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Gonnos-Fanàdiga

GONNOS-FANADIGA [Gonnosfanadiga], terra della Sardegna nella prov. di Iglesias, e nel mandamento di Guspini, sotto la prefettura di Oristano. Era compreso nel giudicato del Colostrai, dipartimento d’Arborea.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 29', e nella longitudine occidentale di Cagliari 0° 27' 30".

Giace alla falda settentrionale del monte Linas, in due frazioni separate da un fiume, e distinte da due nomi, appellandosi Gonnos la parte che sta alla dritta del fiume in sull’estrema pendice, e Fanàdiga l’inferiore che sta alla sinistra nel piano, a levante del-l’altra.

Il riparo di quell’alta massa di monti, fa che non sentansi i venti australi. Vi dominano i boreali, e sono spesso sentiti violenti per il riflusso che accade da quelle enorme mole: anche il greco vi spira liberamente. Nell’inverno massime se il vento venga da queste parti sentesi gran freddo, e la neve dura alcuni giorni; ma nella estate per i venticelli marini la temperatura è assai moderata. Non sono rari i temporali per le nubi tempestose che spesso nelle calde stagioni si arrestano sul monte, e di quando in quando si patisce danno dagli oragani; però che dall’alte cime venendo giù per angusti canali qualche impetuosa corrente aerea, e rimbalzando da’ colli di Gonnos si genera il vortice, che distrugge la vegetazione delle vigne e dei fruttiferi, e atterra e opprime i seminati sì che più non si possano rilevare e crescere: ed è talvolta tanta la furia, che sbarbica fin gli alberi annosi. Le nebbie ingombrano spesso il paese, ma non sono nocive, giacchè le medesime sono delle nuvole che si abbassano dalle alte parti della montagna, e venendo giù danno indizio or di prossima pioggia, ed or di vento. Notasi una maggior umidità nel rione superiore, e pare a cagione delle molte acque onde è turgido il piè del monte. L’aria suol esser viziata dai miasmi che vi trasporta il levante, e dagli effluvii de’ letamai che si hanno ne’ cortili, dalle immondezze del macello, e dalle sepolture fetenti dentro la chiesa parrocchiale.

Sono in questo paese famiglie 770 con anime 3313, delle quali 1687 nel sesso maschile, e 1626 nel femminile. La media dà nascite annuali 107, morti 60, matrimoni 15. Le malattie più frequenti sono infiammazioni di petto, e dell’addome, febbri gastriche e intermittenti, idropisie e odontalgie. Per la sanità pubblica sonovi due medici, un chirurgo, due flebotomi. Non si ha levatrice per le puerpere. Vedonsi esempi non rari di longevità secolare.

Professioni. Si numerano famiglie agricole 536, pastorali 120, meccaniche 93. Quindi sono 6 preti, 7 notai. Poche sono le famiglie che non possedano qualche cosa, e potranno computarsi non più di 35.

Le donne lavorano in circa 800 telai, alcuni de’ quali sono di nuova e miglior forma. Lavorando più del bisogno della famiglia fanno qualche guadagno. Vendono i tessuti di lana e lino negli altri paesi, così come fanno gli artefici, principalmente ferrai, falegnami e orefici, i quali senza istromenti e discipline fanno delle opere che non si debbano spregiare.

Alla scuola primaria concorrono circa 50 fanciulli. Il pochissimo frutto finora ottenutosi da questa istituzione consta dal pochissimo numero di quelli che san leggere e scrivere, i quali in tutto il paese non sopravanzeranno i 40.

Religione. Questo popolo è compreso nella giurisdizione del vescovo d’Ales. La chiesa maggiore, posta nel rione di Gonnos, è sotto la invocazione di s. Barbara. Il paroco che la governa prende il titolo di rettore, ed è assistito nella cura delle anime da tre sacerdoti. Nell’altro rione è una succursale ed ha per titolare s. Elia. Fuori del paese è la chiesetta di s. Severa. Vuolsi che l’antica chiesa parrocchiale fosse denominata da s. Antonio di Padova, nella quale non potendosi più contenere il popolo fu necessità formare un tempio più capace. Le principali solennità sono per

s. Elia, s. Isidoro, s. Giuseppe, s. Severa; ma pochissimo è il concorso alle medesime.

Agricoltura. Il territorio gonnese è nella sua minor parte piano, nell’altra montuosa. La valle principale è quella che dicono di Sìbiri lunga circa 8 miglia.

Si seminano annualmente starelli di grano 1500, d’orzo 200, di fave, ceci, lenticchie e altri legumi circa

150. Il terreno essendo comunemente sabbioso o ghiajoso è poco atto a’ cereali, e senza l’industria e la costante fatica de’ coloni renderebbe assai meno che rende, producendo il 6 del grano e dell’orzo, e poco più o meno delle fave e de’ legumi. Di lino si possono annualmente raccogliere circa 70 mila manipoli. Lavorasi negli orti, ne’ quali si semina meliga, zucche, cipolle, meloni, cavoli, rape, lattughe, pomidoro, fagiuoli e altre specie, e mandasene fuori, principalmente in Villacidro, non poca parte.

Le viti prosperano, e danno una considerevole quantità di vino, che sentesi soave al gusto. Il superfluo alla consumazione bruciasi in acquavite, e pone-si in commercio.

Tutte le specie de’ fruttiferi coltivati nell’isola vi allignano mirabilmente, aranci, limoni, noci, castagni, persici, susini, melograni, ulivi, albicocchi, mandorli, ciriegi, peri, e pomi di molte varietà e di gratissimo sapore. Il numero di tutte queste piante forse supera i due milioni d’individui. Si fa un grande smercio di tutte le frutta e principalmente delle ciriegie, pere e mele, vendendosi nei dipartimenti vicini, che ne scarseggiano, e nella capitale. È un incanto lo spettacolo che può godersi stando sopra alcuna delle colline del Sibiri, vedendo in primavera tutto quel suolo biancheggiare pei fiori, come se gli alberi fossero coperti d’una leggera neve, e poi nell’autunno i varii colori delle frutta pendenti da’ rami. Forse nessun’altra delle più celebri valli della Sardegna ha maggior amenità, ed è più fruttifera.

Selve. Dove non è coltivazione ivi spontanea la natura spiega una lussureggiante vegetazione. Distinguonsi principalmente nelle falde de’ monti, tassi, ginepri, olivastri, spini bianchi e neri, lentischi, filime, ginestre, salici, cisti, corbezzoli, e tante altre specie mescolate a’ ghiandiferi.

I ghiandiferi, elci e quercie, rivestono quasi interamente le pendici, e possono dare nutrimento nella stagione dei frutti a centinaja di armenti.

Pastorizia. Abbonda questo territorio di pascoli, e se si sapesse meglio la maniera di governare le diverse specie del bestiame, e si impedissero le frequenti epizoozie, potrebbesi avere un numero tre volte maggiore, e un lucro più considerevole. Qui pure saria facile formare de’ prati artificiali servendosi delle acque dei due fiumi che traversano il territorio; ma nessuno bada a tali cose, nè pur quelli che hanno i mezzi.

Nell’anno 1839 si numeravano buoi per l’agricoltura 420, capi-vaccini mansi 50, cavallini 167, porcini 200; quindi capi-vaccini rudi 1500, cavallini 30, caprini 9000, porcini 6000, pecorini 4000. I prodotti sono di molta bontà, e con più cura sarebbero migliori.

Le terre chiuse dopo le vigne saranno non meno di 450, le quali comprendono un terzo delle terre coltivabili. Sono poche però le considerevoli per estensione.

Selvaggiume. Ne’ quadrupedi e ne’ volatili sono tutte le specie sarde, ed in tanto numero che i cacciatori di rado fatichino senza compenso. Nel monte Linas abitano i mufioni, e son pure le aquile; nelle altre parti i cervi, i cinghiali, i daini, le volpi, i gatti selvatici ecc., le pernici, le tortori, le quaglie e le beccacce ecc.

 
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