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Nughedu (di Parte Barigadu)

NUGHEDU (di Parte Barigadu) [Nughedu Santa Vittoria], villaggio della Sardegna nella provincia di Busachi, compreso nel mandamento di Neoneli della prefettura di Oristano, e già parte del regno d’Arborea.

La sua posizione geografica è nella latitudine 40° 6', e nella longitudine dal meridiano di Cagliari 0° 10'.

Il territorio è più che sufficiente a’ coloni, e lo sarebbe anche al doppio dell’attuale popolazione. Esso è piuttosto montuoso, e coperto in massima parte di bosco.

Il paese è presso a’ confini in sito eminente, donde si stende un’ampia prospettiva principalmente alla parte di sera. La sua altezza dal livello del mare è stata computata di metri 534,15.

Tra le eminenze è pure a notarsi l’Oddimoro, che dicono pure Sas concas.

La superficie del Nughedese è generalmente così aspra e scabra, che non solo sieno le vie difficili a’ carri, ma agli stessi cavalli. Spesso occorrono massi o dispersi o ammucchiati, tra’ quali restano patenti molte cavità, tane e ricoveri a cinghiali. Nelle rupi cresce l’oricella, nè il pericolo che vi è in raccoglierla trattiene i Galluresi che vagano fra le montagne a empirne i loro sacchi per poi venderli alla fattoria inglese.

I ghiandiferi sono sparsi in tutte parti fra diverse altre specie, e in molti grandi tratti formano selva. I soveri sono più numerosi, e crescono a dimensioni colossali. Nel sito che dicono Pischinas vedesene uno che non si misura al pedale con meno di 10 metri.

La vegetazione de’ corbezzoli vi è pure prosperissima.

Il selvaggiume è molto copioso, principalmente i cinghiali e i daini. E sono pure molto numerose le specie degli uccelli.

Delle molte fonti di questo territorio la più stimata per la purezza e limpidezza delle acque è quella che dicono Dess’arangieddu.

I principali rivoli che scorrono in esso sono due. Uno di essi è detto Su riu de sas pèrtigas, l’altro Su riu de Oddimoro. Il primo viene da levante e dal territorio di Serradile entra in questo, scorrendo fra burroni e sotto l’ombre dense de’ ghiandiferi per versarsi nel Tirso dalla sua sponda sinistra. È perenne, ed anche nella siccità estiva volge le sue acque limpide a gran beneficio de’ pastori. L’altro ha sua origine in alcune paludi limacciose del salto di Neoneli, e dopo aver errato in una lunga linea tortuosa, entra nei territorii d’Ardali tendendo al Tirso, al quale però cessa di portar tributo nell’estate. Nell’autunno e nell’inverno la sua corrente pone in movimento alcuni molini, dopo la primavera, quando quella interrompesi, si prendono ne’ suoi gorghi molte anguille, e alcune assai cresciute.

Nel bosco sono moltiplicati assai i daini, i cinghiali, e trovansi cervi di gran corpo. I cacciatori vanno spesso in grandi brigate, e di rado mancano di fortuna.

Le caccie sono in quello e ne’ prossimi paesi uno de’ migliori modi di ricreazione, alla quale si invitano gli uni gli altri passando ne’ boschi una o due notti nell’allegria dei canti e spesso della danza.

Il clima è un po’ freddo nell’inverno, anche nel paese, per la sua situazione sopra una eminenza, sulla quale volgesi senza impedimento l’influsso de’ venti di tramontana, ponente ed austro. Le pioggie non sono scarse per la vicinanza alle grandi montagne, ed avviene talvolta, cosa infrequente in altre situazioni, che piova di seguito più giorni, e non di rado più settimane. In questa continuazione è l’infortunio degli agricoltori, perchè o non possono seminare a tempo, o vedono perire i semi gittati. Per la stessa notata causa della frequenza delle pioggie rompono terribili nella stagione estiva i temporali, e cade furiosa, densa e grossa la grandine a devastare i raccolti, a guastar le vigne e i verzieri. In rispetto ai fulmini essi sono più tosto rari e non si ha memoria che alcuno siane mai caduto nel paese. Nella stagione invernale le nevi non mancan quasi mai, e copron i salti per più giorni, soventi con nocumento del bestiame, al quale restano negati i pascoli. La nebbia che talvolta si osserva è passeggiera e niente nociva, e pare esser di nuvoli bassi che passino radendo il suolo.

Popolazione. Nel 1839 erano in Nughedu persone maggiori maschi 145, femmine 120, minori maschi 70, femmine 90, in totale anime 425 distribuite in famiglie 100.

I numeri medii sono di nascite 16, morti 10, matrimonii 2.

Questo popolo or sarebbe assai più numeroso se si fosse declinato l’effetto mortifero dell’influenza vajuolosa del 1829, come si sarebbe potuto benissimo, se i vaccinatori avessero con zelo cooperato a’ provvedimenti del governo. In quell’anno il fiore della popolazione mancava miseramente, e non vi fu casa senza lutto o senza dispiacere per vedere i figli salvati sì dalla morte, ma guasti nelle forme, in qualche membro, e alcuni negli occhi. Ne’ funerali usasi sovente il compianto dalle prefiche.

La meta ordinaria della vita è cinquant’anni. Le malattie più comuni sono le perniciose, le periodiche, e i dolori laterali o per azione della malattia o per il freddo repentino cui si espongono i corpi caldi. La esperienza funestissima del danno della salute e della vita non basta ancora a raccomandare l’uso dell’antica veste nazionale, il cojetto.

De’ Nughedesi 100 sono applicati all’agricoltura, 40 alla pastorizia, 10 a’ mestieri: alcuni però esercitano insieme l’agraria, pochi, e sono essi quelli che hanno studiato ne’ ginnasii, e son detti letterati, oziano occupati in far niente, a eccezione di un notajo e di un flebotomo. Le donne lavorano le lane e il lino, e si ha quasi in ogni casa il telajo.

Le famiglie possidenti sono circa 82.

Alla scuola primaria concorrono non più di dieci fanciulli.

Agricoltura. Nel Nughedese sono molti terreni idonei ai cereali e ad altre coltivazioni. La quantità ordinaria della seminagione è così come segue: starelli di grano 250, d’orzo 125, di fave e legumi 25; e quella della fruttificazione è dell’8 pel grano, del 10 per l’orzo, delle fave e legumi il 5.

Di piante ortensi non altro coltivasi che i cavoli e i pomi d’oro; di lino si semina e raccoglie ben poco.

Le vigne in certe situazioni prosperano assai bene e rendono con abbondanza. Le varietà delle uve sono molte; il vino di color o bianco o rossigno, che tutto consumasi nelle famiglie e ne’ reciproci inviti.

Sono ne’ predii coltivati i noci, dalla cui gran copia venne il nome al luogo, così come dicemmo del Nughedu di Montacuto, i castagni, i peri, i pomi, susini, i ciriegi e tante altre specie, che sarebbe lungo l’enumerare. Il numero degli individui di tutte le specie forse non sorpassa i diecimila.

Un gran tratto di territorio è già chiuso, ma non si vedono grandi tanche, essendo la loro area da’ tre a’ dieci starelli, nelle quali si semina e si lasciano a pastura le bestie domite. In queste tanche vegetano molte quercie, e perchè sono difese dalle ingiurie de’ pastori, però sono ben frondose e fruttifere.

Pastorizia. Nel bestiame domito si possono numerare buoi per l’agricoltura 70, vacche 60, cavalli e cavalle 20, majali 40; nel rude vacche 140, vitelli 25, capre 130, pecore 2000, porci 500.

I formaggi sono di molta bontà, e vendonsi con riputazione a’ negozianti di Guilarza e di Oristano.

Religione. Nughedu è compreso nell’antica diocesi del Barigadu, o di S. Giusta, oggi annessa all’arcivescovado di Oristano, e il popolo è curato nelle cose spirituali da un vicario, che è amovibile per essere parrocchia camerale dell’arcivescovo, e non ha alcun coadjutore.

 
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