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Mòdolo

MÒDOLO, piccolo villaggio della Sardegna, nella provincia di Cuglieri, compreso nel mandamento di Tresnuraghes, sotto la prefettura di Oristano. Apparteneva al distretto della Planargia e al regno del Logudoro.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 17', e nella longitudine occidentale dal merid. di Cagliari 0° 35'.

Le abitazioni, spartite in varii gruppi da contrade irregolari, sono poste in fondo a un bacino, e cinte intorno da terre eminenti. Da ciò la mitissima temperatura invernale, il forte calore estivo, e la immobilità dell’aria, se pur non spiri dalla parte di ponente-maestro, dove fortunatamente il suolo è men elevato. Parrebbe che le nebbie dovessero essere frequentissime, e tuttavolta di rado ingombrano il paese. Non si reputa luogo insalubre.

Il territorio di Mòdolo non è molto esteso, e forse non di molto supererà il miglio e mezzo quadrato.

Nella elevazione del suolo, che abbiam notata intorno al paese, sono due punte, una detta di Monti-nieddu, l’altra di Albagànis, distanti una dall’altra mezzo miglio, e quasi un intero dal villaggio. Su l’una e l’altra sono due norachi, e si ha una estesissima e bellissima prospettiva intorno.

Le fonti sono poche e scarse, e mentre nel paese si manca di questo necessario elemento, se non si scavino de’ pozzi, in campagna non trova il contadino e il pastore dove dissetarsi fuorchè nella piccola fonte che dicono Funtana-Canale, e in altra più copiosa che resta al libeccio del paese nella Vidazzone. Gli animali bevono nel ruscello che traversa la regione scendendo al mare nella linea di ponente-levante da’ salti di Suni, dove prende origine da Funtana-fraigàda.

Popolazione. Nel 1840 erano in Mòdolo novanta fuochi e anime 299 distinte in maggiori maschi 89, femmine 96, e minori maschi 64, femmine 70. Le nascite annuali furono 12, le morti 7, i matrimonii 3. I modolesi son vecchi a’ 60 anni, più tardi i più robusti e meglio vissuti, che sorpassano anche il sedicesimo lustro. Le comuni malattie mortali sogliono essere i dolori laterali.

Il sollazzo solito è la danza all’armonia delle canne nella piazza, dove ne’ giorni festivi concorrono i giovani e poi le fanciulle.

La comune professione è l’agricoltura, e dopo questa non si esercita alcun mestiere particolare. I telai in cui si lavora non saran più di 70. La scuola primaria è chiusa da alcuni anni, e dicesi perchè non vi concorresse alcuno ad esservi istruito.

Agricoltura. Molte parti del territorio, principalmente le vidazzoni, sono attissime a’ cereali. Si hanno trenta gioghi per i lavori, e può ciascuno seminare starelli dodici tra grano ed orzo. Si semina anche un po’ di lino, di fave e di legumi.

Le vigne sono in ottimo terreno, e la vendemmia suol dare di vin comune 400 cariche, di vini gentili 60. I vini sono di gran bontà, così ancora le uve passe che si fanno dal galoppo. Questi, come quelli di altre regioni planargiesi, se nel commercio sono contro il vero riputati come prodotti delle vigne bosane, ne hanno per altro rispetto tutta la bontà.

I chiusi pel seminerio in numero di 50 possono capire di semenza starelli 90. Molti di questi, come la maggior parte delle vigne, appartenendo a’ proprietarii bosinchi, accade che alcuni modolesi devano prender a fitto alcuni tratti di terreno ne’ prossimi paesi per poter avere almeno la sufficienza per il pane della famiglia.

Le piante comuni sono ciriegi, albicocchi, peri, fichi, susini, pomi, mandorli, noci e ulivi; ma nessuna specie in gran numero, parimente che il totale. Si fanno fichi secchi assai riputati nell’istesso metodo de’ bosinchi.

Bestiame. Sopra i 60 buoi che abbiamo notati per servigio dell’agricoltura, si possono annoverare dieci cavalli e trenta giumenti. Ogni altra specie manca perchè mancano i pascoli.

Commercio. È tutto in mani de’ bosinchi, sì che i modolesi non si possono considerare in gran parte altrimenti che come socii o operai.

Religione. I modolesi sono compresi nel vescovado di Bosa. La chiesa parrocchiale è dedicata a s. Andrea. È stata ristorata nel 1828 dopo l’incendio patito nella notte di mezz’agosto, ed è amministrata da un prete col titolo di rettore. Nell’oratorio di santa Croce uffizia la confraternita di tal nome.

La festa principale è per s. Andrea, e si celebra due volte nell’anno agli 11 maggio, ed al 30 novembre con affluenza di ospiti e pubbliche allegrezze. Il cimiterio è contiguo alla parrocchiale, ed è in tutt’altre condizioni, che le comandate dal governo.

In distanza di un quarto dalla punta di Albaganis, e di tre dal paese si vedono tuttora le fondamenta d’un antico convento o monastero (dove credono alcuni siano stati i domenicani forse dopo partiti i monaci). Vedesi una fonte chiusa a fabbrico (Sa funtana dessu bangiu), che ha prossima una vaschetta e profonde un’acqua ottima.

Presso la punta di Montinieddu era un’altra chiesa dedicata a s. Pietro, le cui fondamenta sono state svelte verso il 1820. Nello sfossamento scoprivasi una sepoltura (come dicesi) lunga circa metri tre e larga uno, fabbricata e coperta di mattoni grossi, dentro la quale fu veduto uno scheletro, che vuolsi di grandezza più che ordinaria, con una lampada di terra cotta. Nella distruzione dell’altare trovaronsi alcuni oggetti, che pareano reliquie di martiri, ma non essendo stati allora conosciuti accadde che siano periti, e poi invano ricercati da un vescovo.

 
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