Bonorva

BONORVA, villaggio della Sardegna, provincia d’Alghèro, capo-luogo di distretto, che comprende Cossaìne, Giave, Pàdria, Mara, Pozzo maggiore, Rebeccu, Semèstene. Includevasi nell’antico dipartimento di Costa di Valle, o Costa-valle.

Si dice che il suo primo nome fosse Moristène, che sarebbe una corruzione di Monasterio, del che vedrassi poi la ragione. È tradizione che i primi suoi popolatori siano discesi dal sito di san Simeone.

Estendesi l’abitato da levante a ponente passi 500, con una larghezza di 250. Nella parte superiore le strade sono piuttosto regolari e larghe. La situazione è alle falde del suddetto monte, che lo protegge dai venti australi e siroccali. È distante dalla strada centrale due quarti di miglio. Non si sa capire perché la linea della medesima non siasi tirata su per lo paese in retta a Torralba, col risparmio d’un lavoro di forse due miglia.

Il clima patisce d’alquanta umidità, e vi è frequente l’ingombro della nebbia. Non ostante l’aria non si infama come maligna.

Nessun’arte di quelle che vi si esercitano, si potrebbe dir fiorente. Non pertanto devonsi i bonorvesi lodare di molta attività e industria. La maggior parte sono applicati all’agricoltura, ed alla pastorizia; i rimanenti lavorano in qualche mestiere, e tra gli altri sono più numerosi i ferrari, che portano in vendita le loro opere ad altri paesi, e le espongono in tutte le fiere.

Le donne tessono tele e panni foresi di molta durata: però le più belle manifatture di tal genere sono le coperte da letto, ed i tappeti variamente figurati.

V’hanno alcune spezierie, alcuni chirurghi, ed un medico distrettuale, una scuola normale frequentata da 50 giovanetti, delle scuole ancora di latinità instituite da un pio sacerdote, nelle quali si numerano circa 20 studenti, delle botteghe di merci, di commestibili, di vino, d’acquavite, ed un macello.

Soggiace questo popolo alla giurisdizione dell’arcivescovo di Sassari, siccome colui che in sè riunisce l’antico vescovado di Sorra, in cui si comprendeva Bonorva.

La chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione della Nostra Donna (Santa Maria). L’edificò monsignor Didaco Passamar, mentre resse per 28 anni questo popolo, e fatto poi vescovo d’Ampurias, la consacrò nell’anno 1614. La costruzione non pare sia stata governata da un perito architetto. È a tre navate. Il parroco si qualifica rettore, e pretendesi possa egli godere del titolo d’arciprete della soppressa cattedrale di Sorra. Egli è servito da quattro sacerdoti, senza alcuni altri, che sono applicati alla parrocchia. Vi sono ancora tre altre chiese, cioè s. Vittoria, antica parrocchiale del villaggio primitivo, detto, come sopra fu indicato, Moristène, che poi appartenne ai padri gesuiti: l’oratorio di santa Croce, e la chiesa di s. Antonio unita ad un convento di frati dei minori osservanti fondato dopo il 1640.

Due sono le feste popolari, una in onore di s. Paolo primo eremita addì 22 settembre; l’altra di s. Giovanni Battista, che era per lo avanti una delle principali di tutto il Logudòro; ambe con fiera, corsa, fuochi artificiali, carole, e canti d’improvvisatori, che in varie parti della piazza dove tiensi la fiera gareggiano fino a notte avanzata.

Fuori del paese trovansi molte chiesette, alcune delle quali ancora offiziate in qualche giorno entro l’anno, altre interdette, cadenti, o in gran parte distrutte. Delle prime una è a ponente, in distanza di mezz’ora dall’abitato, dedicata a san Francesco di Assisi; altra a levante, a maggior intervallo, di antica costruzione, ed appellata da s. Lucia vergine e martire; e oltre queste s. Lorenzo, s. Maria de Cunzàdu, s. Elena, s. Matteo, s. Simeone, s. Andrea Priu. La chiesa di s. Giusta è quasi affato distrutta.

Dal censimento parrocchiale (anno 1833) si conosce constare la popolazione di anime 5100, distribuite in 1225 famiglie. L’ordinario numero dei matrimoni è di circa 25, le nascite giungono a 160, le morti a 100, la vita si suol prolungare ai 65, però non sono rari quelli che valicano il novantesimo.

Le più frequenti malattie sono la pleuritide, i dolori reumatici, e le terzane, le quali mostransi nei più di benignissimo carattere.

Il cimitero è attiguo alla parrocchiale; i più però sono sepolti nelle casse sotto il pavimento della chiesa. L’aria sentesi spesse volte infetta.

Sono i bonorvesi di tal indole che ha un po’ di fierezza, pronti a sparger l’altrui sangue per lievi motivi, senza che li possa trattenere alcun riguardo. È celebre l’assassinio di D. Pietrino Prunas uomo ricchissimo, padrone di molti armenti, e di 99 greggie di pecore, trucidato nel giorno istesso che ei dovea formarsi la centesima.

Spesso vi si riuniscono delle grosse fazioni, si perseguitano nella campagna con furore, e distruggono le fortune un dell’altro. È accaduto che una parte massacrasse armenti di più centinaja di capi, e struggesse quant’altro apparteneva ai contrari.

Usano i bonorvesi nel vestire maggior eleganza degli altri del dipartimento. Molti però alle brache (sas ragas) sostituiscono pantaloni di panno ruvido. Nel-l’estate vestono gli usattini, o borsacchini di pelle di daino, in vece delle calze di panno.

A fronte dell’autorità ecclesiastica mantiensi ancora nella plebaglia il piagnisteo (s’attìtu) tanto nel giorno del decesso, che in quello delle esequie, intervenendovi i parenti, e le persone più care. Non di rado avviene che la moglie, o altra persona assai stretta al defunto di parentela, debba starsene per più giorni in letto, per le contusioni e altro male fattosi con le proprie mani, da che se lo strazio non è visibile, non istimasi vero il cordoglio. Tanto non si usa dagli uomini, e soffrono più volentieri le critiche. Costu-masi vestir la gramaglia anche pei propri figli, e producesi il duolo oltre l’anno. V’ha di quelli tanto succidi quanto si mostran sensibili, che lasciansi in dosso la camicia che trovavansi avere quando accadde la funesta disgrazia, finchè sia del tutto lacera.

Credesi nei sogni, e che vi sieno delle indovine, che dietro l’apparizione dei morti vaticinino la morte o la guarigione di qualcheduno. La quale vana scienza sta in donnicciuole di affettata religione, e di mente poco sana.

Le superstizioni dominano. Sono i fuochi fatui, candele di anime purgantisi, e le stesse anime che passano presso la casa di alcuno che abbia ben tosto a morire. L’uggiolar dei cani è perchè allora una schiera di trapassati scorre le vie per far penitenza, o visitare qualche moribondo. Alcune pazze vecchiarelle vantansi d’essere nella notte per la virtù dei morti trasportate da uno in altro luogo, e chi lor crede e interroga, riferiscono le pene dei parenti defunti ed esigono limosine.

Nei matrimoni e nascite hanno luogo mille vane osservanze e riti. Credesi nelle legature. Si giudica dal suonar delle campane, dal volar degli uccelli, dallo squittir delle volpi, dal muggir delle vacche figliate. Convien però confessare che, se coloro cui spetta avessero atteso a sradicare questi pregiudizi, i bonorvesi si farebbero le meraviglie di chi credesse cose meno sciocche.

Il territorio di questo comune è assai vasto, e la superficie forse contiene miglia quadrate 50. Dividesi in regioni selvose, e di coltura. Il paese trovasi alla linea di ponente.

Il monte di soccorso per l’agricoltura ebbe per dotazione starelli di grano 1400, e lire 400. Nel 1833 fu trovato il fondo granatico di starelli 3000, il nummario di lire 110. Ragguaglia lo starello a litri 49,20; la lira a lire nuove 1.92.

Si suol seminare di grano starelli 6125, d’orzo 2044, di granone 350, di fave 1750, assai meno di veccia, di piselli, e fagiuoli bianchi, di ceci però se ne sparge starelli 525. Non si gustano ancora le patate.

La fruttificazione moltiplica al sette. Rende più la vanga, che l’aratro. Sono coltivati pochi orti presso Rebeccu a cavoli, poponi, cocomeri, zucche, ecc. Il prodotto del lino è poco vistoso.

 
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