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Gavoi

GAVOI, villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura di Nùoro, capoluogo del mandamento del suo nome, nella cui giurisdizione sono contenuti Olzài, Ollolài e Ovodda. Comprendevasi nella Barbagia Ollolài, che fu parte del regno d’Arborea.

Topografia. La sua situazione è nella latitudine 40° e 9' e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° e 10'. Siede alla falda orientale del monte di Ollolài non lungi dalla destra riva del Gùsana. Le case sparzite da contrade irregolari in molti gruppi son di pessima costruzione, nè parrebbero degne di essere abitate: tuttavolta sono ben da preferire a tanti covili tenebrosi che gli antichi gavoesi si avevano scavato, dove nei tempi freddi si rintanavano e tra il fumo de’ tronchi oziavano e beveano, come anche oggidì usano non pochi. Questi oscuri sotterranei sarebbero mai le spelonche, delle quali troviamo menzione negli antichi che narrarono la vita selvaggia degli Iliesi? Veramente non si potrebbero in altro senso accettare le loro parole, già che invano ricercheresti nelle montagne de’ barbaracini quelle grandi cavità naturali o artefatte, che da alcuni si vogliono intendere.

Questa terra presentasi in bell’aspetto da certo punto per la disposizione delle case in luogo declive e per l’ornamento interno ed esterno d’una amenissima vegetazione nella primavera ed estate.

Clima. Da mezzo il settembre al principiante aprile sentesi gran freddo, sebbene non sempre continuato. Maravigliosa è la variabilità della temperatura in tutte le stagioni, mentre accade che in uno stesso giorno si patisca caldo e freddo, e ora sentasi l’aura piacevole, poi così gelida che penetri fin nell’ossa. Piove assai spesso, e la terra vedesi dove per più mesi, dove per più giorni, coperta dal nevazzo; però per poco nelle regioni di Meriddè e di Samatta, perchè protette da’ venti del monte Gonnàri e ben esposte agli australi. La nebbia non è rara; innocente quella che sorge dal fiume, dannosa l’altra che viene d’altronde principalmente agli alberi fiorenti ed agli stessi ghiandiferi. L’aria non è insalubre per miasmi in nessuna stagione.

Territorio. È vasto, e in gran parte montuoso. Le principali eminenze sono Santupedru, Olopène, Pedruvòe, Iligài, Funtanamala, Loilòi, Lohài, Parentèle, Erèmu, Istelàthe, quindi le due colline Vargasòla a ponente, e Puddis al levante del paese. I piani principali sono nelle due sunnominate regioni Meriddè e Samatta.

Acque. La terra ha molte vene d’un’acqua di tutta bontà, e alcuni ruscelli che vanno nel Gusana o Spedaloi, come anticamente appellavasi. Le fonti del paese sono nominate di Mesuvidda, Carthonna e Sucràmu; fuori, però in sito vicino, detto Su golostiu da un albero della specie di tal nome, erompe dalla rupe un’acqua riputata medicinale (s’abba mèdiga) la quale sentesi grata al gusto, e fu sperimentata leggiera, e diuretica e molto giovevole nelle febbri terzane. Credesi sia saturata di nitro. Un’altra fonte egualmente salutare è indicata agli ammalati presso ai confini con Ollolai; ed è pur degna di esser osservata quella che dicono Zurru de proinca, la quale con una più larga effluenza del solito dicesi prenunziare le grandi mutazioni atmosferiche; come dovrebbe essere analizzata quella che dicono di Stoddoè, della quale asseriscono alcuni esser tanta la gravità che rigetti dal fondo le pietre che vi si voglian sommergere: nel che forse si ingannano potendo il fenomeno avere sua buona ragione nella violenza con cui vien su dalla terra.

In questo territorio passa il Gusana dirigendosi verso il ponente nella regione, dove prende il nome di Dalòro. Vedi nell’articolo Fonni le prime origini di questo fiume. Le fonti di Gavoi sono tutte al suo incremento e dentro i suoi confini si versano in lui l’Istelàthe in distanza di due ore dal paese, e il Carchinargiu nato in territorio di Ollolai e cresciuto dal rivolo Sanna, e dal Gaidano, che hanno origine nei salti gavoesi.

Popolazione. Si numerano (anno 1838) famiglie 290 e anime 1476, delle quali 706 appartenenti al sesso maschile e 770 al femminile. Per media di dieci parti si celebrano annualmente matrimonii 12. Dalla ispezione poi dei libri parrocchiali si ebbe che dal 1826 al 35 nacquero 293 e morirono 428: il quale eccesso è da essere attribuito all’epidemia vajuolosa dagli anni 1829-30-31, ne’ quali complessivamente furono 191 morti.

Non considerate siffatte contingenze, contro le quali si è provveduto dalla sapienza del governo, questo popolo sarebbe ora più numeroso se più per tempo si fosse potuto spegnere lo spirito di vendetta e mansuefare la ferocia. Ricordansi con dolore le ostinate inimicizie e le crudeli zuffe, per le quali restarono addolorate molte famiglie, e preparossi la rovina di non poche altre.

Mancata questa ragione non sono ancora felici le condizioni e non prima lo saranno, che si riduca a miglior modo la vita irregolare di quei mercantuzzi girovaghi i quali volgarmente si appellano Cillonai, e con le frequenti intemperanze e con l’incuria della propria sanità si accorciano la vita. È osservazione costante, che di dieci che si applicano a questo mestiere di poltroneria, uno appena giunge a’ 60 anni.

Le malattie più comuni sono al petto. Gli adulti muojono ordinariamente per dolore laterale e i piccoli per la poca cura che si ha in preservarli da tutte le cause morbose. Le madri si scapigliano vedendo languire ed estinguersi quei cari; ma non si fanno coscienza di aver posto la causa del proprio dolore lasciando i piccoli nel campo sotto il sollione e non reprimendo la loro avidità per le frutta.

A parte i cillonari che amano la vita dissipata e dissoluta nel loro vagamento per tutte le provincie del regno a vendere i tappeti, le pezze di lana e altri tessuti, i restanti uomini sono da lodare come laboriosi. Tal vanto però è molto meglio meritato dalle donne che con costante opera si affaticano nel filare, tessere e in lavorar calze e berrette, e non quelle solamente di mediocre e infimo stato, ma quelle pure che sono in case agiate. Le medesime avendo ottenuta l’esclusiva coltivazione degli orti, che sono quasi altri e tanti che le famiglie, usano una somma diligenza e li fanno fruttificare al vito e al lucro.

A render giustizia alla verità non posso tacere come ne’ più di questo popolo vedansi cuori magnanimi e cortesi; perchè auguro che educati più cristianamente potranno ottener nell’avvenire una lode intera. È la morale cristiana che deve formare i virtuosi cittadini, e a questa mira dovrebbero intendere quei sacerdoti, a’ quali fu commessa la istruzione de’ popoli.

Nell’anno suddetto erano ditenuti per ragione di piccoli furti quattro uomini, e solo due banditi.

La istruzione primaria vorrebbe esser fatta con più diligenza. Comechè concorrano alla scuola circa 45 fanciulli, non pertanto ne’ 18 anni che questa scuola è aperta ben pochi hanno imparato a leggere e a scrivere. Forse in tutto il popolo non se ne potranno annoverare cento.

Vitto. Usano molti pane d’orzo, patate, legumi, frutta secche e fresche, carni e lardo. Consumasi molto di vino e di acquavite, e non sono troppe le sedici taverne che trovansi aperte, dove i cillonari passano le più belle ore sordi ai lamenti de’ figli affamati e delle mogli addolorate.

 
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