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Buddusò

BUDDUSÒ, villaggio della Sardegna nella provincia d’Ozièri. Apparteneva all’antico dipartimento di Montacuto Superiore. Oggi è capo-luogo di distretto che comprende Alà e Pattada. È pure capo-luogo di mandamento e residenza d’un giusdicente che fa ragione eziandio agli uomini di Alà.

È situato in un altipiano, che verso mezzodì termina in scoscesi dirupi di granito, quindi in esposizione a tutti i venti. Il numero delle case è di 460, divise da varie strade irregolari.

Si esercitano da pochi le arti necessarie. Le donne sono attive nel tessere panno forese e tele. Provveduto ai proprii bisogni vendono il restante. I telai sono circa 400. Convengono alla scuola normale 40 fanciulli. Eravi già una stazione di carabinieri reali, e vi mantenevano il buon ordine tenendo in freno i prepotenti.

Il vescovo di Bisarcio stende in questo comune la sua giurisdizione. In principio vi si riconosceva l’autorità del Castrense.

La chiesa principale distinguesi sotto l’invocazione della santa martire Anastasia. È una casa poco dicevole agli offici della religione; e si può comprendere come gli antichi poco si curassero della esterna dignità del santuario. La quale accusa si deve moltiplicare nella massima parte dei popoli della Sardegna settentrionale. Il parroco che la governa si qualifica arciprete, e tiene coadjutori nella cura delle anime altri 4 o 5 preti. Le chiese figliali sono cinque, due delle quali dentro il popolato, s. Croce e s. Quirico; le altre tre fuori, e sono s. Sebastiano, distante 150 passi, a tramontana, nella quale si inumano i cadaveri, s. Tommaso apostolo, distante ore 6, e s. Elia, ore 5, nei salti detti de Giossu per comodo di molte famiglie di pastori, che per tutto, o parte maggior dell’anno vi stazionano.

Si celebrano all’anno matrimoni 20, nascono 75, muojono 60. Il numero delle anime (an. 1833) era di 2200, delle famiglie 450.

Il clima è fredduccio per molta elevazione del territorio. Sentesi nell’abitato alquanta umidità per la sua situazione alle falde di una estesa collina. Vi piove con qualche abbondanza, e pendente l’inverno cade molta neve. La nebbia copre spesso la sottoposta larga vallata, a dove concorrono in varii ruscelli le acque della vicina montagna di Lerno. Le malattie che dominano tra questi popolani sono infiammazioni di petto, reumatismi, artritidi, gastro-enteritidi e febbri periodiche.

Il tenimento di questo comune si apre in una grand’area, e dividesi in due parti, una delle quali stendesi intorno al paese, l’altra al di là della giurisdizione Alaèse. Il circondario da potersi raffigurare ad un quadrato si calcolerebbe di 20 miglia quadrate. Il lato contro tramontana confina con le montagne di Lerno e territorio d’Oskeri, distante da Buddusò ore 4; quel di ponente affronta con le terre di Pattàda ad ore 2 1/2; l’australe è adiacente alle campagne di Osìddu a circa ore 1 1/2, ed a porzione del Bittese.

Finalmente la linea di levante tocca di nuovo il Bittese e l’Alaèse. Resta Bitti lontano ore 3; Alà 1 3/4. La possessione dei salti de Giossu (inferiori) poco men che tutto montuosa e boschiva è di superficie maggiore. Confina da tramontana e levante con la contrada, o terra demaniale di Silvas, pertinenza dello stesso ducato di Montacuto; dalla parte di mezzogiorno con la marca di Posada, e da ponente col territorio di Alà. Ivi sono i ruderi di due antiche castella, uno era alle falde di Montenieddu (Montenero) che cognominavasi di Ergùri, l’altro sulla testa d’una elevata montagna detta Silva-Nuri era appellato di Olevà. In vicinanza dei medesimi appariscono le rovine di due chiese e borghi. Trovasi menzione di queste due antiche fortezze nel solo Fara, niente ricordandosene dagli antichi storici, che toccarono dei movimenti politici della Sardegna, quando dominavano ancora i regoli o giudici.

Stanziano in queste campagne molte famiglie di pastori, che vi allevano il loro bestiame, e vi fanno seminagione. Il ricovero e abitazione delle medesime è o in capanne, od in mal costrutte casupole.

Una parte della pendice orientale di Montenero comprendesi dentro i termini di questo territorio. Esso ebbe questa qualificazione dal nereggiante colore onde tinto appare a cagione dei folti alberi ghiandiferi che lo vestono, fra i quali sono più sparsi i lecci ed i soveri, che le quercie, dei cui frutti copiosi s’ingrassa l’armento porcino del comune, e gran numero di branchi d’altri paesi. Oltre le dette specie trovansi in gran numero i ginepri, i tassi, i pini selvatici, onde distilla in abbondanza gomma di eminente qualità; ed i corbezzoli, ascendenti spesso all’altezza dei lecci e delle quercie, i cui fiori e bacche forniscono alle api il prezioso alimento, onde correndo l’autunno esse formano il miele amaro, quanto screditato un tempo per li motteggi di qualche uomo autorevole, tanto oggidì pregiato, perché gradevole al gusto, e riconosciuto medicinale. Coltivansi in tutte parti per questi salti gli alveari, che sono una sorgente di lucro ai Buddusoini. Accade spesso che ei possano vendere da 60 cantara di cera, ed un peso maggiore di miele. Il mirto e l’olivastro frondeggiano per tutto con maraviglioso lusso.

Così il territorio circondario, come i salti de Giossu sono nella massima parte sabbionosi, secondo che porta la natura delle roccie granitiche; quindi più convenienti alla pastura, che alla coltivazione. Onde avviene che poca quantità si semini di cereali, non spargendosi di grano più di starelli 300, che ordinariamente sono moltiplicati a 1800; d’orzo 800, che nell’aja si misurano cresciuti a 6400. Di questo è il pane, onde si nutre la maggior parte. Di fave e civaje ben poco si suol coltivare, contuttochè il terreno non risponda ingratamente dove sia ben letaminato. I gelsi vi prosperebbero quanto dove meglio, come ne persuade a pensare la spontanea vegetazione di quei pochi che hannosi nei poderi; ma sgraziatamente non si conosce il pregio di questa pianta, come nè di quella pure del castagno, cui ben si accomoda il clima ed il terreno. Nè l’uno, nè l’altro però è benigno alla vite, da che le uve non maturano perfettamente, onde riesce il vino di poca bontà. Di egual condizione sono le frutta di pochi alberi, i quali si possono tutti classare nelle specie dei fichi, peri, prugni e meli in tre o quattro varietà.

Nel territorio del circondario sono circa due centinaja di quelle chiudende che volgarmente si appellano tanche. Le più sono di molta capacità. In alquante si avvicenda la sementazione del grano e del-l’orzo, e poscia s’introduce il bestiame: nelle altre sono inchiuse a pastura le vacche ed i giovenchi destinati all’agricoltura od al macello. Dentro le mura di esse tanche sono molti alberi ghiandiferi, e numerosissimi se ne trovano nelle terre aperte, e di comunità, e più che in altre regioni nella elevata montagna di Lerno.

Pascono in questo territorio vacche circa 6000, capre 7000, pecore 8200, porci 3000. Quanto dei prodotti sopravanza il consumo della popolazione vendesi in Terranova, Orosèi e Sassari, dove si trasporta di formaggi, tra affumicati e bianchi, non meno di 300 cantara all’anno.

Le montagne sono popolatissime di cervi, daini e cinghiali. Sulle giogaje del Lerno abitano una gran famiglia di mufloni, e incorrono nelle balestriere (agguato dei cacciatori) perseguitati dai bracchi e mastini in frotte di 30 e più capi. È pure ben moltiplicata la generazione delle volpi e delle lepri, nè sono rare le martore, cui si dà caccia per la preziosa pelle. Chi si diletta della caccia dei volatili può ferir quante voglia pernici, quaglie, beccacce, beccaccini, tordi, anitre ec. Sono essi ancora in buon numero gli uccelli di rapina, nibbi, falchi, avoltoi, e tante altre specie, non esclusa l’aquila, e l’aquilastro. I quali ultimi fanno il nido nelle eccelse rupi del Lerno, e nelle balze dei salti de Giossu.

 
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