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Flumini-majori

FLUMINI-MAJORI [Fluminimaggiore] (fiume maggiore), villaggio della Sardegna nella provincia d’Iglesias. Comprendevasi nella regione Sulcitana, ed era posto alla sua estremità settentrionale.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39°, 26', e nella longitudine occidentale da Cagliari 0°, 38', 30".

Topografia. Siede alla falda meridionale d’un monte sopra le sponde del fiume, da cui prende il nome, e resta diviso in due rioni detti, Baucerbu il destro, Concademallu il sinistro. Siccome anche all’altre parti intorno levansi monti di gran massa, però si può dirlo porto nel fondo d’un bacino. Da questo poi si può argomentare la grande umidità, il forte calore, la poca ventilazione, e da tali accidenti quanta sia la sua insalubrità. La quale dovrassi per ciò stimare molto maggiore, chè è immensa la putrefazione che in questa valle fecondissima e d’una lussuriantissima vegetazione deve aver luogo. Ma se i nativi non siano ben sani, essi meno patiscono dalla malaria che per il frequente bagno de’ piedi, già che non volendo alcuni far pochi passi di più passando sul ponte di travi da uno in altro rione il traversan di giorno di notte e in tempi freddi. Quindi hanno principalmente le donne un’apparenza di poca sanità. Aggiugne altre parti all’impurità dell’aria il cemitero attiguo alla parrocchiale nel centro dell’abitato comechè in sito eminente.

Ristabilimento di Flumini. Questa popolazione esisteva nel medio evo. Nell’anno 1420 il re d’Aragona dava al Visconte Gessa Villecclesiano con le ville di Nughis e Dura anche questa di Flumini-majori nel dipartimento del Sulcis e distretto di Montangia. Non si sa definirne l’epoca, ma si tiene che dopo varie invasioni di barbareschi mancasse finalmente la popolazione. Essa non fu ristabilita che ne’ primi anni del secolo XVIII e ne fu fondatore un cotal Pietro Maccioni di Terralba, che andovvi ad abitare con molti suoi compagni, siccome apparisce dall’istromento di concessione fatta per il Visconte D. Ignazio Arguer addì 22 aprile 1704, comechè non nello stesso luogo dove fu spento il popolo antico presso la foce del fiume, perchè in troppa esposizione ai barbareschi, ma in un sito non osservabile dal mare e in distanza di sei miglia dalla foce. Nel 1765 si poteano ancora vedere alcune capanne dei primi coloni.

Popolazione. Consta questo villaggio di 425 case. Le famiglie (anno 1839) erano 416, le anime 1760. Le medie che diedero i preceduti dieci anni erano nascite 70, morti 40, matrimonii 15. Nel censimento parrocchiale del 1834 si notarono famiglie 400, maschi maggiori (d’anni 20) 602, femmine maggiori 629, maschi minori 163, fanciulle 170; totale 1564. Crescerà quindi in maggior numero essendosi bene stabilita la vaccinazione.

Professioni. De’ Fluminesi una parte si occupa nel-l’agricoltura, l’altra, e sono i più, nella pastura. Le arti meccaniche più necessarie sono praticate da non più di 24 persone. Sono fra essi quattro notai, e due flebotomi che fanno da medici nelle coliche, da cui spesso sono tormentati questi popolani, e non di rado estinti. Non v’è levatrice.

Le donne si esercitano nella tessitura del lino e della lana in circa 200 telai, e non solo provvedono ai bisogni della famiglia, ma ne posson vendere. Le altre che non sono impiegate alla spola lavorano negli orti.

Stato civile. La poca comunicazione di questi uomini con gli altri, fa che sieno tuttora un po’ rozzi. Non pertanto considerato bene il loro carattere, non mancano delle ragioni di lode. Spesso si suscitano odii e inimicizie tra le famiglie, studian gli uni gli altri a ingiuriarsi, scarican di notte gli schioppi nelle porte; ma di rado si trasportano alle uccisioni, comechè non siavi una forza che li contenga, e per lo contrario inviti a’ delitti, il vicino e sicuro asilo delle montagne.

Agiatezza. Le famiglie possidenti sono 166, le povere 250.

Le donne vestono come usano le sulcitane; gli uomini imitan piuttosto i campidanesi.

Istruzione. Vi è stabilita la scuola primaria, e siccome è prescritto, si insegnano anche i rudimenti del-l’agricoltura a circa 20 ragazzi.

Religione. Questo popolo è sotto la giurisdizione del vescovo d’Iglesias, ed è curato nelle cose spirituali da un provicario e da altri due preti.

La parrocchiale è sotto l’invocazione di s. Antonio di Padova. Essa è angusta all’uopo, perchè mal potrà contenere 400 persone. Nel rione di Concademallu vi è la cappella di s. Maria, e un’altra che è già esecrata e va in rovina.

Nella campagna vi è la chiesetta dello Spirito Santo, dove tutti gli anni festeggiasi e concorre molta gente dai vicini dipartimenti. Il sito è delizioso e ricco di ottime fonti. Vicino alla chiesa sorge altissimo un cipresso, il cui tronco ha forse più di tre metri di circonferenza. In sul lido non lungi dalla foce verso austro è la chiesa di s. Nicolò dove pure si festeggia con molto concorso di stranieri. I maurelli (sulcitani meridionali) vi vanno in gran numero. Nella stessa regione marittima eran le chiese di s. Giusta, s. Lucia, e del santo Salvatore; ma cadute negli infortunii dell’antico Flumini non si sono più rialzate; come nè pur quelle che caddero nella regione interna, s. Giovanni in luogo non lontano dal villaggio, s. Giorgio nel monte Bega, s. Maria, s. Vittoria ecc.

Territorio. È in tutte parti montuoso, con valloni lunghi e larghi e più degli altri quella in cui è il paese, e che appellano Sa Minda.

Le maggiori eminenze sono a levante e a tramontana.

Minerali. Nessun altro terreno della Sardegna ne pare più dovizioso in minerali. Gli antichi se ne giovarono scavando in molte parti ne’ monti di s. Nicolò, in Seguris, in Gutturu de pala, in su Paris deis fossas, in Bega, in Melfi, nel Monte Argentu che sorge rimpetto al paese, in Perdas de fogu e nel Monte Arena che trovasi in su’ confini coll’Oridda. Nel sito detta Sa pedra lada a un quarto d’ora dal villaggio sono le vestigia d’un’antica fonderia. Del Monte Arena sono dette le grandissime maraviglie e in rispetto al Monte Argenta dolgonsi i Fluminesi che siasi perduta la traccia del filone casualmente scoperto che dava l’80 per cento d’argento!! Codesti uomini in fatto di minerali amplifican oltre modo: la loro gran passione è a trovare vene d’oro e d’argento; sostengono averne trovato, ma accusan la mala sorte che non ne poterono profittare. Non ha molto che un Nicolò Pisano penetrando nel fesso d’una rupe battuta dal mare scoprì un bolo armeno di ottima qualità se è vero che i droghieri il preferirono al miglior che portasi oltremare. Supposta tanta bontà il commercio se ne può giovare con molta facilità, potendosi caricarne i bastimenti sul luogo.

Agricoltura. La dotazione del monte instituito in favore degli agricoli è di starelli 1200 e di ll. sarde 900. Nel 1837 il magazzino avea starelli 1220, la cassa ll. 90.

Si seminano annualmente starelli di grano 1500, d’orzo 100, di fave 50, di granone nella capocchia 50, di fagiuoli bianchi e neri 100, di lino 150.

L’ordinaria fruttificazione del grano e dell’orzo è al sestuplo; tuttavolta se le stagioni procedano favorevolmente il grano dà anche il 18, l’orzo il 60. Il granone suol produrre il 100, i fagiuoli il 20. Il narbonatore ottiene dalle terre che fecondò coi vegetabili più copioso frutto.

Le vigne sono quaranta, il prodotto consumandosi dentro quattro mesi debbon però i Fluminesi comprare da Carloforte e dai paesi limitrofi quel che sia necessario per completar la provvista.

 
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