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Bòttidda

BOTTIDDA, villaggio della Sardegna nella prov. di Nùoro, distretto e tappa (off. d’ins.) di Bono. Apparteneva al Gocèano antico dipart. del Logudòro.

È situtato a piè del monte Corona connesso alla catena del Monteroso, e così detto da un norache costrutto sulla cima, il quale rassomiglia ad una corona sul vertice della collina.

Il clima è temperato, se non che è troppo il fervore del sole estivo in fondo a questa valle, come è molto sensibile l’umidità. L’aria in qualche stagione è poco salubre per le miasmatiche esalazioni di alcuni acquitrini, e dei letamai, che difficilmente si dissipano per la poca ventilazione.

Partono da questo punto varie strade, una a greco-levante, che guida a Benetutti distante 9 miglia, ed è carreggiabile; altra a greco che accenna a Bono, capoluogo del distretto e mandamento, distante miglia 3/2, e quindi ad Anèla: quella che move contro ponente dirigesi al Burgo, o Borgo, distante 1/2 miglio per un’erta difficilissima; finalmente delle due che inclinano verso meriggio, una dà avviamento ad Esporlàtu, distante miglia 3/2, l’altra a Ilorài, distante miglia 2. La linea a Nùoro capo-luogo di provincia è di miglia 18.

Componesi quest’abitato di 158 case in un’area competente più lunga che larga. Le strade sono storte, e spesso immonde; le uscite del paese sporchissime per il letame che vi si ammucchia. La popolazione, nel 1833, era di anime 670 in famiglie 152. Il numero sarebbe maggiore senza le molte uccisioni che si sono fatte nella discordia delle famiglie, alle quali si lasciavano le arme in mano. Si celebrano all’anno matrimoni 6, nascono 26, muojono 20. La vita di pochi va al di là dei 60. L’uso delle nenie funebri (s’attitu) va mancando. Dominano le superstizioni. Nel settimo giorno dopo il decesso di alcuno fassi nelle case agiate gran quantità di pane, e si uccide una vacca, delle quali cose si fa parte ai consanguinei, ai vicini, e a’ poveri.

L’industria è ridotta alla sola tessitura. Si impiegano circa 100 telai, e quanto di panno o di tela sopravvanza ai proprii bisogni mettesi in commercio.

La scuola normale è stabilita nel convento dei frati, e vi frequentano circa 15 fanciulli.

Resta compreso questo popolo nella diocesi Bisarchiense: in principio era nella giurisdizione del vescovo di Castra.

La Chiesa principale si denomina dalla Nostra Donna, che solennemente si onora nella commemorazione della sua purissima concezione. Governasi da un sacerdote, che viene qualificato rettore, cui nella cura delle anime si assiste da altri due preti. Le decime sono per metà incamerate al vescovo; ed il paroco date le porzioni ai suddetti cappellani non toccherà più di scudi sardi 180. Hannovi tre chiese minori, e sono l’oratorio della s. Croce, ed altro dedicato a s. Pietro. Presso al paese poi in linea alla tramontana è la chiesa dei frati minori conventuali, di cui è pure titolare Nostra Donna Regina degli Angeli. Il convento fu fondato dopo il 1640, e presentemente si abita da un sacerdote e quattro laici. L’ospizio di Monteroso (V. Bono) è dipendente da questo. La festa principale del paese tiensi nella chiesa dei frati in onore di s. Antonio di Padova (addì 13 giugno) con gran frequenza dai paesi vicini, e i soliti divertimenti della corsa, e delle carole. In questa occasione ha luogo una piccola fiera. Erano nel paese altre tre chiese oggi rovinose. Pari numero erano nella campagna, le quali pure si lasciaron cadere. Una di queste era sotto il colle del Gocèano, l’altre ai fianchi del colle Dessa corona.

Non si è formato ancora il campo-santo, e per lo lezzo, che sfiata dalle mal chiuse sepolture, accade spesso che non si sostenga star dentro chiesa per ascoltare intera la messa.

L’estensione superficiale del territorio di Bòttidda saria sufficiente, se con maggiore intelligenza e studio si coltivasse, pure ad una tripla popolazione, perché sono le terre assai feconde. Due terzi delle medesime sono aperte e destinate alla pastura.

L’azienda agraria avea per dotazione star. 250 e lire 235 14. 0. Nel 1833 fu il fondo granatico trovato di star. 750, di lire 182. Ragguaglia lo starello a litri 49,20, le lire a l. n. 1. 92.

I gioghi dei quali servonsi gli agricoltori bottiddesi sono 76. Si semina di grano star. 228, d’orzo 150, di fave 40, di lino altrettanto, di canape 100, di civaje 40.

Possedendovi i Bonesi non pochi campi, essi pure vi seminano almeno con 20 gioghi star. di grano 240, d’orzo 100. La produzione moltiplica all’8. Delle vidazzoni una è alla destra del Tirso, altra alla sinistra. In quella le terre sono di maggior forza.

Si coltiva con molto studio la vigna, e si ottiene una gran quantità di vino bianco, e nero, che si vuol pareggiare ai vini del Campidano di Cagliari. L’orticultura fiorisce. Molte sono le specie e varietà dei fruttiferi, principalmente noci, mandorli, peri, pomi, fichi. Dai frutti delle prime due specie si ha qualche lucro.

Prima che ardessero in questo paese quelle furiose inimicizie che poco mancò nol disertassero, era di molto estesa la pastorizia. Ora ben pochi se ne occupano, e quindi è ristretto il numero dei capi che si educano. Nel 1833 era quello dei buoi 152, delle vacche tra rudi e manse 90, delle capre 250, delle pecore 2,000, delle cavalle 40, dei cavalli 60, dei porci 200, dei giumenti 45. Questi animali come in altre parti del Gocèano (e di tutta l’isola), così in Bòttidda mancando i molini idraulici servono alla macinazione del grano, onde hanno dai sardi il nome di molentes, il cui significato è conosciuto dai latinisti. Si comprende quanto siano tenui i frutti della pastorizia. Le pelli si vendono ai bosinchi, che danno in cambio olio od altre derrate. Maggiore è il vantaggio, che i bottiddesi ottengono dal ghiandifero, dove introducesi bestiame altrui (V. Bono sul proposito).

Il monte è ricoperto di quercie e lecci smisurati, vi si possono ingrassare 6,000 capi porcini.

La generazione dei selvatici, daini, cinghiali, e volpi è assai moltiplicata. Molto è pure l’uccellame, e tra l’altre specie sono gli storni in tanta copia, che consumerebbero più della metà della vendemmia, se non vi si tenessero delle persone a spaventarli.

Sgorga l’acqua da molte vene, tre delle quali sono vicine al paese, e comode alla popolazione. Una è a ponente, detta di Benenùri; l’altra a levante, nominata di Corte, che diffonde poca quantità, perchè non si è data opera a trovar la foce nascosta; la terza è delle anzidette più copiosa e buona, restò chiusa nel convento. Di gran bontà parimente sono quelle lodate, che scaturiscono dentro i poderi.

Abbiam fatto cenno d’alcune terre umorose; e queste sono presso al paese, ma non inutili, chè nelle medesime si coltivano i fagiuoli, e si fa la seminazione del canape, ramo d’un considerevol frutto.

Scorrono da Monteroso due rivi, ed entrati in questo territorio interchiudono il paese, dopo il quale inclinasi uno ad altro (il rio de Cresia al Caprufìgu) e si riuniscono prendendo il nome di Nigolanàc. Continuano il corso contro levante e si mescolano al Tirso. Prendonsi in esso tronco anguille e trote. Sopra il Tirso, là dove slargasi più il suo alveo, è costrutto un rustico ponte, che dicesi di Montrìga. Sono undici pile rotonde di pietre composte senza alcun calcistruzzo, sulle quali stendonsi molti tronchi. L’ampiezza del passaggio sarà di un metro. Spesso convien rifarlo.

Nella sommità del Monte-Corona trovansi delle così dette sepolture di giganti. Altrove nella montagna in distanza di due ore dal paese appariscono vestigie di antica popolazione, della quale ed il nome e tutt’altro è ignoto. Sono d’intorno a non lungo tratto sette norachi. Altri se ne veggono nel campo, e tutti insieme non sono meno di 25.

In questo comune è un uffiziale reggente per gli affari di giustizia di minor conto, al quale ricorrono pure i burghesi, ed altri vicini. Per ragioni importanti si va alla curia principale di Bono. Per li dritti feudali, V. Gocèano.

 
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