o POTIFIGARI, villaggio della Sardegna nella provincia d’Alghero, compreso nel mandamento d’Itiri della prefettura di Sassari, e già parte della curatoria di Coros che era uno dei dipartimenti del regno di Logudoro tra la Nurra, il Nullauro, la Nurcara, Figulina, Fluminaria e Montes.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 33' 30" e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 39' 20".

Sorge sulla pendice di una collina protetto alquanto dal ponente a borea, scoperto a’ scirocchi e levanti, onde l’aria è piena di umidità, fortissimo il calore nella state, raro fenomeno la neve nell’inverno.

I temporali non sogliono arrecar danno agli agricoltori, come fa sovente la nebbia.

Le pioggie sono come altrove piuttosto scarse.

L’aria non è molto salubre, e in alcuni mesi è impura di miasmi nocivi. Se fosse maggiore intelligenza negli uomini sarebbe minore e quasi nulla la malignità che nuoce ai forestieri, e talvolta anche ai naturali.

Le case sono costrutte di pietre con argilla in luogo di calcina, ed hanno un cortile cinto da muro secco o da siepe. Tra i fabbricati nessuno è notevole fuori del palazzo baronale.

Monumento della antica giurisdizione criminale de’ baroni sopra i loro vassalli vedesi una piccola prigione.

Territorio. In rispetto alla popolazione esso è assai esteso, e sarebbe sufficiente al ventuplo della medesima, o a dieci paesi di 500 anime ciascuno, perchè la sua estensione si calcola non minore di miglia quadrate 22.

La superficie è montuosa, ma non aspra, e potrebbesi in ogni parte esercitarvisi l’agricoltura.

Le principali eminenze hanno i nomi di Sedonai, Marrone, Londras, Sufocu, Montemajore che sorge a poco più d’un miglio all’austro del paese, dalla sommità del quale si può vedere intorno un vastissimo orizzonte, e prossimamente l’agro amenissimo d’Alghero, quindi le sue marine, il golfo torritano, l’Asinara ecc. Aggiugni i colli appellati Sa Quessa, Rascieri, Peddone, Timonas, Sa Caccia manna, Ispidde, Rocca-ruja, Picchedda.

Fra le roccie del territorio di Putifigari riconoscesi il diaspro rosso, un po’ screziato della stessa tinta, sebbene alquanto più cupa, la selce piromaca oscura e il quarzo concrezionato in decomposizione tinto in verde dal rame carbonato.

Sola la decima parte del territorio è dissodata e si coltiva male, il rimanente è coperto di vegetabili.

Gli alberi ghiandiferi sono sparsi per tutto, e in numero maggiore de’ lecci e delle quercie i roveri, onde si formano considerevoli selve.

Gli olivastri trovansi passo passo e alcuni molto annosi a grossissimo tronco; nè sono meno comuni i perastri, i pruni.

Le legne cedue ingrombrano la massima parte del suolo con gli arbusti del corbezzolo e del mirto, i lauri, il lentisco, i timi ed altre piante aromatiche che fan soavi le aure.

Le selve di Putifigari vedonsi prospere, ed è da gran tempo che non si destò incendio fra le medesime; si accese però il fuoco in più parti dove erano sole specie cedue, ma rinacquero le piante dai loro sterpi, e vegetano con molto lusso.

I ghiandiferi e i salti di Putifigari sono abbondantissimi di cinghiali, daini e cervi, martore, lepri e volpi, e hanno tutte le sorta di volatili che amansi da’ cacciatori.

Le fonti sono poche e comunemente poco copiose. Meritano menzione quelle di Badde-Mele, Sa vena frisca, Sos Bandidos, Sos Narvones, su Fangone, Sa Marassa, Sa Tragonaja, Sa Pischina-altare. Nel paese bevesi un’acqua che pesa sullo stomaco, il che è una costante causa di insalubrità.

Dalle medesime si formano alcuni rivoli tributari del fiume d’Alghero, e altri del Temo.

Tra quelli che formati da scaturigini di altre contrade entrano in questa indicherò il fiume di Scalamala che scorre verso borea lungo i limiti orientali della selva ghiandifera di Valverde e traversando la gran tanca di Rudas va ad unirsi a quello di Alghero al ponente-maestro di Putifigari. I principii di questo sono dal rio Sa Enafrisca e da quello di Baddemele procedenti uno e l’altro dalle fonti che sono nel monte che sorge a levante del porto della Speranza, i quali si congiungono nella convalle di monte Maggiore al suo ponente e uniti cadono con gran fragore da una alta rupe verticale, formata nel modo della mensa d’un altare, in un gran bacino scavato notevolmente nella stessa roccia, circondato di mirti, allori, corbezzoli e annose quercie, soggiorno caro alle tortore e gazze, alle filomene, ed a’ canori usignoli, dove i passeggieri arrestansi a riposo tra le grate ombre e le dolci melodie, dove i baroni di Putifigari, quando faceano caccia nelle prossime regioni, andavano con la loro comitiva per ristorarsi con laute mense campestri imbandite di varie specie di selvaggio e di anguille squisite, che come in un serbatojo artificiale trovansi in quel bacino e facilmente colgonsi col giacchio.

Questa specie di pesci è pure numerosa ne’ gorghi dei fiumi, e i putifigaresi sono tanto destri a prenderle infilzandole con la lesina, che talvolta in questo modo quando le acque sono basse riesce a un solo individuo, e in poche ore, di prenderne da quindici a venti libbre fra’ giunchi e sotto le pietre. Alcuni però di essi, quando il posson fare usano di avvelenare le acque de’ tonfani, distruggendo così la specie in quel sito e cagionando gran pernicie agli animali che vi si dissetano.

Il lentisco vegeta per tutto in grandi macchie e produce molto frutto, dal quale non si sa ricavare tutto l’olio, perchè per mancanza di molino lo pestano co’ piedi dopo di averlo tratto dall’acqua bollente entro un sacco. Cotesta incuria degli uomini profitta agli animali che si impinguano del medesimo.

I pastori di Putifigari perchè ne’ loro ozi attendono a insidiar le specie selvatiche godettero in ogni tempo della riputazione di esperti e destri cacciatori, epperò le caccie, dov’essi servivano, erano sempre fruttifere e gratissime. Nel paese e nelle contrade d’intorno è ancora viva la fama di Giovanni Caddeo, uomo di piccola statura e di grande agilità, pastor di capre e di porci, il quale quasi giornalmente attendeva alla caccia, e vi attese dall’età di 16 anno sino a quella di 75 in cui morì verso il finire del 1820, uccidendo in totale, daini 2084, cervi 1843, cinghiali 3046, vale a dire capi grossi 6973, senza far conto delle specie minori, volpi e martore, e de’ volatili. Pratico di tutte le regioni del putifigarese sapea dove le fiere solevano frequentare, ne riconosceva le orme e sapea trovarle. Era in tre modi che facea la caccia. Or mettendosi in agguato sopra un albero, cavalcione in un ramo, aspettava che la fiera uscisse dalle macchie per pascolare; or si appiattava fra’ cespugli presso il fonte, dove dalle traccie sapeva che la fiera era solita andare, e nella calda stagione quando la messe dell’orzo è già matura e i cinghiali ghiotti delle spighe non ancora secche, vanno a mangiarsele, ponevasi sopra i passi che gli animali aveano lasciati impressi certo che ritornerebbero al pascolo per la stessa via: le quali maniere di caccia sono quelle che i sardi dicono de oretu o oritu. Era una gran maraviglia per tutti che il Caddeo non fosse mai stato offeso in cotesto modo pericoloso di cacciare il cinghiale, perchè se l’animale sia leggermente ferito assale con ferocia l’uomo. Egli fu più volte assalito, e destro come era lottò col ferro e n’ebbe vantaggio.

Dopo la morte di questo famigerato cacciatore si trovarono appesi nella capanna tre diversi rotoli di tessere, nelle quali era solito incidere il numero delle vittime nelle tre diverse specie sunnotate.

 
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