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Bòrore

BORORE, villaggio della Sardegna nella provincia di Cuglieri, distretto di Bortigàli, tappa (ufficio d’insinuazione) di Ghilarza. Apparteneva all’antico dipartimento del Màrghine, della provincia Logudorese.

È situato nel pianoro di Màrghine, onde resta esposto a tutti i venti. Componesi di circa 380 case, ognuna delle quali ha annesso un orticello.

Le strade sono larghe, ed alcune un po’ regolari.

Il clima è temperato, piove sufficientemente, e talvolta vi nevica. Siede spesso sulle terre nebbia che dura poco, ma che nuoce assai alle biade.

L’aria non è molto salubre, specialmente per cagione della palude Duos-nuràghes, e per certi siti umidi, detti sas venas, prossimi all’abitato.

Non vi si esercita alcun’arte meccanica, che meriti considerazione. Le donne lavorano in 240 telai. Vendono molto panno forese, e alcune pezze di tela.

La scuola normale è frequentata da circa 30 ragazzi.

Comprendesi questo popolo nella giurisdizione del vescovo d’Alghero.

La parrochiale è dedicata alla B. Vergine assunta. Il rettor della medesima è servito da altri tre sacerdoti. Dai frutti decimali potrà ricavare 3500 lire nuove. Vi sono quattro chiese figliali, due nel paese, una appellata da s. Maria, altra dalla Vergine del Carmelo; due nella campagna, che sono denominate da s. Gavino, e da s. Lussorio. Di questo santo si celebra la festa addì 21 agosto, con corsa di cavalli.

Il cimiterio è contiguo alla chiesa di s. Maria, e resta fuor del popolato, dove però si inumano solo i più poveri.

Dal censimento parrocchiale dell’anno 1833, si rileva il numero delle anime essere di 1820 in 375 famiglie. Nell’anno si sogliono celebrare circa 17 matrimoni, nascono 50, muojono 35. La vita di rado si produce oltre i 60. Dominano le febbri d’estate intermittenti, d’inverno catarrali, le pleuritidi.

I bororesi sono gente pacifica, laboriosa, affabile, e assai cortese coi forestieri. Nel carnevale si pigliano i giovani molto piacere in correndo a cavallo per troncar il collo a una gallina appesa.

Nei funerali usasi tuttora l’attìto.

L’estensione territoriale è di circa 8 miglia quadrate; la terra è tanto atta alla agricoltura, quanto alla pastura. Si sogliono seminare 2000 starelli tra grano ed orzo, e si miete il settuplo. Si semina poca quantità di fave. Non si curano molto gli orti, che si hanno alle sponde del Rio-Kerbos, e non vi si coltiva altro, che zucche, granone, e pomidoro. Il lino suol dare circa 1000 decine.

Le vigne vegetano bene, ma i vini sono ordinarii, e degenerano. Vi sono alcuni oliveti, e poche specie e piccol numero di piante fruttifere.

Tre quinti del territorio sono occupati dai chiusi e dalle tanche, le quali sono destinate alternativamente a pastura, e ad agricoltura.

Il bestiame appartenente ai bororesi è delle seguenti specie, e nel 1833 era nei numeri notati per ciascuna. Pecore 12000, numero minor del solito, e così ridotto dalla epizoozia dell’anno antecedente; buoi da lavoro 400; vacche 900; porci 1000; giumenti 250; cavalli e cavalle 360. In Bòrore educavasi prima una bella razza di cavalli, da cui si sceglievano i migliori destrieri, che figuravano nelle solenni corse dei campidani. Pare che qualcuno voglia ripigliar queste cure.

Il formaggio di Bòrore è di molta bontà, e molto riputato tra i bosinchi, e lussurgiesi. La lana vendesi ai primi, le pelli ai secondi.

Manca il selvaggiume, eccetto i daini e le lepri. Sono assai frequenti le pernici; i passeri sono a folti sciami.

In tutto il territorio sono tre sole sorgenti considerevoli, una nel popolato, che poco si pregia; l’altra all’estremità del medesimo, detta Puzzo, di cui bevono la maggior parte; la terza, che è distante mezz’ora, dicesi d’Huòre, e stimasi sopra la prenotata. Delle rimanenti nessuna merita menzione; n’è però rimarchevole il gran numero, se non la copia dell’acque che versano.

Scorrono per queste terre due ruscelli; uno è il summentovato di Kerbos o Riu-Kerbos, che proviene dai monti di S. Lussùrgiu. Passa prima per la regione Kerbos, e fa la làcana (linea di demarcazione) col lussurgiese; indi col norghiddese, fino al ponte Melchis nella strada centrale. Segue ad esser limite tra Aidomaggiore, e Norghiddo; poscia, traversate le terre di Tadasùni, entra nel Tirso. Il ruscello Huòre è assai più piccolo, e di corso minore.

Sonovi molte paludi o terre pantanose, dette enas o venas, o benas. La maggiore è vicina al paese in sito appellato Duos-nuraghes; svanisce nell’estate. Copre una superficie capace di 50 starelli di seminagione. Le altre sono Paùle Nivazi, Paùle Mariàni, Paùle Porcàrgius, che insieme toglieranno all’agricoltura altrettanto terreno, quanto la prima.

Si annoverano ventidue norachi, i più dei quali sono diminuiti di due terzi. V’hanno pure quegli altri monumenti antichi, che volgarmente si appellano sepolture di giganti, con le pietre, che altrove dicono late, e qui lunghe (vedi Barbagia Monumenti antichi).

Questo comune entra nel feudo del Marchesato del Màrghine. Per gli affari di giustizia si ricorre alla curia di Macomèr, distante un’ora e un quarto. Per li dritti feudali, vedi Màrghine.

 
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