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Monastir

MONASTIR, volgarmente MORISTENI, terra della Sardegna nella provincia di Cagliari, e nel mandamento di Nuraminis della prefettura di Cagliari. Era parte nella curatoria Dolia nel regno di Cagliari o Plumini. L’origine di questo nome è da un monastero di camaldolesi; onde che pare probabile che il principio di questo paese sia nella colonia rustica che formarono i monaci nelle terre della loro chiesa. Le reliquie di quel monistero vedonsi a circa due miglia in distanza dal paese nel luogo che dicono Su Fràigu.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 23', e nella longitudine occidentale dal merid. di Cagliari 0° 4'.

Siede il paese in un pendio all’austro-libeccio, esposto a’ venti che vengon da questo punto. Il monte Zara lo protegge dal levante e sirocco, e il colle Bauladri, su cui era un castello, dal greco. Si sente gran calore nell’estate, un bel tepore nell’inverno; ma vi si patisce dell’umido e qualche volta della nebbia. L’aria non pare molto sana dal luglio a mezzo autunno.

La estensione territoriale di Monastir si può computare non maggiore di sei miglia quadrate. Il suolo è piano fuorchè nella parte di levante, dove sorge il monte Zara, dal quale verso mezzogiorno corre una piccola catena di colline composte di roccie vulcaniche.

Il monte è spoglio d’alberi d’alto fusto, e solo sparsamente si trovano meschini arbusti e molti fichi d’India. Nè poteva essere altrimenti, quando non si provvide mai perchè si avesse un bosco ceduo.

Il territorio è secco, e non sono che poche fonti: quindi nel paese si dee bevere da’ pozzi un’acqua alquanto grave, come accade in molte altre regioni del Campidano. È traversato da due rivoli, uno detto Flumineddu, l’altro Flumini-mannu, che vale a Fiumicello e Fiume grande, i quali presso Decimo-mannu si versano nel Caralita. Il Flumineddu manca dal giugno al dicembre, l’altro è sempre perenne. De’ medesimi abbiam già avuta occasione di ragionare in varii articoli.

La grande strada del regno, che traversa il paese, sorpassa i medesimi sopra due bei ponti.

Popolazione. Nel 1839 si numeravano in Monastir famiglie 325 e anime 1234, distinte in maggiori maschi 452, femmine 462, e minori maschi 150, femmine 170. Le medie del decennio diedero nascite annuali 45, morti 30, matrimonii 12. Le malattie più frequenti sono infiammazioni e febbri periodiche. Attendono alla salute pubblica un medico, un chirurgo, ed un flebotomo.

Professioni. Sono in Monastir applicati all’agricoltura uomini 330, alla pastorizia 50, a’ mestieri 42, a vettureggiare 35, al negozio 15.

Le famiglie possidenti sono 215, le nobili 4 con anime 17. Nel paese sono rarissimi che vivano nell’indigenza.

Le donne lavorano in più di 200 telai, e tessono tele e tovaglie.

La scuola primaria non numera più di 12 fanciulli. Gli altri crescono senza istruzione.

Sono due istituzioni di beneficenza, una per legato del canonico Fabre, che lasciò per i poveri il fitto di 15 starelli di terreno; l’altro de’ conjugi Cosimo Ugas ed Angela Mura, che assegnarono a fanciulle orfane e a poveri quello che si avrebbe dal fitto di starelli 51 di terreno aratorio.

Agricoltura. Le terre di Monastir sono delle più feraci nella regione Doliese già da’ tempi più antichi celebrata per la sua maravigliosa fertilità. L’arte vi è però mediocremente conosciuta.

La solita seminagione è di starelli di grano 1600, d’orzo 400, di fave 300, di legumi 60.

In alcuni tratti di terreno sono coltivate le erbe ortensi, e i solchi si inaffiano con l’acqua che traesi da’ pozzi con una macchina semplicissima.

La fruttificazione del grano può per media calcolarsi al 12, quella dell’orzo al 15, delle fave al 14.

Le vigne vi sono prospere, ma in questa parte bisogna dire che i moristenesi non hanno buoni metodi, e poco ci badano.

I fruttiferi crescono giornalmente, e tra le altre specie vannosi moltiplicando rapidamente i gelsi. Si è già incominciata la educazione dei bachi, e i saggi furono così felici, che invogliarono altri a imprendere quella cultura. La seta fu riconosciuta di gran bontà, e pagata a maggior prezzo che l’ottima del Piemonte.

I grandi tratti di terreno aperto che pochi anni avanti si vedeano, ora a poco a poco si vanno restringendo, e i fichi d’india, che servono per la siepe, crescono a difesa delle tanche, dove alternatamente si semina e si pascola.

Bestiame. I buoi per l’agricoltura sono 480, le vacche domestiche 45, i cavalli 53, i majali 119, i giumenti 350. Si educa grande quantità di pollame, e molti le api che possono avere bugni 700. Le pecore sono circa 3000; i porci 1200.

I formaggi cominciano a manipolarsi con miglior arte, e giustamente acquistano riputazione.

Commercio. La posizione di questo paese sulla grande strada e la vicinanza alla capitale, sono ottime condizioni perchè sia fiorente. Da quello che i moristenesi vendono pare possano ricavare annualmente circa 60 mila lire nuove. Quando la cultura de’ gelsi cresca, allora il loro lucro potrà essere per lo meno tre volte maggiore.

Religione. Monastir era nell’antica diocesi di Dolia, che ora resta unita all’arcivescovado di Cagliari. Curano le anime un provicario ed altri tre preti. La chiesa maggiore è sotto l’invocazione di s. Pietro apostolo; le minori sono denominate, una dal martire s. Sebastiano, l’altra da s. Antonio abbate, e la terza da

s. Giacomo maggiore. La cappella rurale, che resta a circa due miglia dal paese, ha per titolare s. Lucia. Le feste principali con intervento di molti ospiti e corsa di barberi, sono per s. Giacomo e per s. Anna.

Antichità. In questo territorio erano gia altre popolazioni. Presso S. Lucia vedonsi sparse le rovine di molte abitazioni, e presso Santu-Sadurru e Santadi appariscono consimili vestigie, anzi v’ha chi asserisce aver veduto uno stromento di contratto matrimoniale tra uno di Santusadurru e una donna di Santadi, e una lista di feudo dove era notato il provento da’ vassalli domiciliati nel primo luogo, che non molto dista dall’altro nominato. Nella parte settentrionale del salto era il paese che diceano Segafè o Segavè, e che ora dicono Segafenu; e pare siano stati abitati, a maestrale il luogo che nominano Oleastra o Sa terra dess’ollastu, a ponente Sa bidda dessa murta, dove si sono scoperte alcune anticaglie. Forse non tutti i sunnominati luoghi si abitarono contemporaneamente, e accadde che abbandonata una regione si abitasse in un’altra; o quello che è più probabile, queste popolazioni coesistevano, sebbene non tutte in molto numero di anime, e poi per le sventure susseguite o perirono o si concentrarono, come sappiamo con certezza esser avvenuto in altre regioni.

Castello di Bauladri. Nella eminenza sulla sponda sinistra del Flumineddu sopra il passaggio sorgeva già una rocca di mediocre fortezza e di osservabile costruzione, perchè la massa interna delle mura vedesi formata di un’argilla ghiajosa, la quale non per tanto ha una gran consistenza, nè nelle parti dove è senza l’intonaco si è disfatta dalle pioggie. Era di figura quadrata, e pare che in quella situazione in cui è, e con intorno nelle parti dov’era accessibile un fosso e una palizzata, fosse una fortezza non ispregievole.

 
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