Macomer

MACOMER, terra cospicua della Sardegna, capoluogo dell’antica curatoria del Màrghine nel regno del Logudoro, ora compresa nella provincia di Alghero e nella prefettura di Cuglieri. È capoluogo di mandamento e comprende Bortigali, Birore e Borore.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 19', e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 21'.

Siede in sull’orlo d’un vasto piano basaltico che dicono Campeda, superiormente all’altro piano parimente basaltico che dicono Campidano del Marghine. In quel sito l’occhio spazia sopra un immenso orizzonte principalmente nella parte australe, nella cui parte estrema sono osservate anche le montagne di Guspini e quelle di Villacidro, mentre al-l’oriente si vedono disegnate nella parte più bassa del cielo le grandi montagne iliache (Gennargentu). Più presso a questo paese vedesi sottogiacente allo sguardo il pianoro o Campidano del Marghine, la valle del Tirso, e in tutte parti un gran numero di villaggi, e nella linea verso greco la catena cognominata del Marghine, e primo fra essi il monte Santu-Padre, il quale pare così appellato dal soggiorno che qualche romito di molta riputazione facesse nella cima del medesimo presso la distrutta cappella di s. Barnaba. Alla parte di tramontana sorge a non lontano confine della vista il monte Manai, il Montemurato, l’Ispiri e il Pizzulo.

Macomer è ben ventilato, e spesso dalla parte boreale, onde nell’inverno vi si sente molto freddo, vi dura molti giorni la neve, e si forma il ghiaccio, e accadono delle variazioni tali di temperatura, che cagionano agli incauti dolori laterali e altre gravi malattie. Non sono rare le tempeste, e le vigne hanno frequenti offese dalla grandine. L’insalubrità, di cui alcuni accusano l’aria, è dalla incostanza termometrica dipendente da’ venti ora caldi ora freddi. Egli è vero che da’ letamai, che si hanno in alcuni angoli del paese si esalano miasmi; ma questi non sono in tal copia che l’aria possa concepire un vizio dannoso all’economia animale, e il vento facilmente li dirada. Le febbri periodiche da alcuni acquistate provengono da’ luoghi più bassi.

L’estensione territoriale di Macomer è molto vasta, e forse sopravanza le quaranta miglia quadrate. Dominano le roccie basaltiche, e in alcune parti rendon la superficie montuosa. Campeda è una parte del gran terrazzo vulcanico che si continua nella Planargia, e nella montagna bonorvese che dicono il Caccao, d’onde ne’ tempi precedenti all’ultima catastrofe si stendeva anche più verso greco-tramontana. Le principali eminenze le abbiamo già indicate più sopra.

Dentro il paese sono più di trenta pozzi, de’ quali sei solamente danno acqua potabile. La fontana pubblica è fuori del paese a mezzo miglio di distanza. Molte poi sono le fonti che si trovano nel territorio di maggior bontà che non sia questa.

I rivi di Macomer sono due, il maggiore de’ quali è detto Berraghe, l’altro Castigadu, che traversa la grande strada sotto un ponte di legname. Il Castigadu scorre dal ponente all’austro del paese, e manca nell’estate, perchè alimentato da fonti poco considerevoli, le quali non danno che scarsamente dopo la primavera. Il Berraghe si ingrossa di questo. Quando è in sua pienezza non si guada, e bisogna traversarlo sopra un rustico ponte di travi posate sopra due fianchi a costruzione barbara, come dicono i sardi la composizione delle pietre a secco. Qualche volta, quando sono troppo copiose le pioggie, esce dal suo letto, cagiona gravi danni a’ seminati, e riempie le frequenti cavità, nelle quali ristagna l’acqua senza uscita. Questo rivo scorre da tramontana verso austro, e si versa nel letto del Mustazolu, confluente del Tirso. Il Barraghe e il Castigadu hanno ottime anguille, e in certi tempi si prendono a mano, svolgendo la corrente e vuotando i gorghi.

In questo territorio, come nelle altre regioni del Marghine formansi nei tempi piovosi molte paludette, ma non tali che possano viziar l’aria, massimamente perchè svaniscono o assorbite o svaporate, quando cessano le pioggie.

Una quarta parte del territorio è coperto di bosco, dove dominano le due specie, la quercia e l’elce.

Queste selve sono nelle più parti degradate per i tagli irregolari e per gl’incendii.

Le lepri, le volpi e i cinghiali sono sparsi in tutte le regioni, e i daini sono in numerose famiglie, mentre vedonsi spesso andar a torme per le pianure e per le terre chiuse, che dicono tanche, pur a non più d’un miglio dall’abitato.

I volatili sono in molte specie, e tra quei di rapina molto numerosi gli avoltoi, che nelle prossime alture volteggiano esplorando qualche preda; ondechè i pastori devono stare in guardia contro questi e contro le aquile. Vedonsi pure in gran numero gli sparvieri, i falconi, i falchetti, i gheppi, gli edimemmi, ecc., i corvi, le cornacchie e varii uccelli notturni. Le gru vi si mostrano, e nelle sunnotate paludette soggiornano molte anitre.

Popolazione. Nell’anno 1839 erano in Macomer famiglie 412 e anime 1650, distinte in maggiori d’anni 20 maschi 380, femmine 400, minori maschi 420, femmine 450.

Le medie che risultarono dal passato decennio erano per ciascun anno matrimonii 17, nascite 60, morti

43. L’ordinario corso della vita è a’ 60 anni; quelli che oltrepassano questo termine sono 6 per ogni cento.

Le malattie dominanti sono le infiammatorie e le periodiche cagionate dalle variazioni atmosferiche, per cui quei paesani si attengono all’antica profilattica di ben difendersi in tutte le stagioni, e vestir buone lane. Ponesi in gran pericolo chi sentendo caldissima l’aria si alleggerisca nelle vesti, un momento dopo soffia il vento maestrale, e invadendo il corpo sudante lo ammorba. Ho detto in altri luoghi che la mortalità ora molto maggiore in certi paesi ventilati non dipende da altro che dall’aver dimesse queste precauzioni, le quali avrebbero dovuto far inviolabili le consuetudini di tanti secoli, e sostenere l’esperienza d’una sanità sempre ferma nell’uso delle medesime. Molti che senton dire da chi non sa quel che si dica, che le loro pelliccie e i cojetti son vesti barbariche, se ne spogliano; ma non impunemente, e spesso con danno estremo.

I macomeresi sono uomini intelligenti, vivaci, coraggiosi, ma non molto compagnevoli. Si dice che non si dimostrino così ospitali come gli altri sardi; ma non si riflette che le locande stabilitevi ne hanno già tolta per molti la ragione, e non si badò che nelle case de’ principali hanno sempre ottima accoglienza le persone, alle quali sarebbe indecoroso e troppo molesto riposare in quelle osterie. La casa del commendator Pinna è un ospizio di tutta cortesia per quelli che vi si presentano, se pure non sieno prevenuti dalla gentilezza di quel signore.

Sono applicati all’agricoltura uomini 210, alla pastorizia 140, a’ mestieri 50: quindi si numerano preti 6, impiegati civili 9, avvocati 2, notai 4, medici 1, chirurghi 1, flebotomi 1, farmacisti 1, levatrici 0. Qui pure, come nel prossimo Escano, sarebbe vile l’ufficio delle ostetrici? Tra le suindicate famiglie 8 sono della classe nobile e composte di trenta individui, le possidenti 380, le povere 18.

In ogni casa vi è almeno un telajo, dove si lavora lini, lane, sajo, tele, coperte di letto.

Alla istruzione primaria concorrono non più di 25 fanciulli. Nelle ore che si vaca da questa passa il maestro a erudire altri 15 giovani nella grammatica latina e nelle belle lettere, facendo quest’altra opera per una retribuzione patteggiata coi rispettivi padri di famiglia.

Nessuna istituzione di pubblica beneficenza si può lodare. Quelli che avrebbero potuto e dovuto consecrare o tutte o alcune parti delle loro ricchezze al vantaggio degli altri hanno stimato piuttosto di impinguare i loro parenti.

Al mantenimento del buon ordine pubblico ed alla repressione de’ malviventi suol essere a stazione in Macomer un piccol drappello ora di cavalleria, or di fanteria, sotto il comando o d’un brigadiere, o d’un sergente o sottotenente.

 
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