Gàiro

GÀIRO, villaggio della Sardegna nella provincia di Lanusèi, compreso nel mandamento di Jersu. Nel tempo dei giudici cagliaritani era parte della Barbagia; quindi fu aggregato al giudicato della Ogliastra.

La sua situazione geografica è alla latitudine 39°, 51', ed alla longitudine orientale di Cagliari 0°, 18'.

Siede sulla pendice d’un monte incontro al mezzogiorno, esposto a’ venti che soffiano da quella parte, e molto battuto dal ponente. Nella estate vi si gode un fresco delizioso sino a due ore avanti il meriggio: da quel punto rinforzandosi sempre più il calore, si ha molto a soffrire finchè il sole scenda dietro i monti. Vi piove spesso coi venti boreali e orientali, e vi grandina e fulmina. La neve non dura che sulle eminenze maggiori. Non si patisce alcuna umidità perchè il luogo è siffatto, che le acque scorrono spontanee. L’orizzonte è bellissimo, e resta sotto lo sguardo il gran piano del Tirreno per un raggio non minore di 30 miglia.

Componesi questo villaggio di case 250. Le strade sono scabrose, non eccettuate le due principali. Sonosi numerate (anno 1838) famiglie 245, anime 1100. Le donne sono di belle forme e di bel colorito, ma generalmente di piccola statura, come gli uomini. Le medie annuali dell’anteceduto decennio han dato matrimonii 10, nascite 40, morti 30. Vedonsi non pochi longevi. Le malattie dominanti sono infiammazioni, principalmente dell’addome, febbri reumatiche e intermittenti, dolori laterali ed epatiti. Non si è tuttora formato il campo-santo, e però si depongono i cadaveri nel cimiterio che sta alle spalle della parrocchiale: da che talvolta sentesi viziata l’aria, come lo è pure dalle immondezze del macello che si fa dentro il popolato.

Carattere morale. È visibilissima la riforma che si va da gran tempo operando ne’ popoli sardi per la provvidenza del Governo e per lo zelo de’ vescovi che prepongono alle parrocchie sacerdoti illuminati e pieni di carità. Che se i popoli dell’Ogliastra progredirono men rapidi nell’incivilimento, ciò è stato da questo che la provincia era difficilmente accessibile per mancanza di strade, e perchè la diocesi restava senza proprio pastore sino a questi ultimi anni.

Il miglioramento de’ costumi è già notevole ne’ gairesi, i quali or da pochi si accusano; quando in altri tempi facevansi troppo spesso nominare per delitti e disordini, per grassazioni, omicidii e bardanas, come dicono l’abigeato di interi branchi.

Foggia del vestire. Negli uomini non si osserva alcuna particolarità, se non che i pastori indossano la pelliccia (sa esti de peddi) sopra il cappotto. Le donne usano il forese rosso per le gonnelle, e nel giubbone e mantello seguono la moda di Osìni, Ulàssai e Jersu, dove adoperano lo scarlatto comune ornato con nastro di seta azzurra.

Tradizione sulla origine de’ gairesi. Si vuole il lor autore un pastore di Osini, che stabiliva la capanna e la mandra in quel luogo di questo abitato che dicono Lorista, e poscia vi costruiva una casa per la famiglia e i servi, i quali cresciuti in un popolo ebbero dagli Osinesi fratelli una parte del territorio. Questa tradizione non indica alcun tempo e però non sappiamo se abbia a riferirsi in là del secolo XII, nel qual tempo erano già i gairesi; o a tempi più recenti, potendo esser stato che o per pestilenza o per invasione da’ barbareschi rimanesse il luogo spopolato.

Professioni. Di questi popolani circa 260 sono applicati all’agricoltura, 80 alla pastorizia e pochi altri a’ comuni mestieri. V’ha un buon numero di vetturali di vino, i quali vanno in carovana alla spiaggia di Tortolì e ne’ villaggi della provincia di Nuoro, portandolo su cavalli in grandi otri, alcune delle quali sono capaci di dieci quartara.

V’hanno molti telai, 90 de’ quali sono impiegati per la fabbricazione de’ pannilani, che si smerciano ne’ paesi circonvicini, e nel Campidano.

Istruzione. Nella scuola primaria non si numerano soventi più di sette fanciulli. Qui pure si ha la mania del latino, e omessi gli insegnamenti prescritti si perde il tempo nelle nullità grammaticali.

Religione. Questo popolo è sotto la giurisdizione del vescovo della Ogliastra ed è servito nelle cose religiose da due preti, il primo de’ quali si qualifica vicario.

La chiesa maggiore è denominata da s. Elena: le minori sono tre, delle quali una è dentro il paese dedicata allo Spirito Santo, l’altre due fuori, la prima denominata da s. Lussorio in distanza di un’ora nella regione detta Sa costa, l’altra appellata dalla Vergine del Buon cammino in distanza di ore tre nella cussorgia di Sessèi alla sinistra della sponda del Pelài non lungi dalla strada reale dal Sarrabus alla Ogliastra passando dall’arco del Cuaddazzone. Essa ha contigue molte stanze per i preti e per il romito che la custodisce, ed alcune logge che nel giorno della festa si affittano a’ mercanti. Il mare non dista più d’un quarto di miglio.

Feste. Le principali, alle quali è gran concorso di forestieri sono, nel villaggio per lo Spirito Santo, nel qual giorno si prepara il pranzo a’ poveri e a tutti gli ospiti, porgendo a quelli un pane comune, e un brano di carne di caprone, a questi pan fino dipinto con zafferano, carne di vacca o di capra. Gli operai, come son detti quelli che si incaricano di questo convito, mandano un simil dono anche a’ primarii del paese. Fuori del villaggio, festeggiasi per s. Lussorio addì 21 agosto e banchettasi allegramente sotto i folti ulivastri, e alle sponde erbose dell’acqua freschissima, che vi sorge in grande abbondanza: vi assiste una forza ragguardevole, perché è raro che non si commettano de’ disordini dopo il convito; quindi nella terza domenica di ottobre per la Vergine di buon cammino, celebrandosi insieme una fiera. Queste feste sono da annoverarsi fra le più frequentate e allegre della Ogliastra.

Territorio. La superficie valutasi di miglia quadrate circa 40. È in gran parte montuoso e però appena un terzo si può coltivare.

Agricoltura. Si seminano annualmente starelli di grano 400, d’orzo 150, di fave 20. Non essendo la terra molto atta a’ cereali, usano alcuni di narbonare ingrassando il suolo, che dissodano nelle pendici, con le ceneri de’ corbezzoli e de’ cistii. I seminati sotto l’arco del Guaddazzone sogliono soffrir assai dalla nebbia che esala il Pelai, e dalla più copiosa che dà il fiume Tertenìa: la regione è poco ventilata. I lini non vi son prosperi.

Son molti orti non lungi dal paese nelle terre prossime ai ruscelli (erriargius), le cui acque prendonsi oggi da uno, domani dall’altro. Vi si coltivano fagiuoli, granone, cavoli, cipolle e zucche. È maravigliosa la prosperità di tali generi; vedonsi cipolle di libbre sei; e pesano fin sopra le ducento libbre certa specie di zucche tonde, bianche fuori e rosse dentro, di molta polpa, le quali sono a molti una parte del nutrimento, e una vivanda gustosa se sian ben composte e cucinate. Da queste cresce la pinguedine a’ majali.

Questo clima è felicissimo alle viti. I vini sono pregievoli per la sostanza, per un gusto soave, e per altre ragioni di bontà, principalmente quelli che traggonsi dalle due specie che dicono cannonau e vernaccia.

 
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