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Bultèi

BULTÈI o BULTÈRI, villaggio della Sardegna nella provincia di Nùoro, distr. di Bono, tappa (officio d’insinuazione) del Gocèano, ora aggiunta allo scrittojo di Ghilarza. Comprendesi nell’antico dipartimento del Goceano, e vanta grande antichità.

È situato appiè della catena del Goceano, che gli abbrevia l’orizzonte meno che alla parte meridionale. Consta di case 207. Un ruscello lo divide in due rioni. È discosto da Bono capo-luogo di mandamento ore 2, da Anela 1/2, da Benetutti 2, da Nùoro capo-luogo di provincia ore 5.

Il clima è temperato pur nell’inverno. Soffresi spesso della nebbia, e talvolta se ne sperimenta nocumento. È pure danneggiante l’umidità che viene sì dal ruscello accennato, come dalle acque che spargonsi dalla fonte pubblica per l’estremità del paese ad occidente. L’aria non è sempre salubre. Non altra manifattura è da notarsi che la solita delle tele e dei panni lani per li bisogni proprii. Si lavora in circa 50 telai.

La scuola normale frequentasi da 12 fanciulli.

Era questo popolo anticamente sottoposto alla giurisdizione del vescovo di Castro, ora venera quello della restaurata diocesi di Bisarcio.

La chiesa parrocchiale si appella sotto l’invocazione di s. Margarita vergine e martire. Il parroco che la governa si qualifica rettore, e tiene ausiliario nella cura delle anime un altro prete. Si annoverano cinque chiese minori dedicate alla vergine dell’Altùra, alla s. Croce, a s. Sebastiano, s. Pietro apostolo e s. Antonio abate.

Il cimiterio è fuori dell’abitato a pochi passi della parrocchiale, dove non si sotterrano che i più miserabili, che non posson comprare il riposo dentro la chiesa.

Il censimento parrocchiale portava pel 1833 anime 785, in famiglie 208. La media per un decennio di nati, morti e sposati dà i seguenti numeri 35, 26, 8. L’ordinaria meta al corso della vita è intorno al sessantesimo. Le più frequenti malattie sono le pleuritidi, le periodiche e perniciose.

L’area della possessione dei Bulterini si computa di circa 35 miglia quadrate.

La terra è suscettibile di varii generi di coltivazione.

La dotazione del monte di soccorso fu stabilita di starelli di grano 100, e di lire 121. 0. 0. Nel quadro del 1833 il fondo granatico esprimevasi da starelli 510, il nummario da lire 317. 10. 8. Ragguaglia lo starello a litri 49,20, la lira a lire nuove 1. 92.

La quantità ordinaria della seminagione del grano e dell’orzo è in totale di starelli 1500, che, adeguando i numeri di dieci anni, moltiplica al 6. Di lino, canape e legumi si coltiva solo quanto faccia alle famiglie. Non è trascurata la cultura di alcune erbe e piante ortensi. Le uve sono di molte varietà, e soglion dare circa 700 cariche (litri 5040) di mosto. Il vino è di qualche bontà, quando i grappoli giungono a perfetta maturazione. Nè se ne brucia, nè se ne vende, anzi non bastando se ne compra da altri paesi, e si vanno piantando altre vigne.

Le specie degli alberi fruttiferi che si allevano nei poderi non sono poche; è bensì pochissimo il numero degli individui in ciascuna, da che la loro addizione resta in qua dei 2000.

Le chiudende non contengono di questo territorio che quanto potesse ricevere cento starelli di semenza. Quelle che appellansi tanche sono lasciate incolte a pastura del bestiame manso.

Si ha un ghiandifero esteso, così che forse occuperà uno spazio eguale al coltivato e coltivabile. Le specie sono lecci, quercie e soveri.

Quattro monti della summenzionata catena comprendonsi dentro il Bulterasco, e si nominano Orovò, Ispedrunèle, Pìzzu, Asprisargiu, poco tra loro diseguali in altezza. Su quelle sommità vedesi esteso intorno un ampio vaghissimo orizzonte. Dalle rocce staccasi molta oricella pel commercio.

Gli animali che si educavano erano nelle loro specie numerati come segue: (an. 1833) pecore 4000, porci 1000, capre 1000, vacche 500, buoi per l’agricoltura 120, cavalle 200, cavalli 50, giumenti 40. I formaggi sono assai pregiati, solo per l’ottima qualità dei pascoli. Se ne vende porzione ai negozianti che vi passano, i quali oltreciò tolgonsi le pelli, e quanto di lana non si può manifatturare dalle donne del paese.

Le specie selvatiche sono assai moltiplicate, ma più dei daini sono numerosi i cinghiali e le volpi. Spesso i cacciatori usano in questi monti, i quali quando si dilettino dei volatili ne trovano frequentissimi, e di quasi tutte le specie, che si conoscono nell’isola.

Molti sono i siti in cui sgorgano acque perenni. Delle quali la più celebrata è quella che si nomina della Soletta in mezzo alla selva e sulla strada che da Ozièri e Pattàda conduce a Benetutti. Non già per la copia, ma per la riconosciuta bontà è dai passeggeri tenuta in gran pregio. Il luogo è delizioso, e gli Ozieresi fanno con piacere quattro ore di strada per andarvi e mangiare di quei porcetti che vi si pascono. È ancora vantata la fonte di Spedrunèle. Quella da cui beve il comune, e che è coperta da un piccol edifizio, somministra un’acqua temperata e salubre, ed abbonda anche d’estate.

Tra le acque sorgenti nel bulterasco dovrebbonsi lodare le termali, ora dette di Benetutti, ma avendone parlato dove esigeva il loro cognome, a quell’articolo rimettiamo il lettore.

Bagnasi questo territorio da tre ruscelli appellati uno Norchìdda, altro Giuntùra-de-pira, il terzo Istèchiri ch’è quello che traversa il paese. Il Tirso bagna la terra più bassa.

L’antico paese Bulterina, che il Fara ricorda come già deserto alla sua età, e accennava nel territorio di Benetutti, può credersi in origine una dipendenza di Bultèi. Se n’è parlato già nell’articolo Benetutti. Pretendesi che le rovine che osservansi nel Campo presso la chiesa di s. Saturnino indichino un’antica popolazione, che essa fosse nominata Usulvì, o Usulviddi, e che siavi pure esistito un monistero dell’ordine dei camaldonesi. In altri due siti verso il mezzodì a non grandi distanze (s. Vittoria e s. Giulia) pare ritrovar vestigia di altre popolazioni, ed è tradizione che siano state annientate per una pestilenza.

Sono nel campo le vestigia di due norachi; nel monte ne sussistono ancora cinque, Norchìdda, Curzu, Logustàna, Pedrade-Bàttile, e maggior degli altri il Tilàriga.

Comprendesi questo comune nella contea del Gocèano. Per le prestazioni feudali, vedi Gocèano. La curia è stabilita in Bono.

 
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