Pagine Sarde Logo 
Lo cerchi in Sardegna? Lo trovi su Pagine Sarde!
PagineSarde.it
 

Decimo-Putzu

DECIMO-PUTZU [Decimoputzu], villaggio della Sardegna nel distretto di Silìgua della provincia di Cagliari. Quando esisteva il giudicato di questo nome era incluso nella curatoria di Ippis-giosso, o Ippis-inferiore.

Chi indovini, onde sia a questa terra venuto cotal nome, quando non ha luogo la ragione che adducemmo dell’appellazione dell’altro Decimo? Del cognome però è chiaro essere stata causa i pozzi dell’aja.

Giace a destra e a brevi intervalli da un ramo che dicono il Leni, che ha suo capo nei monti di Villacidro, ed il principal tronco del Caralìta, e come siede in lontananza da monti, così è in esposizione a tutti i venti. Per lo clima, e l’aria dee valer lo stesso che fu detto di Decimo-mannu.

Le case sono circa 300; e le strade che ne discernono le diverse riunioni sono non meno di queste irregolari. Intenderai dalla situazione nel piano quanto sudiciume sia frequentemente in alcune di queste, e in quanto fango siano tutte sommerse nella stagion piovosa.

La popolazione sommava nel 1835 ad anime 1080 in famiglie 290. Nascevano negli anni prossimi 45; e morivano 25. Per le più frequenti malattie ritorna lo stesso che fu scritto di Decimo-mannu. Un flebotomo fa le parti di medico e di chirurgo; due barbieri quelle di flebotomi, e aspirano anche a più.

Soglionsi celebrare all’anno circa dieci matrimoni. È fra questi popolani il singolar costume, che negli sponsali l’uomo scriva alla donna la dotazione di 100 lire con la casa per tutta la di lei vedovanza, in contraccambio questa a lui promette il letto e tutti gli altri fornimenti e utensili a una stessa condizione. Offrono uno ad altra di più sempre che il permetta la fortuna delle famiglie allegantisi.

Gli uomini di Decimo-putzu sono nel carattere uniformi a’ campidanesi. Notansi pochissimi siccome poltroni e pochi sobrii, e non può accusarsi alcuno di usurparsi l’altrui, e di turbar la pace, come e’ si può dire che vi si odano come altrove spesso clamori di rissa e lamenti per danno patito nelle persone o nelle robe. Fu maravigliosa la loro conversione cangiato l’altro spirito che li governava in questo di pace e di giustizia. Si dilettano molto della danza, e nelle più funeste occasioni di duolo serbano l’antico rito delle nenie.

Non troverai tra questi de’ grandi proprietari, ma neppur molta poveraglia, essendo i mendichi agli altri che hanno il vitto dalle loro fatiche o proprietà nella ragione di poco meno che uno a cento. Gli è vero che accade vederne talvolta assai più di 20, ma confluiscono questi da altre terre a giovarsi della carità di questi popolani, i quali però sono più parziali verso i frati questuanti.

De’ decipuzzesi sono applicati 320 alla agricoltura; 20 alla pastorizia; 12 alle solite varie opere meccaniche; 40 alla fabbricazione delle terraglie. Le donne lavorano sopra 200 telai, ma con poca diligenza, perchè non producono all’anno più di 100 pezze di panno-lano, e 10 di lino; le quali appena siano sufficienti al bisogno.

Alla scuola elementare non convengono più che 5 fanciulli; alla quale pochezza dai 30 e 40 che nel principio vi si mandavano, fu ridotto il concorso per l’aspre e villane maniere dei maestri. Di persone che sappian leggere e scrivere così così non ne troverai più di 20.

Cose Sacre. Questa parrocchia è compresa nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari. Ha cura delle anime un solo prete, che appellano pro-vicario. I frutti decimali sommano al valore di più di scudi sardi 2000, sebbene come può dedursi dalli perpetui lamenti pubblici del prete, e dalle citazioni alla curia diasi men del giusto.

La chiesa principale è dedicata a N. D. col titolo delle Grazie. Minaccia di voler qualche giorno schiacciare il popolo; pure ne’ dì più solenni del culto non ha di che far sfoggio.

Due sono le chiese figliali. Una appellata da s. Georgio all’estremità delle case, cui è contiguo il cemiterio: l’altra sotto la invocazione di s. Basilio fuori a distanza di circa due miglia verso Silìgua alla sponda destra del fiumicello Malta. In addietro praticava-si pur la religione in altre tre chiese appellate una da s. Sofia, l’altra da s. Pietro, ed ora cadute. Presso quest’ultima fu disegnato il campo santo, cui non si può sapere quando porrassi mano a far la cinta.

Le feste principali occorrono, per la titolare addì 2 luglio, e per s. Sofia addì 3 maggio con mercato di coserelle e corsa di barberi. Alla di s. Basilio festeggiasi due volte, nella domenica prima di luglio e seconda di settembre. Quest’altra è più solenne e popolata e lunga di tre giorni, per li quali dura anche la fiera che una si è delle maggiori di questo e vicini dipartimenti.

Di altre feste minori è un gran numero, e non minor di 40, nelle quali presso che tutte si conducono i sacri simulacri per le contrade. Il prete ha per ciascuna dal particolar divoto una buona limosina.

Agricoltura. Estendesi il territorio in pianura per tutte parti; se non che verso Silìgua sorge una catena di colline di altezza mediocre. Generalmente le terre sono feraci ma di tutte le altre regioni è feracissima quella che dicono S’Isca.

Hannosi per li lavori della coltivazione 420 gioghi. I coltivatori studiano molto sulle operazioni agrarie secondo che porta la loro dottrina tradizionaria difettosa quanto si può supporre di buoni principj.

Si seminano starelli di grano 1500; d’orzo 500; di fave un altro e tanto; di legumi 100; di lino 60. Fruttificano in quantità media, il grano e l’orzo al duodecuplo; le fave e i legumi al decuplo. Il lino rende non poca copia di semi, e da 200 in 500 manipoli (mànigas) per starello, onde traesi dalla mezza alla libbra intera di fibra.

Coltivansi le erbe e piante ortensi, e del prodotto è tanta copia che se ne possa somministrare ai vicini.

Solo una superficie di 300 starelli è coltivata a viti, e però la vendemmia non dà sopra li quartieri 25,000. Già si rivolsero a propagar questa specie; ma senza studio a migliorare i metodi della manifattura, per difetto dei quali i vini non reggono ai calori estivi. Nessuno usa farne dei gentili. Gli alberi fruttiferi sono poco più di 2000; dei quali i più cresciuti mandorle e ficaie; i più giovani di moltissime altre specie. Il numero va giornalmente aumentandosi come uno dopo altro vanno questi terrazzani superando gli antichi sciocchissimi pregiudizi. Se si moltiplichino gli olivi potrassi allora aver esenzione dal tributo per l’olio, che si è dovuto pagare assai maggiore da che dissodati molti spazi mancarono i lentischi dalle cui coccole traevano assai per li bisogni domestici.

Pastorizia. Nel bestiame manso sono vacche 40; cavalli 200; maiali 150; giumenti 201. Ricordati degli 840 buoi che impiega l’agricoltura, coi quali avrai un giusto totale.

Nel rude comprendosi vacche 200; capre 1000; pecore 4000; porci 700; cavalli 700. I formaggi diconsi avere alcun pregio di bontà.

Le chiudende non occupano più di starelli 300, delle quali altre sogliono seminarsi, altre piantarsi a viti o ad olivi, altre lasciarsi alla vegetazione naturale, perchè vi pascan le bestie rudi e manse.

I Decipuzzesi sono molto infestati dai pastori della Barbagia convenienti in queste e prossime terre a svernarvi, e nelle quali si aggirano dal novembre al maggio guastando impunemente i seminati, e scemando in altri modi la roba altrui. Perchè si locano a questi stranieri i salti Giba e Fundàli; però se ne respingono le greggie del comune; da cotali, quando vi stanziano, dal fattor baronale in loro partenza. Pertanto non avanza ai naturali che il solo campo maggese, e fanno sempre minori le greggie e gli armenti, e da tanta scarsezza di pascoli e dalla rapacità di quegli ospiti troppo maligni.

Commercio. I prodotti agrari e pastorali vendonsi nella capitale, onde riportano robe di vestiario, mobili e altre cose di necessità e di lusso.

 
loading
Edicola de L'Unione Sarda