MAMOJADA [Mamoiada], terra cospicua della Sardegna nella provincia e prefettura di Nuoro, compresa nel mandamento di Fonni e nell’antico dipartimento della Barbagia Ollolai.
La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 12' 30" e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 10'.
Il paese è nel piano d’una gran valle, e composto di circa 426 case distribuite irregolarmente lungo due contrade principali che si intersecano, una detta Via-manna, che divide il comune in due regioni, e l’altra Via de santa rughe (via di S. Croce). Vi sono alcune piazze, e principali fra queste le appellate dalla N. D.
di Loreto, e dalla S. Croce, nelle quali nei giorni festivi radunasi il popolo per le solite ricreazioni.
Sorgono alcune eminenze presso il paese, e non sono che a molte miglia le grandi montagne, a 7 miglia ed a levante la montagna di Oliena, che stendesi tra il greco e sirocco, a 8 miglia e all’austro il Gennargentu, a 3 miglia e quasi a ponente il monte Gonnari.
La giacitura del paese dice la sua umidità in alcuni tempi, perchè è da notare che il terreno in cui siede va declinando per molte miglia alla valle meridionale di Nuoro; e la elevazione notata delle terre dice quanto sia impedita la ventilazione, quanto il calore estivo, il freddo invernale, la durata delle nevi. La nebbia è frequente, le tempeste non sono rare, e molti spesso si dolgono della grandine, che nel finir della primavera suol nuocere ai seminati ed alle frutta. L’aria è salubre, ma non sempre pura per le esalazioni di alcuni pantani e del letame delle stalle, giacchè tutte le sere il bestiame manso vien richiamato al paese.
L’estensione territoriale sarà di poco maggiore di 15 miglia quadrate. Il comune è ben situato perchè sta quasi nel centro del territorio, il che ha molto favorito la cultura del medesimo.
Il rialzamento del terreno mamojadese in varie parti, è più notevole nelle regioni appellate Lenardubande, Arraiola, Sudovara. Vi sono alcune cave di pietre da taglio, e in certi siti si scavano argille di mediocre bontà per le terraglie.
In questo territorio si riconobbe una calce carbonata lamellare perlata; altra carbonata tavolare aggruppata in vari versi, cosparsa di cristalli di quarzo con altri di calce carbonata, alcuni de’ quali appartengono alla varietà prismatica lamelliforme; e anche una steatite bigia d’apparenza alquanto scistosa.
Le fonti di questo territorio non saranno meno di trenta, tra le quali sono più considerevoli quella di S. Giuseppe in sulla estremità dell’abitato, che nella sua perennità non è mancata al popolo in nessuna ostinata siccità; la fonte di S. Cosimo, perenne come la prenotata, ma per la leggerezza e freschezza riputata migliore; la fonte Istevene, che serve alla irrigazione d’un gran numero di orti; la fonte di Duduli, e quella che dicono Dessa-pedra, la quale però in paragone dell’altre dà un’acqua grave; e dopo queste la fonte Caprina, dove quando ne’ conviti campestri si pongono le fiasche il vino scolorasi.
Queste fonti entrano in tre rivoli, uno che dicono Elisi presso i confini con Orgosolo, l’altro Lodiasi vicino al paese, il terzo Istendei.
Sono poi notevoli due fiumicelli, il Terrasumele, che nasce da’ salti orgolesi, e il Baducarru proveniente dalla stessa regione. Si uniscono in Badorgolesu e si versano nel Cedrino.
In questi alvei sono pertutto guadi sicuri, che però non è prudente tentare dopo che ne’ medesimi sono entrati i torrenti. Per le comunicazioni sono alcuni ponti di legno che si ristorano opportunamente perchè non manchino nel bisogno. Le rive sono amenissime finchè non escasi da mezzo a’ predii. Quando per troppa pienezza l’acque ridondano allora i coloni, e principalmente gli ortolani, patiscono detrimento. Se gli argini fossero più sodi non avrebbero essi alcuna ragione di dolersi.
I quadrupedi selvatici in regione niente montuosa e boscosa sono rari. Abbondano in vece i volatili, pernici, colombi, gazze, tortore, beccaccie, merli, tordi e altre specie gentili. Gli usignuoli empiono d’armonia i siti più ameni. Le aquile, gli avoltoi, fanno frequenti furti a’ pastori, e sono dopo questi molti altri uccelli di rapina.
Popolazione. Nell’anno 1841 erano in Mamojada 419 famiglie, con anime 1771, distinte in maggiori d’anni 20, maschi 526, femmine 460, e minori maschi 374, femmine 409.
Le medie risultate dal decennio decorso davano nascite 65, morti 30, matrimoni 14.
L’ordinario corso della vita è a’ 65, e sono rari che vivano agli 80.
Le malattie comuni sono infiammazioni e febbri perniciose e periodiche.
Professioni. Le famiglie agricole sono 200, le pastorali 136. Attendono a’ vari mestieri di muratore, ferraro, falegname, segatore, calzolaio, persone 27. Quindi convien notare negozianti 10, e i così detti turronai 15, preti 7, impiegati civili 4, notai 3, chirurgo 1, flebotomi 2, speziale 1, levatrici 2.
Le famiglie possidenti beni stabili sono 303, le nobili 18 con anime 116, nel sesso maschile 54, nel femminile 62.
Le donne lavorano a tessere il panno comune e la tela.
Alla scuola primaria sogliono concorrere circa 40 fanciulli. Il loro profitto non è notevole.
Carattere. I mamojadini sono gente laboriosa e religiosa, e non pajono più meritare l’accusa di vendicativi e sanguinarii, che faceasi contro loro in altri tempi. Gli animi sono di molto mansuefatti.
Prigioni. In Mamojada non erano migliori che in Nuoro, e i ditenuti pativano sotterra le tenebre, la mefite e una grande umidità. Le nuove prigioni provinciali sono o saranno certamente meno insalubri.
Agricoltura. Il territorio di Mamojada è più atto all’orzo che al grano, e le regioni meno sfavorevoli alla seconda specie sono le confinanti a quel di Nuoro e di Orgosolo. Impinguato col fimo produce pure le fave, delle quali si fa gran smercio fuori del paese.
Si seminano ordinariamente starelli di grano 650, di orzo 2060, parte de’ quali semi sono sparsi in altri territorii, perchè le regioni coltivabili che si hanno nella propria circoscrizione, non potrebbero (come essi dicono) capire tanta quantità. Il grano suol fruttificare il 5, l’orzo l’8. Negli orti si coltivano fave, ceci, fagiuoli bianchi, lenticchie e granone, e la prima specie occupa la maggior parte del suolo. Le fave e gli altri legumi sono molto riputati perchè di buona cucina. Le fave danno il 12 ed i fagiuoli anche il 16.
Le piante ortensi che si coltivano sono lattughe, cavoli, cipolle, zucche, pomi d’oro e patate. Di lino non si fa cultura, perchè il terreno non credesi atto: invece si coltiva il canape, del quale si raccogliono annualmente circa 900 decine. La complessiva area degli orti è molto considerevole.
Si vede una certa incuria per le vigne, e n’è ragione la poca bontà del frutto. La negligenza porta che la vendemmia dia sempre minori prodotti. I vini si soglion conciare con la sappa; e perchè facilmente inacidiscono, alcuni lo bruciano per acquavite.
I fruttiferi sono in molte specie e varietà, ed in gran numero. Quasi in tutti i predii vegetano i noci, i nociuoli, i castagni, i peri, i susini, i fichi, i peschi, i cotogni ed i pomi. La somma darebbe per lo meno individui quindicimila.
I gelsi sebbene in piccol numero, sono coltivati da tempo immemorabile, e non si sa pur da quando le donne mamojadine abbiano cominciato a lavorar la seta e farne fazzoletti, cuffie e bende. Questa industria si è da qualche tempo più distesa, dopo che il canonico Salis fece piantare in Oliena alcune migliaja di gelsi bianchi, e promosse l’educazione de’ bachi. Le donne orgolesi imitarono l’esempio delle mamojadine, e sperasi che i loro lavori cresceranno sempre più.