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Chiaramonti

CHIARAMONTI, antico castello, e borgo della Sardegna nel dip. d’Anglona del Logudoro, oggi compreso nel distretto di Nulvi della provincia di Sassari.

La sua situazione è in luogo sovraeminente a tutta l’Anglona, e di vastissimo orizzonte, dove si giace in una concavità tra le punte di S. Matteo, di Codina rasa e del Carmine, senza però che vi si patisca umidità di sorta. Il clima è forse non poco incostante per li venti che vi agiscono spesso e violentemente; i fulmini non rari, nè sempre innocenti; le piogge nell’autunno e inverno non desiderate, e in quest’ultima stagione frequenti le nevi. L’aria dovria tenersi salubre in ogni parte dell’anno; tuttavolta dalla fermentazione de’ letamai ella è mescolata di alquanta malignità, cui per l’addietro addoppiarono altre impurità dalla corruzione dei cadaveri sotto il pavimento della chiesa, dalle cui fessure esalava un gravissimo odore a cotanta molestia de’ divoti, che accadea spesso fossero non volenti sospinti in fuora a ravvivar gli spiriti.

Le vie anzi sentieri al borgo da qualunque parte salgasi, sono difficilissime e assai ripide per alcuni tratti, e per molti coperte dalle lussureggianti siepi, che se gradite nelle ore estive sono spaventevoli di notte non tanto perchè sotto quell’ingombro acciecasi il viaggiatore, quanto per la comodità a’ scellerati di poter fare dall’alto e improvvisamente e impunemente i colpi.

Componesi questa villa di circa 390 case separate in molti gruppi da strade poco regolari, delle quali tre sono principali e molto frequentate. Ne’ dì festivi è gran riunione in sulla piazza, che dicono su salone dove i giovani prendonsi diletto nelle danze all’armonia di quattro voci, che ripetono le canzoni dei poeti Logudoresi.

Professioni. Le principali sono l’agricoltura e la pastorizia. Vedrai come la prima va sempre più prevalendo sulla seconda da questo che a quella sono applicate più di quattrocento persone, a questa circa 300. Su che onde non si concepiscan idee false, con-vien sapere che di quel numero di agricoltori forse la metà manca di buoi, e quindi o lavora negli altrui campi a conto altrui, o a proprio semina quei tratti di terra che potè dissodare; e sono pochissimi fra quei che diconsi pastori che abbiano suoi gli armenti, e però gli altri o custodiscono roba raccomandata, o servono subalterni, o travagliano a legnare, o, come usano i meno onesti e più infingardi, vagano a trovar sua fortuna, che è ad altri o diminuzione o sventura. Nelle arti meccaniche non si affaticano meno di cento persone, i quali servono ai bisogni della gente del luogo e delle vicine. La comune arte donnesca della tessitura è pochissimo esercitata, non adoperandosi più di 50 telai. Non so di quali altre cose lavorino.

Istruzione elementare. Questa è la sola che siavi istituita, ma così poco frequentata, che forse non vi interviene nè un trentesimo di quanti dovriano. I genitori lasciansi nella profonda ignoranza dell’utile che viene sempre dall’istruzione ed educazione, perchè dai medesimi è posposto al meschino profitto che hanno dai fascetti di legna che quei teneri non atti ancora a’ lavori che esigon membra robuste, possan vagando tuttodì raccorre.

Popolazione. Consta questa (anno 1834) di anime 2100, in famiglie 385. Avvengono per anno matrimoni 30, nascite 80, morti 60. Le ordinarie malattie sono le periodiche e i dolori laterali, onde è di inverno gran mortalità, massime da che fu quasi generale il disuso del cojetto. L’ordinario corso della vita può limitarsi all’anno sessantesimo della età, quantunque non siano rari gli esempli d’una lunga vita maggiore in persone temperanti, e che si sanno con le antiche vesti sarde ben munire contro i tradimenti atmosferici, se lice così dire.

Costumanze. Nella celebrazione delle nozze andando alla benedizione sacramentale usano gli uomini di questo luogo, siccome quelli di non pochi altri, di offrire al paroco entro un canestrino alcuni pani di semola, una guastaduzza di vino e due candele di cera. Gli sposi o vadano in chiesa o ne ritornino, non mai si ommette verso loro la Deiscia versandosi sopra i medesimi grano, orzo e fiori; congratulazione e augurio felice.

Messe novelle. In simil occorrenza il neo-sacerdote vestito di cotta, stola e berretta, accompagnato da un padrino e da una matrina con grandissimo codazzo, e suonando a festa tutte le campane, portasi nella chiesa. Questa riempiesi di gente devota, e di tutti quelli ai quali certe strane opinioni si appigliarono sopra la virtù delle messe novelle. All’offertorio è un movimento generale e affollansi tutti all’altare. Baciato il manipolo del celebrante depongono delle limosine nella preparata sottocoppa. Ritornasi in casa nel-l’istessa forma, e si instruiscono grandi mense a suntuoso convito. Intanto in quella casa beata confluisce il bene da tutte parti, chè si onora ciascuno di contestare coi doni che possa la sua religione e gioja. Ivi vedrai scelti capi vivi d’ogni specie di bestiame, e morti della età più tenera; caccia di grosso selvaggiume e di volatili; molte misure di grano, orzo, fave, civaje; canestri di pane bianchissimo lavorato con arte studiosissima e dipinto; di frutta scelte, e non pochi vasi di vini squisiti, ecc. ecc.

Veglia alle puerpere. Nella nascita de’ primogeniti quando venga la notte le parentele e le aderenze si congiungono appo la puerpera, e dopo uno splendido banchetto passano l’altre ore sino a giorno in gioja tra suoni, canti e balli. Come comparisca il sole si distribuisce alcune vivande del convito alle famiglie del vicinato.

Compianto. A una morte violenta i primi consanguinei si affrettano al luogo dove giaccia l’interfetto, vi spiegano il loro dolore con crudeli ingiurie e danni alla propria persona, e tra gli ululati delle femmine, le strida della o madre o sposa, il ringhiamento feroce e i giuramenti di vendetta degli uomini, tutti scapiglia-ti, insanguinati, squallenti trasportano il cadavere in casa. Le cantatrici come prima sia composto l’esangue sono pronte alle solite nenie. Le quali non si trascurano mai qualunque sia lo stato della persona.

Funerali. I parenti vi intervengon accompagnati da’ loro amici, e compito il divino ufficio le persone del clero li riducono alla mesta stanza, e quivi loro dicono alcune sante parole per ristorare i cori con dolce consolazione e domar gli animi alla rassegnazione. Nel giorno settimo, trentesimo e anniversario ritornano alla chiesa a rinnovare i suffragi, e così come erasi fatto nel dì del seppellimento, vannovi preceduti da una fanciulla con in sulla testa un vasetto da fuoco a bruciar incensi o a’ piedi del defunto, o sopra la pietra della tomba.

Religione verso i defunti. Nella commemorazione dei fedeli trapassati vige la pratica già notata nell’art. Bonorva. In quel giorno si fa a’ poveri distribuzione di pane, grano, carne, limosina che dicono Cocces.

 
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