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Orune

ORUNE, villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura di Nuoro e nel mandamento di Bitti.

Secondo quello che notò il Fara nella sua corografia Orune fu compreso nel Goceano del giudicato di Logudoro e nella diocesi di Castra; ma forse nel principio non apparteneva nè a quel regno, nè a quella diocesi, come sappiamo non essere appartenuti nè Bitti nè Onani che sono nella stessa regione. Può essere che nelle guerre che furono tra’ regoli quello di Gallura abbia fatto delle perdite, o dovuto placare il vinto con la concessione di qualche castello o regione. Altrove abbiam parlato sullo stesso tenore in rispetto al castello di Montacuto, che certamente era dentro la frontiera della Gallura. V. art. Gallura.

La situazione geografica di questo paese è nella latitudine 40° 24' e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 15' 30".

Siede in sull’orlo del grande altipiano bittese, quasi direi nel primo grado della costa e discesa in sulla valle di Marreri, esposto a’ venti de’ due quadranti meridionali dell’orizzonte, e mal difeso dagli altri, la cui corrente non passa molto alta su tetti. Più volte all’anno si fanno sentire in tal violenze che prostran gli uomini e svellon gli alberi.

Nell’inverno, così come nel resto della contrada bittese, la temperatura talvolta è immite secondo il vento che spira, e la terra si copre di nevazzo.

Nell’elevazione in cui si trova l’abitato che ingombrasi soventi di nebbia questa non sorge dalla prossima valle, ma è di nuvole basse che passano e si arrestano; quindi è innocente.

Le tempeste di grandine e di fulmini sono piuttosto rare.

L’aria sarebbe purissima se nel paese, che è in suo-lo secco non fossero de’ letamai.

L’abitato occupa un’area considerevole ed è traversato da una strada principale, che, come quella della capitale, nel quartiere del castello, per l’uso di nominar le cose con le contrarie indicazioni, dicesi diritta perchè non diritta.

Territorio. È di grande estensione, parte sull’altipiano e parte sulle pendici del medesimo.

Notansi alcune eminenze prossime al paese, delle quali una in forma di colle, e sono appellate di s. Andrea, di Monte marche, e Su Nodu de sa mandra veccia, nella cui sommità trovasi lo spettatore in centro ad un amplissimo orizzonte, e soglion riposare i banditi, siccome in luogo onde sono veduti tutti i sentieri, e si hanno molte uscite a salvezza.

Il granito è la roccia che trovasi per tutto, la quale in siti trovasi perfetta, come è paruta ad alcuni, e potrebbe adoperarsi dall’arte a belle opere.

Le fonti sono moltissime e versano tanta copia di acque che si formano in frequenti ruscelli perenni e vanno in aumento de’ fiumi, uno detto il Badesole, primo confluente del Tirso, l’altro il Marreri in fondo alla valle ed è confluente del Cedrino: i quali se pajono ordinariamente di poca importanza sono però terribili e dannosi, quando per le piogge crescon da’ torrenti; già che allora impediscono minacciosi il passaggio e mal contenuti nel piccol e poco profondo alveo si slargano invadendo i seminati e rovinando i lavori e le speranze degli sfortunati agricoltori.

I rivi principali che versano nel primo di questi sono quel di Marras, Ortivirde, Canu de’ Kerbu, e Oliu; nel secondo quel di Monte Kerbosu, Nidecorbu, sa Matta.

Sono alcuni piccoli crateri dove si raccolgono le alluvioni, e in parte paludi, che non sembra essere in alcun tempo causa d’infezione all’atmosfera, trovansi anguille, nuotano varie specie acquatiche, e abitano piccole testuggini.

I grandi vegetabili sorgono in tutte parti, eccettuate una sola regione, dove il fuoco ne fece distruzione, e vedonsi ora di specie miste, ora una sola predominante, dove un po’ rari, dove folti. I ghiandiferi sono assai comuni nelle tre specie. Nel piano e salto, che dicono di s. Efisio, il leccio è la sola specie, e molti individui, quelli che il caso salvò dalle scure de’ pastori, sono in tutta integrità e sviluppo e di notevole grandezza, e in alcuni tratti hanno nella ramificazione forme così belle che paja esservisi adoperata l’arte, come in un giardino.

Selvaggiume. In questi salti volano tutti i maggiori uccelli, le aquile, gli avoltoi, i falchi e gli altri volatori di rapina; sono numerosissimi i colombi, le pernici e tante altre specie gentili.

I cacciatori prendono cervi, daini, cinghiali, volpi, lepri, ricci (erìtos) e martore. Soventi si formano grosse compagnie, ed è la caccia una delle migliori ricreazioni per i benestanti.

Si fanno più spesso le caccie mute; si attende la fiera dove per le sue traccie si sa che essa passa per andar a pastura o a bevere, e quando essa viene sotto il colpo si opera.

Popolazione. Componesi di anime 1805, distinte in maggiori di anni 20, maschi 550, femmine 560, e minori, maschi 345, fem. 340, divise in famiglie 440.

In numero medio nascono all’anno 60, muojono 35, si contraggono 12 matrimoni.

L’ordinario tratto della vita è al sessantesimo.

Le malattie più frequenti sono le infiammazioni di vario genere. Il passaggio dal caldo al freddo è spesso micidiale e i più muojono di dolor laterale.

Gli orunesi vestono come i bittesi. Nel cappotto usa-si l’azzurro per le rivolte, o i soppanni, lo stesso colore vuolsi nel rovescio del giubbetto di scarlatto, il rosso per orlo nelle brache e negli usatti. Al cappotto o cappottino aggiungono il gabbano, chè è talare, con la cocolla, e le pelliccie d’agnelli, e con maniche in forma di casacca nella stagione invernale per i pastori, i quali come le bestie da essi governate passano le più crude nottate di pioggia, di vento freddo, di ghiaccio, e di neve, nel salto, dove non si possono ricoverare che sotto gli alberi,

o in una capanna formata di rami. Tutti i menti sono barbuti, tutte le teste zazzerute, tutte le persone con le cartucciere sopra il cinto di cuojo, e i pastori spesso armati di scure, arma di cui giustificano l’uso. Le persone distinte vestono come nella città, ma spesso uniscono alcune parti delle due mode. Il cojetto è usato da pochi.

Le donne usano la benda, come esse dicono, o il velo di lino gentile, il giubbetto (su corittu) tutto foderato a velluto rosso o azzurro con vari ricami, con maniche fesse in avanti, che vestesi sopra un busto (s’imbustu) il quale in avanti gonfiasi in somiglianza d’un petto di gallo con la testa senza collo, sotto il quale portasi un corpetto di panno giallo, guarnito a velluto o nastro rosso o in broccato. Le gonnelle sono di panno rosso, grigio o nero, e nel lembo hanno una fascia di altra roba, larga più d’una spanna con tre giri di nastri a diverso colore sopra e sotto quella zona. Negli ornamenti d’oro e argento non c’è quel lusso che vedesi nelle donne campidanesi.

Nelle felici contingenze vedesi esultazione e allegrezza di conviti, danze e canti; nelle funeste una profonda tristezza, silenzio, ritiro, solitudine, principalmente nelle donne.

I defunti seguono a onorarsi con le nenie funebri, nè si possono persuadere che sia cosa empia piangere sopra i cari che si perdono, e ricordar piangendo e cantando mestamente i pregi estinti, le speranze mancate, come si persuadono che sono veramente cosa illecita tante pratiche superstiziose che si lasciano sussistere, e si fomentano per mala cupidigia. Era però irreligioso e indecente che l’attito si facesse, come in altri tempi si facea nella chiesa, sopra la tomba del defunto, quando le vedove, le madri o le sorelle andavano ne’ dì festivi alla messa dell’aurora standovi scarmigliate e piangenti.

Sul carattere morale degli orunesi si è notato quello che era a notare nell’articolo Nuoro provincia.

I corpi sono ben fatti e robusti, però pazienti della fatica, quando v’è volontà di faticare, e duri ai rigori delle stagioni.

 
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