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Ilbono

ILBONO, villaggio della Sardegna nella prov. e prefettura di Lanusei compreso nel mandamento del capoluogo. Era nel giudicato dell’Ogliastra, dipartimento del regno di Plumini.

La sua situazione geografica è sulla latitudine 39° 51', e nella longitudine 0° 25' all’oriente di Cagliari.

Siede sopra la falda de’ monti della Barbagia a tramontana e due miglia dal capoluogo della provincia, tra alcune eminenze che limitano di molto il suo orizzonte fuor che alla parte di levante, dalla quale domina il mar tirreno. I notati accidenti del suolo dovean fare che si sentisse forte il calore nell’estate, mitissima la stagione invernale. Piove abbondantemente nell’autunno e nell’inverno, scarsamente nella primavera, e per poco vedesi il suolo coperto da un tenue nevazzo. Le tempeste sono rarissime, ma non le nebbie che vi addensano i venti sciroccali. L’aria è di mediocre bontà, e non è da sè maligna, se talvolta sia sentita tale, perchè il miasma che in parte la contamini viene dalle maremme di Tortolì.

Si numerano 270 case disposte disordinatamente, mal formate e poco comode. Le contrade sono irregolari e così strette, che appena vi possa passare il carro.

Abitano questa terra famiglie 265, con anime 1100, delle quali 525 appartengono al sesso maschile. La comune del decennio diede nascite 42, morti 32, matrimonii 9. Le malattie più frequenti sono le febbri intermittenti e perniciose che si guadagnano nella bassa Ogliastra, e le infiammazioni. Sono ben pochi che sorpassino i sessant’anni.

Sono applicate all’agricoltura persone 375, alla pastorizia 20, a’ mestieri 22. Negli altri ministerii sono due notai e due flebotomi, nessuna levatrice. Le donne si occupano nella tessitura del panno e delle tele per il bisogno della famiglia. I telai sono circa 240.

La scuola primaria non numera che otto fanciulli, cioè un terzo di quelli che vi dovrebbero concorrere. Il frutto della istruzione de’ 18 anni passati non si sa quanto sia, perchè nel paese forse non troverai una ventina di persone, che sappian leggere e scrivere.

Territorio. È sparsa di colli e monti, facili e coltivabili alle parti di mezzogiorno e levante, altrove difficili e inetti all’agricoltura.

Nel paese sono due sole fonti, donde sorgono acque di poca bontà in paragone di quella, che copiosamente versa la fonte che dicono di Balloi, e usano tutte le famiglie.

Scorrono in questo territorio tre ruscelli, il Badelìni che proviene da monti di Elìni e serpeggia a circa quattrocento passi dal paese; il Giraleci che sorge ne’ salti di Lanusei e avvicinasi di mezzo miglio all’abitato; e il Ponti che ha la sua origine nelle fonti del vigneto di Lanusei e passa a distanza d’un miglio dirigendosi verso greco. Ne’ tempi piovosi raccogliesi nel loro canale tanta copia di torrenti, che è gran pericolo a chi tenti il guado, e resti però a’ meno audaci proibita la comunicazione con i paesi che sono al di là. Dopo aver oltrepassate le vigne d’Ilbono, questi tre rivoli si uniscono al rio di Arzana, e formano un fiume che fa temersi quasi per tutta la stagione invernale, e con ragione per tanti che spesso la sua corrente rapisce. Non è alcun ponte sopra il medesimo, e non potendosi usare nè anche il navicello, accade che i passeggieri, cui alcun affare importante sollecita, debbano avventurarsi a traversarlo. Molti vanno in seno a una morte spaventosa, e le desolate famiglie piangono poi per lungo tempo. Questo fiume procede verso levante, passa in poca distanza da Tortolì, e va a gittarsi nel Tirreno presso la torre e chiesa campestre di s. Gemiliano.

La terra non essendo ben propria a’ cereali, la loro cultura è poca estesa. Non si seminano più che 200 starelli di grano, 150 d’orzo, 300 di fave, e di rado ottienesi dal grano il 10, dall’orzo il 20, dalle fave il 12. Il terreno non ama la semenza del lino, e quindi in pochi tratti è coltivato. La meliga vien bene nelle terre ripuarie, ma non si pregia quanto sarebbe ragione.

Non pare sia altro terreno e clima più felice per le viti. Si coltivano tutte le varietà che sono conosciute in queste regioni vinifere, e si hanno con semplici operazioni vini di tal bontà, che si vogliano non men pregevoli de’ vini riputatissimi di Lanusei, e con ragione perchè sono le stessissime condizioni locali in tanta vicinanza, quanta abbiam significato. La quantità della vendemmia non suol esser minore di quartare 40000, che si ragguaglierebbero a litri 200000, la cui metà per lo meno si spedisce nel Genovesato dal porto di Tortolì.

Anche ai fruttiferi di tutte le specie è convenientissima la natura del suolo; ed è però così grande il numero degli individui, che difficilmente si possa determinare. I frutti sono di un soavissimo gusto. Gli olivi vegetano così vigorosamente che altrove non siano più prosperi. Se si estendesse la loro cultura avrebbero le fortune di questi coloni un grandissimo incremento. Lo stesso è a dire intorno a’ gelsi.

L’orticultura è praticata con tutta diligenza lungo le sponde de’ tre sunnominati ruscelli, e le specie solite vegetano con una maravigliosa prosperità.

La pastorizia è poco considerevole, perchè il terreno non molto fertile di pascolo, e mancano i ghiandiferi. Nel bestiame manso si numerarono (anno 1839), buoi per l’agricoltura 170, cavalli e cavalle 195, majali 300; nel bestiame rude, capre 700, pecore 800. Il prodotto del formaggio è minor della quantità che domanda la consumazione interna, e le lane non sono che un solo quarto di quanto vogliono i telai per i panni necessari in famiglia. Quindi si dee comprar formaggio, lana, e lino da altri paesi.

Chiudende. Sono ben poche, e queste servono principalmente per tenervi a pastura il bestiame domito.

Selvaggiume. Le poche specie, cinghiali, daini, volpi e lepri, son di numero così scarso, che sarebbe troppo costosa la caccia. Tra gli uccelli sono moltiplicatissimi i passeri, e fanno guasto ne’ seminati. Ne’ notati rivoli prendonsi poche trote e anguille.

Commercio. Il principale articolo dal quale guadagnano gli ilbonesi sono i vini. Da questo e dagli altri insieme di rado otterranno più di 12 mila lire nuove.

Strade. Da Ilbono si carreggia facilmente verso mezzogiorno a Lanusei in tre quarti d’ora, verso po-nente-maestro a Elini in venti minuti, verso greco-levante a Tortolì in due ore, verso scirocco a Barì in due ore e mezzo.

Religione. Questo popolo è compreso nella giurisdizione del vescovo d’Ogliastra, ed è curato nelle cose spirituali da un vicario assistito da altri due sacerdoti. La chiesa parrocchiale è dedicata a s. Giovanni Battista; e l’unica chiesa minore che sia nel paese è uffiziata dalla confraternita, che dicono del Santissimo. Nella campagna sono due cappelle, una sopra un rialto denominata da s. Cristoforo a cinque minuti dal paese, l’altra assai antica ha per titolari s. Sebastiano e s. Rocco, e fu eretta, como pare, per voto dopo qualche pestilenza, già che in questi due santi han sempre confidato i popoli sardi per evitare il flagello del contagio.

Feste. La principale è per la Madonna delle Grazie, che si celebra nella parrocchia, e ricorre addì 2 luglio con gran confluenza di stranieri. In questa occasione tienesi una fiera.

La festa di san Cristoforo è pur onorata dal concorso di molti forestieri: ritorna ogni anno addì 25 luglio.

Antichità. Vedonsi in questo territorio molti norachi e sono nominati, Istersus, Salassu, Tedili, Scerè, Sartalài, Oeni, Teddisò, Perdacarcìna, Corongiu-orcu, Mattalè, Gerperarci, Elurci, Coas de Incisas, Runcu de circus. Sono in gran parte disfatti.

In alcuni siti appariscono vestigie di antiche popolazioni spente già da tanto tempo, che non ne rimane alcuna memoria, ed è ignorato anche il nome.

 
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