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Giave

GIAVE, villaggio della Sardegna, nella provincia di Alghero, nella prefettura di Sassari e nel mandamento di Bonorva. Comprendeasi nel Cabuabbas dipartimento del Logudoro.

La sua situazione geografica è alla latitudine 40° 27', e alla longitudine occidentale da Cagliari 0° 22'.

Siede sopra il monte del suo nome incontro alla tramontana presso al cratere dell’antico vulcano, che era in questa eminenza. Le sue contrade sono in alcune parti male selciate, disposte irregolarmente, e spesso anguste. Il clima è fredduccio, e molto variabile. Vi piove con frequenza, e spesso la terra resta ingombra di neve per tre settimane. I temporali sono frequenti come le nebbie. I letamai che sono all’uscita del paese e le immondezze che gittansi nelle contrade viziano alquanto l’aria.

Sono in questo paese anime 1575, delle quali 870 appartengono al miglior sesso, 703 all’altro, distinte in famiglie 335. L’ordinario numero delle nascite è di 45, delle morti 30, dei matrimonii 10. Le malattie più frequenti sono, infiammazioni al petto d’inverno e primavera, le periodiche di estate e di autunno. Molti vivono sino ai 60 anni, e alcuni più in là. Alla pubblica sanità attendono due flebotomi; manca la levatrice. Il campo-santo formossi vicino alla parrocchia in luogo elevato.

Tra le notate famiglie 230 sono agricole, 50 pastorali, 20 meccaniche, 3 nobili con 12 individui, e altre che appartengono a persone di qualche uffizio o a’ maggiori proprietarii.

Quasi tutte le case hanno i loro telai per panni lani e lini. Si fanno tovaglie, coperte di letto e tappeti che si smerciano ne’ vicini paesi.

Alla scuola primaria concorrono circa 20 fanciulli, a due de’ quali sono aperte due piazze gratuite nel seminario di Sassari. Prima davasi ogni anno a una orfanella la dote di scudi sardi 20; poi questa somma fu aggregata al detto seminario.

Religione. Questo popolo è sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Sassari. La chiesa maggiore è nominata da sant’Andrea apostolo, fu riformata nel 1788, ed ha nove altari. Il paroco ha il titolo di rettore, ed è assistito da tre preti nella cura delle anime. La decima si computa di circa ll. n. 6000. Le chiese minori sono la s. Croce, dove uffizia una confraternita, e fuori del paese s. Sisto fabbricata sulla sommità del monte, e s. Cosimo che vedesi vicina all’antico castello. In questa si festeggia addì 27 settembre con molto concorso da’ vicini paese. In tal giorno tienesi una piccola fiera, e prima aveasi pure lo spettacolo della corsa. In altri tempi era ne’ sabbati di ottobre, poi in seguito, grande affluenza di gente da’ vicini paesi, e molti aveano fissato il giorno di questa peregrinazione, i bonorvesi in un sabbato, in un altro i cosseinesi, in altro i tiesini e keremulesi, in altro i padriesi e moresi, in un altro i torralbesi e moresi. Dormivano presso la chiesa e ricreavansi nel ballo, nel canto e ne’ conviti.

Agricoltura. Il territorio di Giave è molto esteso, e per sette ottavi montuoso. Il piano è molto idoneo alla cultura de’ cereali. Si lavora con 70 gioghi, ed ogni giogo semina rasieri (il rasiere è eguale a starelli cagliaritani 3. 1/2) di grano 4, d’orzo 1/2, di lino 1/3, di fave e legumi 1/3. Fruttifica il frumento il 5, l’orzo il 7, le fave altrettanto. D’erbe ortensi nessuna cultura. Si semina circa 40 rasieri di meliga, se ne fa pane e si usa per la minestra. I poveri mangian pure pane d’orzo. Il grano vendesi a’ montacutesi e ai florinesi.

Le vigne sono prospere. Il vino suol essere bianco e di bontà mediocre: il superfluo vendesi in Cosseine e in Pozzomaggiore.

Le terre chiuse, che diconsi tanche, occuperanno un decimo del territorio.

Il bosco è nel monte Sarchessi e Càttari; ma vi son rari gli alberi ghiandiferi, e di giorno in giorno si vanno distruggendo le altre specie. Questa regione avrà un’area di circa 12 miglia quadrate. In Cattari è un ampio tratto, dove si semina.

Montagne. Senza il monte di Giave, del quale si è già parlato, sono in questo territorio altre eminenze considerevoli, il Figuìni tra Giave e Cosseine, Sarchessi che dista un’ora, Monteruju a doppia distanza, e il Cattari che è unito al precedente. In Sarchessi sogliono aver stanza i banditi. Dopo questi è degno di menzione il monte Annaru, piccola eminenza presso le falde del monte Giave, ed era un vulcano, come è chiaro dal suo cratere e dai prodotti di materia ignea.

Bestiame. Si numeravano nel 1839 cavalle 400, vacche 800, pecore 6000, capre 300, porci 1200. Il campo giavese somministra abbondante pascolo, e ne produrrebbe assai più se si formassero prati artificiali.

Selvaggiume. Sono in molto numero i cinghiali e i daini, principalmente nel Sarchessi. Si prendono pure martore e volpi.

Acque. I giavesi bevono dalla fonte che trovasi alla estremità del paese verso libeccio. È buona ma scarsa. Nelle case sono de’ pozzi che però danno acque salmastre. Delle altre che sono nel circondario le più note sono la fonte di Calàrighes, ottima e copiosa, quella che dicono di Ponte, e le appellate Uttièri, e Puttuddi alla falda del monte. Nella estremità del Campo-Giavese a piè del Serchesi è la sorgente di rio Ena, che nell’inverno scorre e trapassa il ponte della gran strada, e nella state è assorbita dalla terra. Dopo questa è degna di menzione la fonte Mèssène.

Nel campo suddetto vedonsi frequentissime paludette, che svaniscono nella estate; e in quella sua parte che dicono Campu de Jossu presso i confini di Giave con Bonorva è la palude che dicono dess’Iscudu.

Alla falda del monte in faccia a Bonorva un po’ sopra il luogo, ove era la chiesa di s. Nicola, trovasi la fonte di Silanos. Questa dà le sue acque al rio Molino e presso al ponte di questo nome nella strada centrale cresce dalla fonte di s. Gavino. Quando le acque che vengono in questo letto dalla scala di Bonorva mancano nella estate, il Silanos e Sangavino scorrono soli sotto il detto ponte, e poi proseguono sino al ponente di Cosseine, donde volgonsi per andare nell’Andròliga, che è il rio di Semèstene.

Commercio. Da’ cereali, da’ vini e dai prodotti pastorali, che i giavesi vendono, possono ritrarre annualmente circa 30 mila lire nuove.

Antichità. Sono in questo territorio molti norachi e alcuni degni di considerazione. Nel campo-Jossu Norache Bòes, Càgules, Figu, Putuddi, Feruledda e Ponte: nel Campo giavese, Norache Saùccos, Su Runcu,

n. de Idda, de riu Ena; nel monte Sarchessi, n. Meana, S’amuràdu, Porcheddos e Accas; nel Càttari n. Bidighinzos, Pianu de sòrighes e Donnigaza, presso cui è una fabbrica del medio evo, detta Su Palatu de Donnigaza; quindi i due norachi denominati dalle chiese di s. Cosimo e di s. Gavino. I primi due sono degni di essere veduti.

Popolazioni antiche. A piè del monte di Giave in Figuìni, dove la strada centrale piegasi verso Toralba trovansi le vestigie di un antico borgo o città: ed è probabilissimo fosse qui l’Hafa dell’itinerario di Antonino, dal quale nome pare derivato quello di Giave, che oggi usasi. Si trovarono alcuni oggetti che attestavano una popolazione de’ tempi romani, e alcune lapidi sepolcrali che si possono riferire a’ primi secoli del cristianesimo. Quindi appariscono altri indizii tra Roccaforte ed Annaru, in sul cratere dell’Annaru, in Santumiali (così appellato dalla chiesa distrutta di s. Michele) a poco men d’un miglio da Giave verso Cosseine; in Santu-baingiu (dalla chiesa distrutta di

s. Gavino) a più d’un miglio nell’anzidetta direzione; in Santunigola (dalla chiesa distrutta di s. Nicola), dove credesi fosse un monistero di benedittini a poco men d’un miglio verso Bonorva, in Santamaria de Achettas (dalla chiesa distrutta di s. Maria) tra il paese e il ponte della strada centrale; ed in S’Amuradu nel Sarchessi, dove si trovarono monete d’oro, ed è tradizione abitasse una colonia di saraceni; il nome istesso pare che indichi uomini di quella stirpe.

 
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