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Lahirru

LAHIRRU o LAERRU, villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura di Sassari, e nel mandamento di Castelsardo. Contienesi nell’Anglona, antico dipartimento del regno del Logudoro.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 48' 30", e nella longitudine occidentale dal merid. di Cagliari 0° 18'.

Giace nella valle d’Anglona sulla estrema falda del Sassu di Nulvì, coperto a quasi tutti i venti dalle molte eminenze che formano le sponde di quel bacino. È intenso il caldo nell’estate e il fredd’umido nell’inverno, frequentissima, densa e dannosa la nebbia, e l’aria perniciosamente insalubre alle persone avvezze a miglior cielo.

La superficie di questo territorio sarà di circa 6 miglia quadrate.

Le principali eminenze sono Sa Rocca rutta e Sa Rocca manna, tra le quali apresi la strada a Castelsardo; il Canargiu, che sorge presso il territorio di Martis, dove scorre il rivolo dello stesso nome; quindi il Texu, al cui piè scorre il ruscello di Ortola, tributario del fiumicello che prende origine dal colle Ultana, nella cui sommità si credette essere stato un castello, e che nella falda ebbe un’antica popolazione, come è certo da’ molti indizii, e dopo questi quelle piccole eminenze che dicono Sattarza, dove si tagliano ottime pietre focaje. Le roccie dominanti sono le calcaree.

Spelonche. Le concavità naturali sono non rare in questo territorio. Fra l’altre è a vedersi nella tanca dessu Chercu quella che dicono di Lecaru. Il primo suo spazio vuolsi capace di circa 3 mila pecore, e se poi avanzi con fiaccola entri in recessi dove formasi giornalmente l’alabastro e sono acque freschissime. Queste danno origine al ruscello Canargiu che prima che si perdesse nella cussorgia di Concula, dove si aprirono grandi fessure, traversava l’abitato, e così lo innondava che le botti ne’ magazzini si levavano a galla.

Acque. Le principali fonti sono le denominate di Sinìsi, di s. Ciriaco, la comunale Funtana-manna, Turreddu e Ortola. Quest’ultima è la più abbondante, la prima stimasi la migliore. I rivi formatisi vanno nel fiume della valle proveniente da monte Lella. Questo non è traversato da alcun ponte, e però nelle piene invernali vieta le comunicazioni essendo troppo pericoloso il tentare i guadi, e quello pure che è più usato di monte Turundu. Le sue sponde sono amene per la bella vegetazione che vi si spiega, e le terre vicine imbevute de’ suoi umori sarebbero ottime per coltivarvi gli agrumi. Le acque hanno anguille e trote molto stimate, e sono circa 30 individui che travagliano spesso nella pesca. Si formano i nassai disponendo de’ ripari in modo che il pesce portato dalla corrente debba uscire da un angusto sbocco e subito entrare in una rete o trappola di giunchi. Queste chiuse sono la cagione che il canale de’ fiumi si colmi in varii tratti, e rigetti le acque fuor delle sponde in una dannifica inondazione.

Selvaggiume. Nel Lahirrese passano molti cinghiali, ed è un gran numero di volpi e lepri. Le volpi sono molto detestate da’ pastori, i quali per impedire il danno delle greggie debbon vegliare intere le notti da mezzo il novembre sino a tutto gennajo.

I cacciatori posson essere fortunati se voglian cogliere pernici, quaglie, tortorelle, colombi ed altri uccelli gentili che occorrono frequentissimi. Nelle acque non mancano quelle specie più comuni che vi nuotano a pescare. Ma la famiglia più numerosa sono i passerotti, che nel tempo della seminatura cadono a nembi sopra i solchi a divorarsi i grani. Quelli che non possono tenere una guardia sul campo per ispaventar questi ingordi uccellini devono differire a dopo l’ottobre lo spargimento de’ grani e rinunziare a un raccolto che per la doppia germinazione de’ medesimi sarebbe doppio di quello che suol venire seminandosi tardi. Una non minor vigilanza devesi usare quando le spiche vengono a maturità, perchè quei maledetti le vuotano se non sian fugati da un attento guardiano. Un terzo del prodotto è assorbito da questi dispendii.

Popolazione. Nell’anno 1839 erano in questo paese anime 490, nel 1833 erano cresciute a 550, e nel 1840 a 592, delle quali 288 nel sesso maschile, 304 nel femminile, spartite in famiglie 150. Le medie del decennio danno nascite annuali 22, morti 17, matrimonii 5. Questa popolazione sarebbe più numerosa se non fossero state alcune influenze morbifere, le epidemie del vajuolo per i piccoli, ed altri morbi per gli adulti. Tra le seconde è ricordata la mortalità del 1813, nel qual anno per la contagione diffusa da un nulvese perirono 130 persone, e le più di buona età, per la malignità delle febbri che da quello erano state portate. Le malattie più comuni sono in inverno e primavera infiammazioni, nell’estate ed autunno febbri gastriche e periodiche.

Professioni. Sono in Lahirru famiglie agricole 120, pastorali 15, meccaniche 8. Quindi si possono notare due preti, un flebotomo e alcuni proprietarii consumatori. Le famiglie possidenti sono 114, le povere 28.

Le donne lavorano in circa 145 telai.

Alla scuola primaria non concorrono più di 7 fanciulli. Quelli che san leggere e scrivere non sorpassano i 25.

Agricoltura. I terreni di questo paese come lo sono generalmente gli altri di questa regione granifera sono feracissimi di frumento, orzo, legumi e granone. Ordinariamente si seminano rasieri (cioè starelli 3 1/2 di Cagliari) di grano 350, d’orzo 30, di legumi 50. Il granone si coltiva in quelle parti del maggese che possono essere irrigate. La fruttificazione comune del grano è al 12, dell’orzo al 15, delle fave al 14, de’ fagiuoli, piselli, ecc. all’8, del granone al 50.

Nelle terre dove scorrono rivoli in vicinanza del paese si coltivano cavoli, lattuche, cardi, cipolle ed altre specie, delle quali si manda una parte ne’ vicini paesi. Di lino se ne raccoglie a sufficenza.

Le viti producono uve nere e bianche di non molte varietà, e prosperano meglio che in altri luoghi del dipartimento. I vini hanno riputazione di molta bontà; però la quantità non risponde alla bibacità, ed è necessario per quelli a’ quali il vino è un bisogno di comprarne da altri paesi.

I fruttiferi vengon felicemente, e si hanno molte specie e varietà con una somma di individui non minore di 15 mila. La specie però più numerosa sono i mandorli che oltrepassano li 7 mila, e dà tanti frutti che sono sufficienti alle richieste de’ vicini dipartimenti. Gli agrumi vegetando felicemente in questo suolo dovrebbero invitare a studiar più sulla loro cultura e ad estenderla, come si dovrebbe pur fare rispettivamente a’ gelsi: ma pochi sono che intendono i loro vantaggi.

Terre chiuse. La quindicesima parte del Lahirrese è occupata da’ predi dove son coltivate le piante ortensi, le viti e i fruttiferi, e dalle tanche dove si tiene a pascolo il bestiame manso, e quando è magrezza nelle terre pubbliche anche il rude. Il lentisco (sa chessa) copre in gran parte la superficie di questi pascoli privati, e ingombra poi almeno un terzo del territorio. Quindi quando l’anno sia felice per questa specie è tanta la copia de’ frutti, tanta la raccolta che si riempiono circa 2000 barili d’olio, e se ne avrebbe assai più se il bestiame e massime le capre non ne fossero troppo ghiotte.

Pastorizia. Si nutrono tutte le solite specie di bestiame, vacche, pecore, capre, cavalle e porci. Numeravansi (anno 1839) nel bestiame manso buoi 200, vacche 30, cavalli 50, majali 40, giumenti 65; nel rude capi vaccini 350, cavallini 200, caprini 600, pecorini 250, porcini 95.

 
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