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Guspini

GUSPINI, villaggio della Sardegna nella provincia d’Iglesias. È capo luogo di mandamento della prefettura di Oristano con giurisdizione su Gonnos-Fanadiga e Arbus; e fu parte del Colostrai, uno de’ dipartimenti del giudicato d’Arborea.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 32' 30", e nella longitudine occidentale di Cagliari 0° 29'.

Siede il paese in sulla estremità occidentale della gran valle meridionale alla falda di due montagne, esposto alla tramontana, al greco e al levante, protetto dagli altri venti dalla mole delle vicine eminenze. La sua temperatura è mite così d’estate come d’inverno. Le pioggie sono più frequenti, che sogliono essere nei vicini dipartimenti orientali, rari però i temporali, e poco durevole la neve. Talvolta l’abitato è ingombro dalle nebbie, ma esse non pajono gran fatto nocive. L’aria che si respira è salubre, massime in quelle parti dove il suolo è asciutto, se pure nella stagione de’ miasmi questi non vengano trasportati da’ venti del levante o del greco.

Le case saranno circa 920, e le più d’un bell’aspetto e comode. Le contrade son poco regolari, e sebbene non selciate in tutte parti men difficili che altrove. L’amenità de’ giardini esterni e interni, un gran pioppetto all’estremità, e le molte piante sparse qua e là, fanno bello a vedersi, massime a chi vi discende dalla montagna.

Territorio. È molto esteso, e la sua lunghezza dal monte che sta prossimo all’austro sino al mare morto di Marceddì, in sulle rovine dell’antica città di Napoli, non è minore di miglia 14, la larghezza compensata si può computare di miglia 5; onde la totale superficie dee tenersi eguale a miglia quadrate 70 nella figura d’un vestigio umano. Aggiungasi a questa la regione di Funtanazza che possedono i guspinesi in mezzo al territorio di Arbus, la cui area può calcolarsi di circa 12 miglia quadrate; e risulterà l’area complessiva di 92 miglia quadrate, che sarebbero più che sufficienti a nutrire 25 mila abitanti.

Per una metà il guspinese è piano, per l’altra è montuoso. La più considerevole delle sue eminenze, è l’Arculentu o Erculento, come piace ad altri, la cui parte più eccelsa è una rupe che rassomiglia un capo, e quindi inaccessibile a tutte le parti, salvo per un solo sentiero disastroso. Nella sua cima non pertanto era un antico castello, appartenente al regno d’Arborea, dentro la cui area ingombra di rovine vedonsi tre cisterne. Ivi si gode una delle più belle prospettive avendosi a tutte parti, se eccettui il punto dove sorge la massa del Linas un immenso orizzonte di somma vaghezza. Dopo questo è il monte Santuperdu (così detto da una chiesetta distrutta) ad austro del paese, e il monte Bingias (così nominato per esser piantato a vigne nella pendice che guarda il paese). Montemajori è diviso dall’Arculentu per una piccola valle. Ad Arculentu è poi aggiunto la lunga montagna delle punte, che piegasi in un arco; e quindi presso Marceddi il gran monte di Laudebiaji. Ne’ monti vulcanici del guspinese occorrono frequenti i murruferru che dicono i sardi (muro di ferro) per indicare certe mura di basalto a poligoni irregolari, sgorgamento delle ridondanti materie ignee dalle fessure che aprivansi nelle convulsioni della terra.

Acque. Le sorgenti non sono poche di numero, nè molto scarse, sebbene nessuna possa nominarsi per gran copia di acque. Nel paese si ha la sufficienza per bere e per innaffiare i giardini e gli orti. I rivoli che corrono nelle valli mancano quasi tutti nell’estate alla parte del piano, non così quelli che scorrono dalle pendici occidentali delle dette montagne. Il fiume che attraversa questo territorio lungo le falde orientali de’ monti è quello che abbiam descritto nell’articolo Gonnos-Fanadiga sotto il nome di Terremaistus, come lo appellano i guspinesi dal primo loro terreno che esso bagna. Manca di ponte che sarebbe necessarissimo nelle stagioni piovose, quando l’affluenza de’ torrenti vieta il guado. Esso scorre per due ore in questo territorio, quindi entra nell’agro di Pabillonis, d’onde ritorna nel Guspinese col nome di Badarena, andando a sboccare nel luogo detto Is fossaus nella nuova peschiera di Marceddì non lungi da Nabuli (Napoli).

Popolazione. Nell’anno 1839 erano in Guspini fam. 910 e anime 3808, distinte in maschi 1813 e in femmine 1995. Risultarono dal decennio le seguenti medie: nascite annuali 126, morti 75, morti 25. Non pochi arrivano alla longevità e oltrepassano gli anni novanta. La malattia più frequente e mortale è l’infiammazione, e alcuni patiscono e muojono dalle intermittenti e perniciose, massime quelli che frequentano le spiaggie dello stagno. Attendono alla sanità pubblica un medico, due chirurghi e due flebotomi. Si ha una spezieria, e assiste alle partorienti una levatrice.

I guspinesi sono gente laboriosa e generalmente di umor poco gioviale; onde sono rare le ricreazioni private e pubbliche. Le poche comunicazioni che hanno con gli uomini di altri paesi li mantiene in una certa rozzezza.

Professioni. Delle indicate famiglie, 554 sono agricole, 161 attendono alla pastorizia e 98 a’ mestieri. Quindi sono dieci famiglie di preti, sette di notai, e le rimanenti appartengono a persone di altri uffizi, o proprietarii o negozianti. Vi sono famiglie possidenti 736.

Tra gli artefici sono distinti i fabbri ferrari, che lavorano con non poca abilità, e fanno delle armi. I telai sono circa 850, e si tessono panni, tappeti, coperte di letto, tele, tovaglie, ecc.

Fu stabilito un legato per l’istruzione de’ fanciulli, ed ora è applicato in ricompensa al maestro della scuola primaria, alla quale però non concorre neppure un quinto de’ fanciulli, che dovrebbero essere istruiti. Per le fanciulle sono quattro maestre.

Agricoltura. Le terre guspinesi essendo comunemente sabbiose, sembrano poco atte ai cereali; non pertanto si seminano annualmente starelli di grano 3300, d’orzo 1000, di fave 200, di granone starelli 2, di ceci ed altri legumi 40. La produzione comune suol essere al sestuplo. Di lino se ne raccoglieranno annualmente 5 mila fasci.

Le vigne prosperano poco per essere i terreni di poca sostanza. Le più comuni varietà delle uve sono il moscatello e il nuragus. Il vino non essendo molto gradevole al gusto, viene versato nei lambicchi. Il totale del mosto, che raccogliesi, è circa 4000 brocche (ciascuna di 10 quartare).

I fruttiferi più comuni sono mandorli, aranci, limoni, peri, susini, pomi, peschi, fichi di molte varietà. Il numero complessivo sommerà a 20 mila individui.

Le terre chiuse per tenervi a pascolo il bestiame domito, e talvolta anche il rude, come pure per seminarvi de’ cereali una, o l’altra volta, occuperanno un duodecimo di tutto il territorio.

Ghiandiferi. La barbarie pastorale ha nudate in gran parte queste montagne di quei preziosi vegeta-bili. Le pendici in pochi luoghi sono ombrate dai lecci e dalle quercie, e questi alberi non si vedono in qualche numero che nelle falde occidentali, ed in quelle vallette; ma se si annoverino, credo se ne troveranno appena 200000, comprese le piante giovani.

Pastorizia. Nell’anno 1839 si numeravano buoi per l’agricoltura 1200, vacche manse e vitelli capi 60, cavalli e cavale domite 330, majali 600. Il bestiame rude dava le seguenti cifre: vacche e vitelli 850, cavalle 80, capre 4000, porci 2500, pecore 6000. In totale capi 15620.

I formaggi sono di molta bontà, perchè ottimi i pascoli.

Selvaggiume. I cacciatori trovano cervi, daini, cinghiali, lepri, e volpi. Sono pure in questo territorio quasi tutte le specie dei volatili, ma non molto numerose le gentili.

 
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