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Bono

BONO, villaggio della Sardegna, nella provincia di Nùoro, capo-luogo del terzo distretto, che comprende Anèla, Bultèi, Benetutti, Burgos, Bottidda, Esporlàtu, Ilorài, Bolòthana. Quando nel 1807 il re Vittorio Emmanuele instituì le prefetture e le intendenze, questo paese fu scelto a capitale della provincia, sede del-l’intendente e prefetto, con giurisdizione sopra 17 comuni. Poi nella riduzione del 1821, abolita la sua provincia, fu incorporato a quella di Nùoro.

È pure capo-luogo del mandamento della contea reale del Gocèano, comprendente gli stessi comuni sunnominati nel distretto, se non che per Bolòthana, che appartiene al mandamento del Màrghine, se gli aggiunge Orùne.

Siede in una risega del Monteraso, domina la valle, e gode d’un pittoresco ed ameno orizzonte, chiuso al terzo e quarto quadrante dalla catena del Gocèano. Componesi di 655 abitazioni. Le strade sono irregolari e nella direzione, e nella larghezza.

La popolazione nell’anno 1833 componevasi d’anime 2540, in famiglie 655. Nascono 90, muojono 50, si celebrano 18 matrimoni. Vivesi oltre il sessantesimo.

Le malattie dominanti sono infiammazioni, e febbri perniciose e periodiche.

Sono ancora in uso gli sponsali fra gl’impuberi (V. Bitti dipartimento sul proposito).

È costume ancora di onorare nelle case i defunti col compianto (s’attìdu).

I bonesi sono coraggiosi, industriosi, di buone qualità morali e intellettuali.

Era di questa terra il cavaliere D. Gianmaria Angioi, già professor di legge nella capitale, poi giudice della reale udienza, che molto influì nei movimenti politici dell’isola intorno e dopo l’anno 1794. Venuto in diffidenza del governo, fuggì da Sassari, andò ramingo, e morì in esilio (V. Sassari. – Notizie istoriche).

Le arti meccaniche di prima necessità sono esercitate da piccol numero di persone. Le donne si occupano della tessitura, e fabbricano panni lani ruvidi, e lini di varia qualità in quanto basta al bisogno delle famiglie. I telai sono circa 150.

La scuola normale è frequentata da 25 fanciulli. Vi sono instituite ancora le scuole di lingua latina e belle lettere, che potranno numerare un’egual copia di giovani.

Havvi un ufficio di posta. Vi passa il corriere della grande strada di levante, e si mantiene ancora corrispondenza per mezzo del corriere di ponente, che depone in Bosa il sacco delle lettere per lo Màrghine, e Gocèano. Eravi prima una stazione dei carabinieri reali: in loro vece vi è adesso stabilito un quartiere pei cavalleggieri di Sardegna n.º 32, ed altro per soldati di fanteria n.º 25. Sonovi le regie carceri del dipartimento.

Risiede in Bono il medico distrettuale con un chirurgo, e vi sono due spezierie. V’hanno pure alcune botteghe di merciajuoli, delle taverne, e si ha il vantaggio d’una beccheria, che sempre provvede al pubblico.

Questo comune è posto sotto la giurisdizione del vescovo di Bisarcio: in principio però apparteneva al vescovo di Castro.

La chiesa parrocchiale è dedicata all’arcangelo Michele. È di struttura antica, e ben capace. Vedesi nel coro della statua colossale del titolare (scolpita, dicesi, nel 1095) atteggiato siccome immergesse nel serpente il suo dardo.

Oltre questa, che rimarcasi per l’antichità, veggonsene varie altre che si credono da mani maestre. Non è la medesima assai ricca, da che fu spogliata nel tempo delle sedizioni dai soldati tedeschi, de’ quali, essendo i più d’altra fede, commisero orribili sacrilegii, e tutto rapirono quanto poteron trovare. Sfuggì però alle loro mani un antichissimo gran calice con la sua patena, travagliato con tutta l’arte, che allora si conosceva. Si legge da una parte in esso calice: Donno Gonnario de Gotiàno; dall’altra sono le arme gentilizie del donatore, che appariscono essere le stesse che si osservano nella torre del castello del Borgo, o Burgo, o del Gocèano (V. Gocèano).

Governasi questa parrocchia da un rettore, che tiene coadjutori altri nove sacerdoti. Egli ha una cospicua prebenda, percevendo le decime di quanto seminano i suoi parrocchiani non solo nel territorio della giurisdizione di Bono, ma in altri ancora della contea. Essendone le terre comuni e per la pastura e per la seminagione, le decime si corrispondono per ragione dei sacramenti. La divisione delle giurisdizioni territoriali è solo per regola dei ministri di giustizia, ad oggetto di notare in caso di qualche delitto a qual paese il sito appartenga, in cui siasi commesso.

D’intorno e dentro del paese sono le chiese figliali di s. Efisio, s. Raimondo Nonnato, s. Gio Battista, della B. Vergine del Carmelo, dell’oratorio di s. Croce, di s. Antonio abbate, e di s. Catterina vergine e martire. Vi sono instituite due confraternite.

In altra superior risega della stessa montagna di Monteraso, a distanza d’un’ora verso libeccio, nel bosco e in delizioso sito, vedesi uno dei più antichi conventi dei francescani, ora ridotto ad un vile e sordido ospizio, dove pare cosa indegnissima che vivano religiosi. Fu fondato da due uomini di quell’ordine, che vennero in Sardegna verso il 1218, i quali, dopo aver dato principio e regola ad un piccolo stabilimento della loro professione nella Gallura, precisamente nel luogo anche oggi qualificato Santo (Logu-Santu) entro l’antico dipartimento di Montagna, invitati dal principe Costantino II, edificarono quest’altro convento nel 1220, dedicandovi una chiesetta alla Vergine, la quale poi cesse a s. Frencesco.

Fu questa casa, come quella di Luogo-Santo, visitata dal B. Giovanni Parenti, venuto da Corsica con parecchi compagni, dei quali lasciò alcuni in una ed altra per attivarvi l’osservanza. Il religioso, che non molto stante morì in Monteraso in odor di santità, non fu già, come mal si crede, il sunnominato Parenti (morto in Corsica nel 1250), ma sibbene uno di costoro, che egli aveva condotti. Dimorarono, se prestisi fede al P. Pacifico dei minori osservanti, i religiosi del suo ordine in questo convento sino al 1400, in cui abbandonatolo lasciarono subentrare i conventuali, che tuttora il ritengono, sotto un preside vocale, o guardiano, che spesso risiede nel vicino convento di Bottidda. I due religiosi fondatori, dei quali si è ragionato, passarono poscia a Cagliari, e sull’estremità a sirocco dell’antico abitato della città presso al sepolcreto fondarono il convento di s. Maria in Portu-Grottis, dedicato anche a s. Bardilio diacono, ove esisteva una piccola antica cappella, primo oratorio dei cristiani in quella città. Forse sono dessi quei due francescani, che nel 1237 soscrissero all’istromento fatto nel palazzo di Ardara, dove il legato pontificio a nome della chiesa romana concesse alla regina Adelasia la provincia Logudorese.

Nella anzidetta chiesuola di Monteraso si celebra due volte all’anno divota solennità con gran concorso: addì 2 agosto per la Vergine delle Grazie, detta della Porziuncula, e a’ 4 ottobre per la memoria di s. Francesco. Alla prima accorre molta gente dal Meilògu, Màrghine, Dòris, e da più lontane regioni; a questa, meno dalle altre parti, che dal Gocèano. In esso tempietto, costrutto con semplicissimo disegno, non è altro di osservabile, che la bella effigie di s. Francesco in sull’essere stimmatizzato.

 
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