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Genòni

GENÒNI, villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura d’Isili e nel mandamento di Làconi. Era compreso nella Parte-Valenza, che fu una delle curatorie del regno d’Arborea.

Trovasi nella latitudine 39° 51' 30" e nella longitudine occidentale del meridiano di Cagliari 0° 7' 30".

Topografia. Siede nella falda siroccale d’un alto colle quinci coperta da esso al maestrale e quindi al libeccio e a collaterali dalla gran Giàra. Il suo sito è niente umido perchè sulla nuda roccia, le strade irregolari, le case mal costrutte, i cortili sporchi come immondezzai e nelle stagioni umide pantanosi. La temperatura è mediocre, però tollerabile d’inverno e di estate, grande la sua variabilità, come osservasi nelle altre contrade, la ventilazione sovente troppo rapida, le tempeste a grandine e a fulmini non rare nell’estate e nell’autunno, le pioggie più frequenti in questa stagione e nella invernale, poche nevicazioni nelle quali la terra biancheggia sol pochi giorni, non insolita la nebbia che scorre portata nel flusso dell’aria, ma passa innocente se non trovi le spiche in latte e sopravvenga pioggia, e se pure non trovi in fiore le viti e gli altri fruttiferi. L’aria non si può lodare come salubre: però che nell’estate e nell’autunno sentesi depravata da malignità che espira la terra morte che sieno le erbe, e che si aumenta da ciò che danno nella loro fermentazione i letamai ammucchiati alle uscite del paese e le brutture neglette avanti le abitazioni.

Il territorio si computa avere una superficie di circa 10 miglia quadrate, ed essa in una parte poco men che piana, nell’altra montuosa. Il piano è nel fondo della valle che apresi tra la Giàra e il Sarcidano; la principale eminenza quella che dicono monte di s.

Costantino da una antica chiesa statagli dedicata, alla cui sommità si ascende in un quarto d’ora per non facili sentieri e trovasi un piano di circa due giornate e mezzo comecchè in parte ingombro dalle rovine di un norachetto. Indi intorno apresi allo sguardo una scena che è sempre vaga, ma più assai a ciel sereno ne’ bei giorni d’inverno e primavera, e così larga che anche il mare d’Oristano sia contenuto nella prospettiva. Gli estremi pensili scogli sono di natura diversa dalle sottoposte rupi e somiglianti a quelle della prossima Giàra con tale spessezza, che in qualche parte sopravanza i sei metri. Questo piccolo altipiano era forse in continuazione con l’anzidetto, e furono uno dall’altro disgiunti quando nabissarono le parti intermedie dove ora è la valle. Domina il calcareo, e i genonesi ne bruciano le pietre per calcina.

Acque. Le fonti non sono molte numerose, perchè le perenni non sono più di undici, tra le quali assai lodate quelle che effluiscono dalla pendice del detto colle e appellansi Nuragi-aras, Lijus, Francischiga, Serabajus. Molte famiglie bevono da esse nell’estate e nell’autunno, e i febbricitanti hanno giovamento dalle tre prime.

Questo territorio bagnasi ne’ suoi limiti con Làconi e Nurallao dal fiume Imbessu che nato nel Sarcidano procede al maestrale verso Fordongianos a trovare il Tirso e dargli il suo tributo, e in quelli con Nuragus dal ruscello Arunni che scorre verso il sirocco per unirsi al Caralita. Quindi è un rivolo dalle fonti della Giàra che dicesi Piscina maiori, e scorre per un miglio e mezzo dentro il genonese affrettando a congiungersi con altri rivoli per dar incremento al suddetto Imbessu. In tempi piovosi gli alvei perchè poco capaci rigettano da tutte parti le acque, e però accadono degli allagamenti sopra i seminati, e ritorna altra fatica e nuovo dispendio.

Popolazione. Nell’anno 1838 erano famiglie 235 e anime 1078, che distinguevansi in 550 maschi e 528 femmine. La comune del decennio scaduto dava annuali nascite 40, morti 25, matrimonii 10.

Carattere. I genonesi sono gente laboriosa, religiosa e generalmente buona. Son rari i delitti, e in detto erano soli 9 ditenuti e accusati di colpe leggiere.

Vitto. I medesimi sono frugali e si nutrono più spesso di vegetabili che di animali. Alcuni meritano pure la lode di sobrii.

Malattie. Dominano le infiammazioni, i reumatismi, le idropisie, le febbri periodiche e le reumatiche. Attendeva in detto anno come medico e chirurgo un semplice flebotomo. Il corso della vita è a’ 60 anni; i rarissimi sorpassano questo limite.

Professioni. Dalle famiglie sunnumerate si può notarne applicate 160 all’agricoltura, 30 alla pastorizia, 22 a’ mestieri di ferraro, scarparo, muratore, falegname: alle quali devonsi aggiungere alcune altre che non so sotto qual titolo menzionare, e due famiglie nobili.

Le donne attendono alla tessitura, ma non lavorano in lino e lana più che domandi il bisogno della famiglia. I telai sono 220, tutti nella solita semplicità sardesca, eccetto un solo così formato come sono ne’ paesi dove quest’arte sia conosciuta e sappiasi alle cose antiche sostituire le migliori. È ben evidente il suo vantaggio, eppure non si pensa a imitarlo.

Istruzione. Vi è stabilita la scuola primaria, vi concorrono circa 20 fanciulli e sono eruditi da un francescano. I religiosi di quest’ordine, che furono istituiti nel paese sin dal 1638, avean obbligo di far scuola gratuita dalle prime lettere sino alla filosofia, e forse in altri tempi soddisfecero a questo dovere meglio che ne’ più prossimi, ne’ quali non avanzarono in là de’ principii grammaticali. Sebbene per patto non dovessero aver mercede per l’insegnamento, non pertanto il governo a gratificare chi fatica e a renderlo più diligente nell’opera fissava una rimunerazione.

Agricoltura. I terreni sono atti ai cereali; ma i coltivatori poco periti.

Si suol seminare starelli di grano 1200, d’orzo 200, di fave 150, di ceci 60. Il grano e le fave rendono il 10, l’orzo il 15, i ceci l’8. Di lino coltivasi solo quanto basta per li bisogni di famiglia. L’orticultura è negletta, sebbene si abbiano siti comodissimi.

Le viti prosperano e producono copiosamente: le uve sono di molte varietà, i vini, sebbene mal manifatturati, hanno della bontà, i gentili una lusinghiera soavità. Forse si vorrà presto ampliare il vigneto, perchè le botti che si hanno non propinando più dopo gli otto mesi, bisogna comprare il sufficiente per gli altri quattro.

I fruttiferi nelle seguenti specie e in ciascuna molto variati, peschi, susini, peri, meli, fichi ecc. non sono in gran numero.

Tanche. Delle terre chiuse sei solamente hanno una considerevole estensione; assai minore le rimanenti 65. Vi si tiene ordinariamente a pascolo il bestiame.

Ghiandifero. Non trovansi che poche quercie, forse poco più d’un centinajo, in una terra non maggiore di sei giornate.

Pastorizia. Nell’anno suddetto erano gli armenti e le greggie ne’ numeri seguenti: buoi 500, vacche 400, cavalli 450, porci 600, pecore 2500, capre 1000. Sono frequenti le epizoozie, e tutti gli anni nell’estate periscono molte capre per il male (s’acquavèra), che concepiscono dissetandosi ne’ gorghi dove le acque sono infette dal putridume di vegetali ed animali e calorose dal sole.

I pascoli sono sufficienti, fuorchè a’ porci, i quali devono esser condotti altrove nella stagione delle ghiande.

Gran parte del latte si consuma nel paese. I formaggi sono di mediocre bontà.

Selvaggiume. I cacciatori potrebbero trovare le lepri e i conigli in gran numero, non parimenti gli altri quadrupedi maggiori. Occorrono frequenti i colombi, i tordi, le anitre e le pernici: gli usignuoli rendon col loro canto più deliziosa la primavera; i passeri e le cornacchie fanno disperare i poveri coloni, quelli sgranando le spiche, queste scavando le fave invan nascoste ne’ solchi.

 
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