Bortigiada

BORTIGIADA [Bortigiadas], villaggio della Sardegna nella prov. di Gallùra, distretto di Tempio, tappa (officio d’insinuazione) di Tempio. Apparteneva all’antica curatoria Gèmini, del giudicato di Gallùra.

Pretendono alcuni sia venuto questo nome da Oltijv (sughero), e fosse veramente Oltijada, per esser tutte le case ricoperte a sugheri, in vece di altri tevoli. Resta questo paese nascosto fra i monti, ned è visibile che dalla strada reale, onde dista men di mezzo miglio.

È situato nella china d’un monte incontro a mezzogiorno, in esposizione pure a levante e ponente. Consta di 250 case, divise per istrade irregolari. Poche arti meccaniche vi si professano. Le donne sono sempre applicate alla tessitura sopra 200 telai per panni lani e lini.

La scuola normale è spesso affatto vuota, poco curandosi i padri della istruzione ed educazione dei figli, e non essendo da alcuno ammoniti del loro dovere.

È questo popolo sotto la giurisdizione del vescovo di Cìvita.

La chiesa principale è dedicata a s. Nicolò di Bari. Il parroco si intitola rettore, e tiene coadiutori tre altri preti. Le chiese figliali sono s. Croce, e la Vergine del Carmelo nel popolato; e fuori altre sette, che sono s. Antonio abbate, distante poco più di mezzo miglio a mezzodì; s. Lucia, a quasi egual distanza ad oriente; s. Lussorio, e s. Michele arcangelo, a mezzanotte, prossime l’una all’altra; la SS. Trinità, e s. Brancazio, ad occidente, in pari distanza; s. Rocco, alla sponda del Coguìna, nella regione detta la Scasta vecchia, bella chiesuola entro un boschetto di lecci, soveri e lentischi, in cui si fa una festa popolare con pubblico gratuito pranzo agli accorrenti (vedi Barbagia festa de corriòlu). Altra festa di molto concorso si celebra in onor di s. Brancazio nella sua chiesa, posta sulla cima del monte presso ad una copiosa fonte. Indi si può comprendersi dallo sguardo un vastissimo orizzonte.

L’ordinario numero della popolazione sedentaria è di 600 anime in 190 famiglie: altrettanti sono i pastori. Si sogliono contrarre all’anno circa 14 matrimoni, nascono 35, muojono 20. L’ordinario corso della vita è ai 60. Le frequenti malattie sono infiammazioni di petto, e febbri periodiche.

La foggia del vestire è simile alla usata dagli altri galluresi. Si distinguono però le donne bortigiadesi dalle loro gonnelle più corte: ma come le agiesi ritengono il velo bianco, e la benda (sa caviedda). Come nelle due feste rurali sunnotate, così nelle altre usasi la beneficenza di largire ai concorrenti pane e carne. Quando i bortigiadesi vanno a festeggiare portasi dal capitano della cavalleria la bandiera del santo, e traesi dietro tutta la comitiva. Si usano le carole. Questi popolani sono spesso accusati di furto e di vendetta. Peccano pure d’infingardaggine. Molti tra quei che si applicano allo studio amano lo stato ecclesiastico, ed i maggiori usano tutte sorta di ragioni, e spiegano tutta l’autorità per indurveli. Sono non ostante i bortigiadesi come poco pazienti del freno civile, così del religioso; e mentre si contano undici parrochi uccisi, il duodecimo sentì da vicino il fischio delle palle, il decimoterzo fu ricercato a morte. Questa fine incontra spesso chi fa senza riguardi della prudenza il proprio dovere.

L’estensione territoriale potrebbe eguagliare le 30 miglia quadrate. Il terreno che si può coltivare è atto alle vigne, e ad altre piante fruttifere. Queste non sono di più che sei specie, e la somma degli individui non sorpassa il migliajo. Poche sono le qualità delle uve, tenue il ricolto, e si dee supplire con molto comprato da Tempio, e da Luras. Siccome in massima parte il terreno è sassoso e boschivo, però appena si può seminare starelli di grano 250, 100 d’orzo, 50 di fave. La fruttificazione ne può andare al settuplo. Di lino se ne raccoglie tanto quanto esigano i propri bisogni.

La tanche o grandi chiudende occupano brevissima estensione del territorio. Vi si semina, ma più sovente vi si tiene il bestiame manso a pastura.

Le selve sono variate di quercie, lecci, soveri, roveri, lentischi, corbezzoli, ontani. Occuperanno pressochè 18 miglia quadrate, in figura triangolare.

I più considerevoli monti del bortigiadese sono Monte-ruju, e Monte-de-Biancu.

Il bestiame che educasi si rappresenta dalle seguenti somme secondo le specie. Pecore 2000, capre 1500, vacche 300, porci 200. Il numero maggiore pascola nel Sassu, dove i bortigiadesi sono più numerosi degli agiesi.

Tra quelle che in questo hanno casale o stazio, e l’altre famiglie che sono nelle varie cussorgie (distretti pastorali) del comune, si annoverano altrettante anime, quante sono nel paese. I formaggi fini disseccati al fumo sono di mediocre bontà, e con gli altri prodotti della pastorizia si sogliono vendere in Castel-Sardo.

Le generazioni dei cervi, daini, cinghiali e volpi sono numerosissime. La caccia di rado li scompiglia. Quelle pure dei volatili sono molte e copiose.

Non saprei tra le innumerevoli fonti che ad ogni parte versa acque pure e salubri quali fossero le più considerevoli per l’abbondanza. Parecchi ruscelli solcano il fondo delle valli, il Puddìna, il Rio di s. Brancazio, il Ladas, Vena de Rodas, Rio di s. Rocco. Nascono tutti in questo territorio, sono perenni, tolto il solo di s. Rocco, e appartengono al bacino del Coguìna. Questo fiume limita la giurisdizione del bortigiadese per una linea di alcune miglia. Si pesca in esso nel novembre e dicembre, e spesso anche nel gennajo una non piccola quantità di anguille, muggini, lupi.

Osservansi in questo territorio due soli norachi, ambedue in gran parte distrutti.

Il comune è feudale. Per le prestazioni (V. l’articolo Gallùra). Per l’amministrazione della giustizia ricorresi alla curia di Tempio distante circa due ore.

 
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