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Gonnos-Codina

GONNOS-CODINA [Gonnoscodina], villaggio della Sardegna nella prov. di Busachi, e nel mandamento di Mogoro sotto la prefettura di Oristano. Comprendevasi nel Parte-Montis, dipartimento del Giudicato d’Arborea.

La sua situazione geografica è alla latitudine 39° 42', e alla longitudine occidentale di Cagliari 0° 17' 30".

Giace sulla sponda destra del fiume di Usellus alla falda orientale d’una collina, in esposizione al greco-tramontana e all’austro. Il sito è umido, onde spesso ingombro di nebbie: l’aria malsana nella stagione estiva ed autunnale. La temperatura è poco soffribile nel-l’estate, e lo è anche meno nell’inverno per il fredd’umido che penetra nelle ossa.

Abitano in questo paese famiglie 220 (anno 1839), che danno anime 544 distinte in 297 maschi e 247 femmine. La media dà nascite annuali 20, morti 12, matrimoni 5. Le malattie dominanti sono le infiammazioni di vario genere, e le febbri periodiche. Pochi giungono ad una grande età. I neonati si salano, e prima di essere battezzati non si baciano da’ genitori: questi crederebbero l’atto peccaminoso. Pensano parimenti altri di altri luoghi. Sono questi gonnesi pacifici, laboriosi e religiosi.

Professioni. Sono applicati all’agricoltura persone 180, alla pastorizia 10, alla fabbricazione de’ tevoli e mattoni 15, ad altre arti meccaniche 4. Aggiungansi quattro notai ed un flebotomo. Le donne lavorano in più di cento telai, due de’ quali di nuova forma. La scuola primaria numera dieci fanciulli.

Questo popolo è sotto la giurisdizione del vescovo d’Ales. La chiesa maggiore di costruzione antica è dedicata a s. Sebastiano, e governata da un prete che ha il titolo di rettore, con l’assistenza d’un altro sacerdote e d’un cappellano fisso. Furono instituite due confraternite, una del Santo Sepolcro, l’altra del Rosario.

Le chiese minori sono due, una dedicata a s. Bartolommeo, antica parrocchia, nella quale si continua a seppellire i cadaveri, deponendo i soli poveri nel prossimo cimitero; l’altra a poca distanza dal paese è dedicata a s. Daniele, che fu di recente edificata con le offerte gratuite de’ divoti, restando esecrata l’antica.

Feste di s. Daniele. Tre volte all’anno festeggiasi per questo santo, la prima addì 9 maggio, la seconda addì 13 ottobre, la terza addì 13 novembre.

Concorreva alla prima una gran moltitudine di persone da tutte le parti del regno, e accadde si numerassero più di 20000 persone di tutte età e condizioni. Accettavansi nel paese quelli che poteano contenervisi. Le case ridondavano di stranieri, alloggiando in qualcuna 40 e fin anche 60 persone; gli altri doveano nella notte serenare nell’aperto, dove erano più di mille cinquecento cavalli, più di mille carri coperti (traccas), e da settecento in ottocento carri carichi di aranci e limoni: parea l’accampamento di un esercito. La grossa terra di Salluri restava deserta, ed era necessità di raccomandarla alla vigilanza de’ bargelli. I campi erano in gran parte devastati da tanti uomini ed animali. Nella mattina della festa era bello il vedere una lunghissima fila di buoi aggiogati, spesso non meno di due o tremila, tutti adornati nella fronte e nelle corna con fiori, nastri, specchi, arancie, i quali docili alle redini precedevano un immenso popolo che attorniava l’effigie del Santo, e cantava il rosario tra l’armonia di cento zampogne (launeddas), e i frequenti scoppi degli archibugi, delle noci e de’ razzi. Quindi era un altro bello spettacolo vedere i pranzi per i campi. I salluresi portavano a sacchi il formaggio grattugiato per condire i maccheroni asciutti.

Questa divozione è di fresca data. Si cominciò a festeggiare con qualche pompa, si diè voce di grandi miracoli operati, e questa fama distendendosi persuase a portarvisi le famiglie, che avean persone malatticcie, e quelli che desideravano qualche grazia. Il rumore de’ prodigii si andò sempre rinforzando, crebbe il concorso, si moltiplicarono le obblazioni, che in poco tempo sorpassarono li 5 mila scudi, e le tabelle votive coprirono l’altare e le pareti della chiesa. Vedeansi letti con ammalati, cadute, incontri con nemici, carri rovesciati, teste, gambe, mani, cuori, bambini e altri segni di riconoscenza in tele mal pitturate, in cera, in oro, in argento, in legno, ed erano pure appese non poche treccie, non so se di teste di femmine o d’uomini. Tuttavolta degli innumerevoli prodigii che si dissero fatti nessuno potea venire alla pubblica cognizione.

Quando questa fama di miracoli fu sparsa in tutta l’isola, mancò il concorso alle altre feste, alle quali era stata fin allora una gran frequenza; e pochi continuarono ad andare a s. Paolo di Monti, a s. Greca ecc. Fu preveduto anche per Gonnos-Codina un simile destino, e se ciò non fu per una novella divozione, avvenne dopo il 1830, quando si inaugurava solennemente la nuova chiesa; perchè in diversi luoghi si cominciò a festeggiare popolarmente da’ cappuccini ed osservanti, allo stesso Santo, e si raccontarono prodigii fatti da lui nei luoghi a’ quali erasi disteso il suo culto. Ora non concorrono a Gonnos-Codina, che i divoti de’ vicini dipartimenti, e pochi vanno dove festeggiano i cappuccini rappresentando il Santo come uno di sua famiglia, e dove festeggiano gli osservanti effigiandolo alla loro somiglianza. Le due diverse corporazioni sel pretendono proprio.

Agricoltura. Il territorio di Gonnos-Codina non pare abbia una superficie maggiore di due miglia quadrate, nè in tutte le sue parti coltivabile. È sparso di piccole colline. In quella che sorge a ponente trovansi agate, calcedonie e quarzi tendenti all’ametisto e al topazio. A levante vi è una pietra da taglio di color azzurro verdognolo sopra uno strato di lignite.

Si sogliono seminare star. di grano 400, d’orzo 100, di legumi 90, di lino 25, e la produzione è spesso copiosa. Il grano e l’orzo sogliono dare il 10.

Le vigne sono piantate alla sinistra del fiume, e occuperanno circa 90 starelli, ma non somministrando il sufficiente, devono questi gonnesi comprarne. Ora sono un po’ sobrii; prima vedeansi tali bevitori, che poteano dopo aver bevuto in tavola ingozzarsi una quartara di vino senza restarne offesi. In esse frondeggiano fruttiferi di varie specie, però non in gran numero. Presso alla sponda del fiume sono alcuni giardini, e si coltivano le piante ortensi. Vi ha un solo oliveto.

A parte le vigne, questi giardini, e il piccol predio piantato a olivi, tutta l’altra estensione del territorio è aperta, e in esso mancano affatto gli alberi ghiandiferi, e non si ha come provvedere pel focolare. Vanno a legnare in terre de’ mogongioresi; ma poi devono permettere a questi di venire con il bestiame alle stoppie. I forni spesso riscaldansi con paglia di fava, con cardo agreste, o con la tassia.

Bestiame. Nell’anno suddetto si numeravano buoi per l’agricoltura 120, vacche 30, cavalli 15, pecore 1500, porci 20, giumenti 60 che sono nutriti ne’ prati e nelle stalle. Nel territorio sono lepri e conigli, e a danno degli agricoltori abbondano i passeri e le cornacchie.

Nel fiume suddetto che traversa il territorio si prendono anguille. La sua sponda è alberata a pioppi ed olmi, e in altri tempi era ombreggiata per circa 3 miglia, senza grandi interruzioni. Il suo letto è profondo, e però fu necessità del ponte a tre foci, che dicesi costrutto da circa 100 anni, e costruivasi con la sunnotata pietra verdognola, che dopo tanto tempo ingiallì. Nell’estate interrompendosene il corso, i suoi gorghi sono destinati uno pel bestiame, l’altro pe’ porci, il terzo per la macerazione del lino; come usano fare negli altri paesi che sono sulle sue sponde.

Dopo il fiume è da notare il rio Canneda, che scorre sempre, e quindi il rivoletto, che nasce dalla (mitza deis arranas) fontana delle rane, e scorre presso la chiesa di s. Daniele. Non si conosce altra sorgente fuorchè alla sinistra del fiume in sulla strada a Baressa. Nel paese sono alcuni pozzi, de’ quali bevono le persone che non han comodo di farla portare dalle suddette fonti.

 
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