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Meàna

MEÀNA, villaggio della Sardegna nella provincia di Busachi compresa nel mandamento di Aritzo della prefettura di Nuoro. Fu parte dell’antico distretto della Barbagia Belvi nel Giudicato di Arborea.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 57', e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 4'.

Siede questo paese nella pendice della montagna che si parte dal Santelia, in faccia a greco sopra una piccola valle irrigata da un rivolo tributario del fiume di Desulo. Il clima è piuttosto freddo, lo stato atmosferico molto variabile, accadendo sovente nello stesso giorno, che brilli il mattino in un cielo limpido, poi si stendano grandi nuvole, cada la neve, ritorni la calma, sopravvenga una furiosa tempesta di grandine e fulmini, e infine tramonti il sole nella più bella serenità. Sebbene le tempeste non siano frequenti, tuttavia non sopravviene l’altra prima che quelli che han patito danno siansi potuti consolare. La torre delle campane è stata più volte colpita dal cielo, e non pertanto non si è voluto ancora far la spesa di un parafulmine per evitare i maggiori dispendii, che convenne sempre di fare per le riparazioni. Le nebbie non sono mai nocive, e le pioggie di rado si fanno desiderare. Il terreno resta spesso coperto dal nevazzo per più settimane. Son pochi i venti che non siano sentiti, e vi dominano i più salubri. L’aria è pura da ogni miasma.

Meana è traversato da due contrade principali, una che volgarmente è detta biru de curri ossia strada di corsa, e corre dal maestrale al sirocco, l’altra un po’ più curva, biru de corte, che corre da ponente a levante. Queste come pur le altre, sebbene non selciate nè lastricate, sono tutte carreggiabili e niente fangose nell’inverno.

Il territorio di Meana in gran parte circoscritto dall’Arascisi ha una superficie non minore di miglia quadrate 35.

Esso è in gran parte montuoso, tuttavolta sono poche parti aspre e scoscese, sì che in pochi tratti a diligenti coltivatori sarebbe vietato di far valere la loro opera.

Tra’ monti meanesi sono degni di menzione Santelia così nominato per una chiesa rurale che sorgeva nella sua cima, e cadde già da circa un secolo, dalla cui sommità si domina un estesissimo orizzonte principalmente verso occidente dove la vista corre insino al mare. Da questo si protendono varii rami, e tutto il territorio resta così occupato dalle grandi masse, che non sia in nessuna parte un tratto di un miglio quadrato disteso in superficie piana.

Le roccie più comuni sono le calcaree, le quali danno una calcina di molta bianchezza e di gran tenacità. I poveri però dovendo imbiancare i loro abituri usano un’argilla bigia che sciolta nell’acqua e data alle pareti le rende sufficientemente candide.

Sono sparse in tutte le regioni di questo territorio le piante di alto fusto, principalmente i soveri; e se non fosse il continuo abusivo taglio vedrebbesi una più ricca vegetazione. Si possono notare alcuni luoghi, ne’ quali sono più fitti i ghiandiferi; nella parte meanese del Sarcidano uno spazio di circa 800 starelli, dove ne saranno 115200, a’ quali si dovrebbero aggiungere alcune altre migliaja che sono nelle prossime selvette; in s’abba dessu melone un’area lunga poco men di due miglia con due altre piccole appendici, che forse non contengono minor numero di individui; in Monte-longu un altro ghiandifero che occupa 600 starelli e avrà circa 90 mila alberi. E se a questi si computassero quelli che sono dispersi si avrebbe probabilmente una somma di ben più che un milione tra soveri, quercie ed elci, la quale è di molto superata dalla complessiva degli olivastri, perastri e delle altre grandi specie che non fruttificano.

Tra le piante infruttifere d’alto fusto può notarsi l’alloro e il tasso, del quale pochi finora si son giovati per la troppa difficoltà de’ trasporti.

Il lentisco ed il corbezzolo è frequentissimo, alcuni mangiano del frutto di questo, e le donne estraggon olio dalle bacche del primo.

Mancano nel Meanese i mufioni, ma trovansi gli altri selvatici molto frequenti. O vadasi in brigata a caccia clamorosa, o pongasi alcuno solitario alle insidie presso alle fonti, di rado avviene che non ottenga-si uno o più cinghiali, cervi e daini. Gli uccelli delle specie maggiori aquile, avoltoi, sparvieri, ecc. si vedono in varie parti a predare; i più gentili occorrono in tutti i salti, pernici, colombi, stornelli, passeri, tordi, piche, tortorelle, quaglie; e i canori, filomene e usignuoli fanno sentire i loro canti armoniosi nelle vallette e al rezzo presso le fonti.

Le montagne meanesi sono gravide di ottime acque, e queste effondono da mille vene, tra le quali è notevole per la copia quella che versa agli abitanti quanto è a lor uopo.

I rivoli principali formati dalle medesime sono nominati Gonnarelia, Porcìli, Nugis, Bacili-mattana, che entrano nell’alveo dell’Aràscisi, ciascuno in diversa parte. Il ruscello Iscla de piru accresciuto dal rio di Comita-hoi accresce i tributi a questo influente del Tirso. Altri fiumi sono in questi salti, e posso indicare i nominati deis Canonis, de Ortalizanus e de Funtana frida che vanno nell’altro confluente del Tirso, cui nelle parti più prossime all’origine appellano di Noe-oltas, perchè in certo sito del Laconese si deve traversare nove volte.

L’Arascisi, di cui abbiamo parlato, ha i suoi principii dalla fonte di Tascusi ne’ salti di Desulo, e accresciuto da altre acque di Desulo, Tonnara, Aritzo e Bel-vi, comincia nel luogo che dicono Badarena a segnare i confini tra Meana e Atzara sino a che riceva dalle terre di Samugheo il Badu-Acoru, e poi con quest’altro paese sino a Figus-nieddas, confine de’ territorii di Meana con Laconi e Samugheo.

Dopo grandi pioggie, o quando le nevi si liquefanno nei monti di Tesulo, Tonnara e Aritzo, allora per la piena e per la rapidità delle acque in un canale assai angusto i guadi sono difficili e pericolosi. Se uno vuole passare da un’altra sponda deve aspettare finchè si possa traversare. Non vi ha alcun ponte, e non si potrebbe adoperare un navicello, perchè il letto del fiume troppo angusto. Nelle escrescenze niente danneggia agli agricoltori, molto però a’ mugnai, ai quali guasta le macchine.

Popolazione. Nell’anno 1840 il popolo meanese constava di famiglie 345 con anime 1507, nelle quali erano maggiori d’anni 20 maschi 450, femmine 470, minori maschi 315, femmine 272.

Le medie risultate dal decorso decennio diedero, nascite annuali 55, morti 30, matrimonii 12. L’ordinario corso della vita nelle persone addette a’ lavori agrarii suol essere a’ 65 anni; negli altri a’ 70; e sono rarissimi quelli che sorpassano li 85.

La malattia più frequente e perniciosa è la pleuriti-de, che le più volte non vincesi da’ più copiosi salassi.

 
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