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Nuraghi, villaggio

NURAGHI o NURACHI, villaggio della Sardegna, così chiamato da un nuraghe, del quale si vedono gli avanzi nel mezzo dell’abitato, contiensi nella provincia di Busachi e nella Prefettura di Oristano entro il mandamento di Cabras.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 58' e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 34'.

Siede nel campidano arborese a poco più d’un miglio dalle sponde orientali del grande stagno di Ponti, ed ha alla parte boreale il fiume di Riola, alla parte avversa la palude del suo nome, e prossima a questa un’altra verso sirocco, per le quali acque, e moltissime altre che stagnano intorno al paese è grandissima l’umidità che vi si patisce: frequente, crassa e nociva la nebbia, da cui ingombrasi il suolo. Il calore è fortissimo nelle giornate estive se non sia temperato da qualche vento fresco o dall’imbatto, il freddo assai mi-te nell’inverno, e allora nelle più fredde notti appena si vede qualche sottile tavoletta di ghiaccio, e la neve

o non cade o per poco imbianca il suolo con leggero velo. La pioggia, come nella restante regione, è piuttosto scarsa, i temporali sono rari, e i venti non hanno ostacoli. L’aria è insalubre da sul finire della primavera sino a più che mezzo l’autunno per i molti miasmi che esalano da’ pantani apertisi nell’alveo del fiume, poichè si ruppe la corrente, e dalle vicine paludi.

La estensione territoriale del nuraghese non si può computare maggiore di miglia quadrate cinque o sei, tutta piana senza alcuna notevole gibbosità, senza altre depressioni, che quelle in cui stagna l’acqua in piccoli e grandi crateri. Mancano le sorgenti e devon bevere da’ pozzi quelli che non hanno cisterne.

In questa regione sono in gran numero le volpi, i conigli, e si trovano non poche lepri, pernici, tortori e varie altre specie di uccelli gentili, e nelle acque anitre, folaghe, ecc.

I bacini ne’ quali impaluda l’acqua non sono meno di diciannove. Da molti svanisce per evaporazione sotto i caldi raggi della primavera, da altri no, massime se l’inverno sia stato piovoso.

Essendo la superficie nurachese di circa tre mila starelli e di questi essendo coltivati solo 1600, il rimanente è occupato dalle acque ferme.

Di queste paludi la maggiore che indicammo all’austro dell’abitato, e che avrà più di un miglio in circonferenza è resa dalla credenza popolare un oggetto di terrore. Raccontano i pastori e contadini i quali nella notte vi passano o restano vicini, che tra il profondo silenzio si odono uscire dal fondo orrendi muggiti, e che spaventate da’ medesimi le bestie pascolanti nelle rive se ne fuggono spaventate. A spiegarne la causa vogliono quei semplicioni che in centro al bacino sia un passaggio al regno di Satanasso, e che uscendone o entrandovi faccian sempre i demoni quel rumore terribile. Persone d’immaginazione men fervida ristrinsero quel maraviglioso a un rumore che spesso vi si ode verso il centro; ma nessuno finora vi andò sopra uno schifetto a esplorare da vicino donde sia quel suono.

Quando comincia a comparire il fondo delle paludi essiccantisi e quando nell’autunno cominciano a sedervi un’altra volta le acque è tanto il fetore che ammorba l’aria dintorno, che non vi si può passare in prossimità senza odorare aceto aromatico. Secondo il vento che domina l’aria stessa delle case è appestata dall’effluenza delle quattro paludi più vicine.

Sono tante e così maligne le zanzare che nascono in queste acque, che non si può riposare nè di giorno nè di notte senza la precauzione delle zanzariere, e gli stessi uomini più duri non potrebbero ristorarsi col sonno se non lo aggravassero con larghe bibite di vernaccia. Tra un calore soffocante gli altri devonsi coprire con le lenzuola per preservarsi dagli aculei dolorosi che lasciano vestigie non subito cancellabili anche nelle cotenne non molto delicate. Cotesto tormento è maggiore in quegli anni, quando o non si disseccano, o tardano a vuotarsi le paludi propinque.

Quanto moleste agli uomini, tanto son esse perniciose al bestiame, al quale causa morbi fatali l’acqua corrotta di cui si dissetano ne’ tempi che fermenta in esse la malignità, e poi una certa lanugine che vegeta nel fondo scoperto, la quale non si può digerire dagli animali e massime da’ buoi.

Tutti questi incomodi e danni erano assai minori in altri tempi, quando i nurachesi erano meno infingardi e davano scolo a molti di questi bacini evacuandoli in un canale che metteva capo nel fiume di Riola. Allora quei crateri restavano asciutti anche d’inverno, erano seminati con molto profitto, e il prodotto dell’agraria del paese era maggiore dell’attuale di un buon quinto, perchè aveansi altri quattrocento starelli di terreno, e terreno fertile, quale da tutti si conosce il terreno di Lorissa. Poi non si volle più curare il canale, e le acque ristagnarono. Possa alcuno scuotere dall’inerzia quella buona gente, e riaprirsi il canale a incremento dell’agricoltura e per la sanità degli abitanti, e minor loro molestia.

Agricoltura. Il terreno de’ nuraghesi non ha minor virtù generativa, che altre regioni del piano arborese, dove le granaglie fruttificano copiosamente, le viti prosperano, e vegetano con molto lusso gli alberi.

Le quantità ordinarie della seminagione sono così come si notano, starelli di grano 600, d’orzo 150, di fave 40, di lino 20, di legumi 10.

La produzione suol moltiplicare le semenze, del grano al 10, dell’orzo al 14, delle fave al 12, de’ legumi al 6; e si hanno 15 fasci (di 12 manipoli ciascuno) di lino, da’ quali sono prodotte libbre 75, cioè libbre 5 di fibra da ogni dodici manipoli.

Le viti più comuni sono quelle che danno l’uva detta vernaccia, malvagia, moscato, negravera, semidano, alopus, lacornassiu, tenagi-rubiu, monica, corniola ecc.

La prosperità delle medesime non è minore, che altrove, la bontà de’ vini niente inferiore al vanto di quei di Solorussa e Sanvero Milis. Il mosto del vino comune si suol vendere a’ negozianti d’Oristano, e bruciasi in pochissima quantità per acquavite.

Ne’ chiusi sono piante fruttifere in gran numero, e le specie più frequenti, olivi, ficaje, susini, peri, pomi, albicocchi, peschi ecc. Gli olivi possono sommare a individui 6000, gli altri complessivamente a 10000.

In tutta la estensione territoriale si possono numerare 240 chiusi, l’area totale de’ quali si computa di circa 800 starelli. Ne’ medesimi si semina e alternatamente si tiene a pastura il bestiame domito.

Pastorizia. Questa è ristretta, e determinata alla seguente specificazione e numerazione; avendosi cavalli circa 70, buoi 600, pecore 2500, capre 100, giumenti 100. Le capre pascolano in altri territori, le pecore nel maggese e nel prato, le altre specie nelle tanche.

Il formaggio che si fa dal latte pecorino è di quel-l’ordinario, che dicono formaggio bianco, o di cantina.

Popolazione. Conta Nurachi circa 180 famiglie ed anime 660. Il movimento si può segnare nelle seguenti medie, di nascite 27, morti 20, matrimoni 4.

Le malattie più frequenti sono i dolori di punta nell’inverno; nell’estate poi e nell’autunno le febbri intermittenti e le perniciose. Molti patiscono di stomaco, e la mortalità si osserva più frequente nella minor età.

La professione generale è quella dell’agraria, alle altre essendo ben pochi applicati, i quali tuttavolta possono esser inclusi anche nella prima. Le donne lavorano in circa 150 telai.

Alla scuola primaria non concorrono più di dodici fanciulli.

Religione. I nurachesi sono compresi nella diocesi d’Oristano, e curati nello spirituale da due preti, il primo de’ quali ha il titolo di vicario.

 
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