Forru

FORRU [Collinas], villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura di Oristano, compreso nel mandamento di Mògoro. È nel Partemonti, antico dipartimento del giudicato di Arborea.

La sua situazione geografica è alla latitudine 39° 38' ed alla longitudine occidentale di Cagliari 0° 13'.

Il nome che ottenne questo luogo parve ad alcuni una storpiatura della parola latina Forum: tuttavolta e più verisimile sia una voce sarda, della quale massime i meridionali si valgono in senso traslato a significare siffatta concavità, dove nell’estate sia un calore bruciante, quasi come il vampo di un forno.

Da ciò sarà ben intesa la infelicissima positura di questa popolazione tra alcuni piccoli colli, ad uno de’ quali sta addossata. I quali così la celano, che non prima possa vedersi l’abitato, che uno siavi sopra. Forte è il caldo nell’estate, penetrante il freddo nel-l’inverno per la umidità. I venti settentrionali v’entrano incanalati tra due eminenze e il flusso è dalla terza riflettuto sopra le case. Vi ha pure un adito allo scirocco e al ponente, nessuno agli altri. Le nebbie sono frequenti ne’ tempi più umidi; delle quali mentre nulla

o pochissimo si risentono i corpi già confermati nel vigore dell’età e indurati da’ continui disagi, spesso ne restano offesi i seminati e le viti.

Le case sono circa 310, e nel complesso presentan la forma di un triangolo con la punta alla porta de’ venti settentrionali.

Le famiglie (anno 1838), sommano a 306, le anime a 960, e per le medie risultate dal prossimo decennio celebraronsi matrimonii 8, nacquero 30, e altrettanti morirono per anno. I periodi di più frequente mortalità sono la prima e la estrema età; chi supera la forza delle molte cause morbifere ne’ teneri anni e nella adolescenza va spesso con sanità inalterata a’ 70 anni e li sorpassa.

Le malattie dominanti sono infiammazioni nominatamente dell’apparato digestivo, e febbri periodiche nell’estate e nell’autunno. Il cimiterio che sta nel centro del paese in contiguità alla chiesa maggiore è una perenne sorgente d’impurità per l’aria.

Becchini. In Forru come in più altri luoghi della Sardegna riputandosi infame l’ufficio del becchino, sdegnano esercitarlo anche i più poveri e vili; epperciò tocca ad uno de’ parenti del defunto di aprirli la fossa e seppellirvelo, e in mancanza dei parenti ad uno de’ suoi amici: che se le condizioni siano più misere il sindaco del comune comanda al messo (su missu), o servo pubblico di far quest’opera, che non è per lui un’opera di misericordia, perchè la fa di molto mala volontà stimando dover perciò cader più giù dall’opinion pubblica, sebbene non ignori d’esser l’ultimo uomo del popolo. Fa gran maraviglia come tuttora sussista questa stoltezza e come si condanni un’opera, di cui si pregierebbe ogni buon cristiano. Spiegasi il vangelo, nol niego, perchè i vescovi invigilan su questo punto, ma spesso lasciate le cose che giovano al popolo si dice quel che nessuno intende.

Sono i Forresi uomini tardi, d’umor serio, tenaci delle antiche abitudini, dissimulatori, contenti del loro poco, generosi co’ forestieri e nella povertà sdegnosi di mendicare.

A gloria del V. R. Marchese di Rivarolo e a nuovo argomento di quanto valga presso i sardi una amministrazione saggia e una giustizia pronta, noterò qualche cosa dello stato morale di questo popolo prima del di lui governo. I forresi così come i sardaresi e mogoresi, erano diffamatissimi per molti delitti: i loro paesi, vere tane di ladri e di assassini di professione, i quali ponevano tutta la loro gloria nel cavallo, nell’archibugio e nella daga.

Rivolse il sunnominato V. R. sopra essi il suo sguardo, e savio come egli era, conobbe in essi men di malignità, che apparisce, e che se fossero educati vedrebbesi sviluppata molta bontà di sentimenti. Operò, li trovò docili e le sue cure cambiarono quei cotali che dicemmo in uomini laboriosi e pacifici. Anche i figli di buona natura traviano se si abbandonino a se stessi.

Professioni. La principale è l’agricoltura, alla quale sono applicati circa 190, mentre alla pastorizia non attendono più che 10, e due o tre alle arti meccaniche.

Le donne si occupano nella tessitura: ma non fanno più che sia domandato dai bisogni della famiglia.

Istruzione. Alla scuola di primaria istruzione forse non concorrono otto fanciulli. Pochissimi in tutto il popolo san leggere sebbene l’insegnamento sia stabilito da circa 18 anni.

Religione. Questa parrocchia è sotto la giurisdizione del vescovo di Uselli e si amministra da un vicario, cui nella cura delle anime assiste un altro sacerdote.

La chiesa maggiore è sotto l’invocazione dell’arcangelo Michele: le minori dentro il popolato sono tre, una denominata da s. Rocco, l’altra da s. Pietro, la terza da s. Sebastiano, che fu antica parrocchiale; nella campagna non v’ha che la sola cappella dedicata alla N. D. nella commemorazione della sua natività, alla quale dicono fosse nel medio evo annessa una piccola casa di benedittini. Contienesi in un chiuso della superficie di tre starelli tutta ingombra di pioppi olivastri e lentischi; ed essendo la terra intorno spoglia di vegetazione o sparsa di rari e miseri cespugli, fa meraviglia come i devastatori li abbiano rispettati. A trattenerli non domandavasi meno di quella terribile religione che vige ne’ loro animi ne’ quali venne questa opinione che quelli alberi fossero carissimi alla N. D., e che una orrenda vendetta si sarebbe presa di chi li avesse violati. È credenza comune che nel muro di questa chiesetta alla parte del vangelo siano state deposte le reliquie de’ due martiri Miro e Casto, e dicesi derivata dal P. Fr. Pacifico (di cui nell’articolo Fonni) famoso in tutta l’isola per le rivelazioni che facea di depositi di martiri e di antichi tesori, dopo esser stato alcun tempo a leggere negli archivi di Pisa e di Firenze le carte spettanti alla Sardegna. Era nel Forrese un’altra chiesetta nella regione che dicono di Santu Miàli (S. Michele), la quale fu dissacrata sotto il governo di mons. Pilo, quando atterrossi un gran numero di cappelle campestri che si profanavano dai banditi.

Le feste principali sono per s. Michele e s. Rocco. In occorrenza delle medesime v’ha a grande afflusso di forestieri e si corre il palio.

Territorio. La sua area valutossi di miglia quadrate otto. Li più notevoli rialzamenti del suolo sono nella giàra di Montefortuna che è un altipiano coperto di un grosso strato di basalte e nella consimile e maggiore che dicono Planu-mannu. In distanza del paese d’un miglio è una cava di pietra di taglio azzurrognola e di molta durata.

Acque. Nell’abitato sono otto pozzi pubblici, da quali attignesi un’acqua di poca bontà. Dicono che uno di essi (sa funtana spada) riempiasi improvvisamente quando è per piovere, ritornando al solito livello come sia per rasserenare. Un bel barometro!

Nella campagna sono poche fonti, nè di acqua migliore. Un rivolo scorre presso le abitazioni e poi volgesi al maestrale per dar le sue acque al fiume maggiore non lungi dalle rovine di Serzela: un altro, che ha la sua fonte nel luogo detto is lachitteddus dalle varie vaschette statevi costrutte per abbeverare il bestiame, scorre verso l’austro e traversa la gran strada reale a levante-scirocco di Sardara.

Agricoltura. Il terreno è idoneo ad ogni sorta di cereali. Si seminano annualmente starelli di grano 850, d’orzo 250, di fave 320. La fruttificazione comune è al dieci. Il lino viene d’ottima qualità, ma si impiega poco terreno. Per i legumi si coltiva solo quel tanto che possa dare la sufficienza alle famiglie.

Le vigne occupano una superficie estesa. Le uve sono di molte varietà, il vino comune è bianco e consumasi tutto nel paese.

 
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