Dèsulo

DÈSULO, terra della Sardegna nel distr. di Tonara della prov. di Busachi, già compreso nel Mandraccisai, dipartimento delle Barbagie e dell’antico giudicato d’Arborea.

Sopra una delle montagne più vicine all’Argentu, colosso de’ monti sardi quasi a mezza la gran catena, fu fondata la popolazione, che così appellano, La Tradizione, che ancora ci addita il primo antico seggio di questa tribù in sull’estremo della gran valle nominata S’iscla de Belvì, nulla parola ne dice del quando sia avvenuto, che si sorgesse da quella bassa stanza in questi luoghi sublimi.

Nelle parti inferiori della pendice del Casta, o Genn-e-Casta, cui sono disposti in arco alcuni colli con apertura al greco, al levante, e al libeccio, e veramente a non lungo raggio, vedrai sopra il ruscello, che dicono Latalè in tre distinte frazioni questo comune. Asuài, che ha meno gente di ciascuna delle altre, sta più vicino a queste acque; lo è meno Issiria, che è il rione più popoloso, e giace a intervallo di circa un miglio. Tra’ quali in luogo superiore vedrai Uolaccio secondo per numero di abitanti. Ti converrà venire in quella certa barriera di colli per vedere questa borgata. La prospettiva della medesima in cosiffatta situazione e tra un bosco vastissimo di castagni, noci, ciriegi e peruggini ha certamente sua bellezza, ma una bellezza orrida, e, se non corra la stagion calda, stimerai essere tra le alpi nevose, non già tra la temperata Sardegna. Questa può bastare a chi non ami vedere quel che fu la società quando poche arti eransi dal-l’ingegnoso bisogno ritrovate, e prevalse la pastorizia alla agraria. Le avvenienze alla popolazione, il ponte sul Lotalè di alcune travi congiunte e disposte da uno ad altro margine ti annunzia lo stato selvaggio, le contrade nol niegheranno, che sono veri rompicolli, tanto aspre, quanto è il restante della pendice, che è asprissimo. Di regolarità di linea non conviene fare nè una parola. Le case sono di un’architettura in tutte parti barbara. Molte sono di due piani, le più di tre, e generalmente lunghe le stanze infima, superiore e media di sette tese con soffitte poco elevate. Il tetto è coperto tutto di legname, e per le tegole sono usate certe tavoluzze non formate a sega, ma fesse in lunghezza di poll. 8, largezza di 4, con la crassezza d’uno, le quali dicono Scàndule. Con tegole cosiffatte e così nominate Cornelio Nepote presso Plinio 1. 16, c. 8, ci fa sapere essere state coperte per quattrocento settanta anni le case di Roma. Quella maniera di coprimento se qui e in Tonai durò sinora, dicesi essere da ciò massimamente, che sotto il ghiaccio sia fragilissima la terra cotta degli stessi luoghi. Al pian terreno ci s’ha la provvista della legna in grandi e grossi tronchi d’elce, e il fosso a mo’ di cisterna, dove quasi per tutto l’anno conservasi fresca quella quantità di castagne provvedute a parte del nutrimento: in quella di mezzo dormono i principali della famiglia; superiormente in mezzo lo solajo è il focolare con intornovi panche, ed esse a spalliera. Nel verno, e principalmente in suo pieno gli è in questa, che consumansi i giorni all’aura dell’elce che arde e crepita, e spesso così fumeggia da far lagrimare anche gli uomini di cor ferino. Siedono le donne sulle loro gambe, e filano la lana, se non debbano agitar la spola: i fanciulli sdrajati; gli uomini anch’essi al fuoco, de’ quali molti sogliono dar opera a certi rozzi lavori di legno. Quando vogliono riposare, e i servi nella notte, sdrajansi sulle villose pelli, tenendo il capo sul rialzamento all’intorno dell’impalcatura, e i piedi al fuoco. Il letto non è per tutti, ed esso è singolare. Vedresti un pagliericcio, sopra il quale si stende la metà della ràgana, che è un coltrone di un cantaro di peso, tessuto come le stuoje a grossi fili con stami di lana candida, grossi quanto lo è una grossa fune; l’altra metà sta per tutte altre coltri, tra le quali pongonsi a giacere le persone vestite e spesso calzate. Vi ha chi usa di sovrapporre un lenzuolo, e poi una coperta di lana lavorata, di quelle che si fabbricano in Gavòi, o in Isili. I guanciali sono pieni di paglia d’orzo. È gran lusso una coltrice non già colma di lana, sibbene di quella materia legnosa, che dirompendosi il lino, cade dalla maciulla, che non ti parria un letto di rose, ove non ti cogliesse pronto il sonno della stanchezza. I mobili sono da museo; troverai panche, sedie a forbice, o tutte di legno, con qualche credenzone, ed una tavola, ma non per desco, giacchè si pranza e si cena al focolare. Grande squallore nei corpi, gran sudiciume nelle stanze fuliginose. Si sale su e giù per li due o tre piani sur un grossissimo tronco, nel quale sono regolari intaccature per iscaglioni. Al di fuori sogliono essere costrutte di pietre. Non molta differenza dalla casa d’un ricco proprietario, cui siano nel monte e nel piano molte greggie e molti armenti, e quella d’un uomo di piccola fortuna. Solamente i preti hanno abitazioni più decenti.

Clima. La temperatura è assai fredda anche nelle notti estive. Le eminenze d’intorno cominciano a vestirsi delle nevi ordinariamente a mezz’ottobre; qualche volta più tardi; tal’altra assai prima, e non se ne spogliano che a’ tepori dell’aprile. Il nevazzo suol durare nella popolazione per tre mesi, e spesso giugne a più di 6 piedi di altezza; ondechè conviene aprir valico con lunga e continua fatica. I temporali accade che non si calmino prima di un mese. Le pioggie sono frequentissime in ogni stagione; e non per ciò, e per la concavità della situazione poco è sentita la umidità. Il sole ai mesi invernali non guarda la popolazione che quattro o cinque ore, nascondendosi ad esso mentre scorre per li più brevi e infimi archi le suaccennate colline. Il greco, il levante ed il libeccio vi si versano da altrettante gole. Le nuvole troppo gravi nello scorrere vi cagionano nebbie momentanee, se pure nell’affollarsi in gran cerchio ai gioghi di Monte Argentu, non vi si assidano. L’aria è purissima, ma la sua gran rigidità non soffre per molto i malesci.

Popolazione. Componevasi nel 1836 di anime 1850, in famiglie 450, ed erano già dentro un anno nati 90; morti 45; celebratisi matrimoni 25. All’incremento è ancora una ragione da questo che vi sono ricoverati alcuni banditi non perseguitati, e che ritornaronsi alle lor case quelli cui era grave di vivere come gli animali selvaggi in luoghi così inospitali.

Il vitto è in pan di grano, castagne, un po’ di legumi, e alcuni frutti ortensi. Cominciasi a prender gusto alle patate.

Si fa molto consumo di formaggio e di carne.

Malattie. I fanciulli e le donne volgari pel pessimo nutrimento e per la poca cura del corpo cadono immaturamente, o contraggono de’ morbi cronici.

Si ha una spezieria, che pro se non è chi prescriva. Un flebotomo esponesi più volte al pericolo di far morire quei che la natura non vorrebbe ancora estinti. La dieta e l’acqua purissima che posson bevere vince spesso i più forti mali.

Vestiario. Vestonsi i desulesi del panno di che lavorano le loro donne. Queste coprono la testa con un saio della forma e grandezza d’un fazzoletto a coprir gli omeri. È stravagante il taglio del loro corsetto, vario il colore e il panno. La gonna ordinaria di color nero, quella che usano ne’ dì festivi rossa.

Negli uomini non v’hanno singolarità rimarchevoli, che anche in altri luoghi usano le scarpe a chiovi di cavallo, la cartucciera d’intorno, nella qual è inserto un coltellaccio, e coprir il petto e il dorso di pelli di muflone. Nessuna distinzione nel vestire fra le persone ricche e quelle di pochi averi: anzi questi si distinguon spesso da quelli per maggior lindura.

Le fanciulle in sull’uscire dalla impubertà soglion darsi a marito. In qual occasione celebrandosi grandi convivi ad ambe le parentele, ed alle rispettive aderenze si ascoltano improvvisatori gareggianti nelle lodi della novella coppia. Non si balla, nè vive tra essi alcuno zampognatore.

 
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