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Cosseine

COSSEINE o COSSAINE [Cossoine], villaggio della Sardegna, nel distretto di Bonorva, della provincia d’Alghero. Fu già uno dei comuni che componevano la curatoria di Cabuabbas del giudicato del Logudoro.

Siede sopra un’eminenza che verso libeccio va a terminare in un altipiano, senza che di più si estenda in là d’un miglio, in esposizione a tramontana e ponente. Da greco a mezzodì per levante proteggesi dai venti che ne erompono per la schiena del monte di suo nome.

Il clima è temperato, ma poi pecca di umidità. Sono le piogge non sempre copiose, le nebbie rare, i venti impetuosi e frequentissimi. Dai pantani del vicino Campogiavesu volano esalazioni, che principalmente viziano l’aria.

Comecchè nel 1834 le strade in diversi siti siano state lastricate, non sono cosiffatte che piaccia passeggiarvi. Le più procedono irregolarmente, e offendono col sozzume. Forse le case sono poco comode e sane: il loro numero di poco sorpassa le 300.

Gli abitanti nel 1835, erano 1500, in famiglie 294; e si calcolava all’anno su matrimoni 10; nati 45; morti 25. Vedrai rarissimi i quali venivano sopra i 70. Le febbri perniciose, le infiammazioni d’ogni genere, ed il carbonchio volgarmente essìda de còghere (eruzion da cuocere) comunemente di somma malignità, si notano fra le ordinarie fatali malattie. Molti sono tormentati dalle oftalmie.

Si usa ancora in occasione di morte, che chiaminsi ai lamenti le cantatrici, e tutta la famiglia atteggiata al dolore, dispongasi intorno al cadavere vestito di bianco se uomo, o dalle vesti più sfoggiate se donna. Alle pause delle prefiche dopo gli appassionati intercalari, le circostanti femmine urlano, si stracciano i capelli, e si insanguinano con le unghie. Quei che portan il morto nella chiesa, da questa soglion ritornare nella casa del dolore: e vuoi saper per chè? A ciò la morte che era andata con essi, ritorni ond’era uscita. Nelle superstizioni e vane osservanze son poco men pregiudicati dei Bonorvesi e Giavesi.

I Cosseinesi attendono all’agricoltura in gran numero, in piccolo alla pastorizia. Solo 12 individui nell’anno sunnotato si esercitavano nelle arti meccaniche. Non sono più di 200 telai, e non più si lavora di panni in lino e lana, che richieda il bisogno proprio: quindi conviene a molti presso i quali non è quest’artificio, di comprarne da altre parti.

Di istituzioni di beneficenza non si ha altro che due legati, e questo per un orfanello; l’altro per una piazza gratuita nel seminario arcivescovile di Sassari; il che veramente non è poca cosa, verso il niente che si è fatto in pressochè tutte le popolazioni dalle persone ricche, che viventi usaron male, e morenti mal disposero dei loro beni.

Nella scuola primaria non si istruiscono più di 25 fanciulli.

Comprendevasi questa parrocchia nell’antica diocesi di Sorra; ora è amministrata dall’arcivescovo Torrense.

La chiesa principale edificata nel 1723 si conosce sotto l’invocazione di s. Chiara: il parroco s’intitola rettore, e nella cura delle anime è coadiuvato da due altri preti. Stanno due sole chiese figliali, s. Sebastiano e s. Croce. A questa è contiguo il campo-santo in su la estremità delle abitazioni verso austro, che formavasi nel 1829.

Le maggiori solennità occorrono per la titolare e per s. Sebastiano; quella alla prima domenica di maggio; questa addì 14 settembre di maggior frequenza. Nei balli a cantico in quattro voci i cosseinesi formano il coro di due uomini e di due donne.

In campagna sono quest’altre chiese: s. Giorgio, a pochi passi dalle case verso ponente, dove già soleansi seppellire i morti; s. Pietro, s. Matteo poco distanti verso ostro; s. Giorgio, a maestro, presso alla montagna così nominata, in distanza di circa 2 miglia; s. Maria Isialas nella sommità d’un colle a 3/4. Non è più di 50 anni che vi si festeggiava per la Natività della B. V. la N. D. de Binu-nou, a mezzodì, più in là d’un miglio, dove non da molto si cessò da una festa celebratissima, e lieta pe’ soliti spettacoli; s. Vittoria, ecc.

Il Cosseinese è diviso esso pure in tre parti, le due vidazzoni, e il monte. La popolazione è sul confine.

Il terreno in generale è ferace. Si semina starelli di grano 1500, d’orzo 300, di granone 35; si coltivano da molti le fave, i fagiuoli di più varietà, i piselli, le lenticchie, da pochissimi le erbe ed i frutti ortensi. La vigna vi prospera, le viti sono distinte di circa venti maniere, e danno quartieri presso a 20,000. La qual quantità non soddisfacendo alla sete degli uomini e delle femmine deve esser cresciuta col prodotto delle altrui vigne a contanti o a baratto.

Poche specie di fruttiferi, e in piccol numero sono educate, se si eccettuino le ficaje.

Sono in questo territorio chiudende grandi (tanche) 35, piccole 150. Le prime sogliono servire alla pastura; l’altre alla cultura. Le selve si van diradando dalla scure e dal fuoco, onde non si può numerare nè il quinto delle piante che potevano fruttificare in uno spazio di circa a 4000 starelli.

Salvo il prato ed una parte del campo Giavese, dov’è pianura, il restante del territorio è monti e valli. Tra queste è molto amena la denominata dal rio che scorrevi, che si estende a 3 miglia, e si inaffia da cinque fonti perenni e copiose. In quelli dove sono molte caverne e anfratti sogliono come erano soliti ricoverarsi i malviventi. Nello scorso secolo Leonardo Malzeddu di Pozzomaggiore vi si aggirava spesso con una truppa di 300 scellerati.

Pastorizia. Si nutrono buoi per l’agricoltura 500; majali 200; pecore 8000; porci 1250; vacche 425; capre 300; cavalle rudi 200; cavalli e cavalle di servigio 200. I porci conduconsi tutti gli anni in ghiandiferi di altri comuni, essendo questo di Cosseine quasi annientato. Tenuissimo è il frutto delle greggie e degli armenti.

Selvaggiume. Le volpi sono una grandissima generazione, e sono a grave danno alle vigne ed alle greggie. Sebbene non in tanta copia, pure non sono pochi i cinghiali, daini, porcospini, le martore.

Volatili. Di queste specie sono più numerose le pernici, tortorelle, gazze, oche, anitre, grui, galline campestri, i colombacci, tordi, merli, solitari falchi, e assai altri grifagni.

Acque. La fonte, onde bevono i terrazzani, manca nella state, e conviene allora provvedersi dall’altre, delle quali sono quattro che mandano gran copia d’acque. In questo vien da quel di Bonorva il rio del molino, e hannovi origine altri tre rivoli. Il Termo cresce dai loro tributi.

Antichità. Vedonsi ancora o in alcune parti o nelle vestigia poco più di 30 norachi, e in vari siti delle caverne sepolcrali di una o più camere.

A mezz’ora dal villaggio, dov’è gran quantità di rovine, vuolsi fosse nei secoli superiori una popolazione appellata Tacariu. Nel monte della costa a ponente, e in presso a s. Maria de Iscàlas parve ad alcuni di vedere le vestigia di due fortezze.

Mammusione. È questo un baratro con gran fauce, che molti sogliono imprecare alle persone che odiano. Da sulle sponde puossi veder questo cieco abisso, tra li cui sospesi macigni lasciandosi cadere le pietre, sentonsi per non poco romoreggiare rotolando. Questa orribil voragine quanti infelici si ha presi!

Cosseine entra con Giave nel feudo della contea di Cabuabbas appartenente ad uno straniero.

 
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