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Bìrole

BIROLE o BIRORE [Birori], villaggio della Sardegna nella provincia di Cùglieri, distretto di Macomèr, tappa (uffizio d’insinuazione) di Bosa. Entra nell’antico dipartimento del Màrghine del giudicato del Logudòro.

È situato in piccola eminenza sopra il pianoro del Màrghine un po’ sotto il levante e livello di Macomèr. Gode d’un bell’orizzonte aperto da greco a libeccio. Componesi di 180 case; le strade sono quasi tutte alpestri.

La principale professione vi è l’agricoltura, e pochissimi sono applicati ad altri mestieri. Il numero dei telai s’agguaglia a quello delle case: lavorasi in lino e lana, però solo quanto richiede il bisogno delle famiglie. Alla istruzione normale concorrono circa 12 fanciulli.

Questo popolo è nello spirituale soggetto alla giurisdizione del vescovo di Alghèro. La chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione di s. Andrea apostolo, ed è sfornita di molte cose necessarie ai divini riti. Il parroco si qualifica rettore, e non ha chi gli assista nella cura delle anime.

Vi sono tre chiese figliali: una appellata da s. Stefano protomartire, l’altra da s. Barbara, la terza da sant’Antonio da Padova.

La festa principale ritorna addì 3 agosto per la invenzione di s. Stefano, alla quale concorre molta gente dai luoghi circonvicini, altri per religione, altri per li divertimenti soliti della corsa, del ballo, e del canto.

Il cimitero è attiguo alla parrocchiale, e sta fuori del popolato.

Dalle tavole censuali della parrocchia nell’anno 1833 apprendevasi constare la popolazione di anime 410, in famiglie 120. L’annuo numero dei matrimoni si computa di 6, quello delle nascite di 10, quello delle morti di 8.

Le ordinarie malattie hanno cagione dalle vicende della temperatura. La mortalità è frequente nella prima età: questa trapassata, giugnesi da molti ad una buona vecchiezza.

Il clima può dirsi temperato, avvegnachè d’inverno sentasi talvolta un po’ di freddo. L’umidità rendesi assai molesta, quando manca il calor del sole.

L’estensione territoriale si eguaglierà forse a 10 miglia quadrate. La roccia dominante è vulcanica. Il terreno è sì idoneo alla coltivazione, come alla pastura. Si semina in totale da 250 starelli. Nell’anno su notato si sparsero starelli di grano 100, d’orzo 80, e ben piccola quantità di meliga, fave, fagiuoli, ed altri legumi. L’ordinaria fruttificazione è all’ottuplo. Negli orti coltivansi molte specie. Di lino raccogliesi quanto è sufficiente a dar lavoro alle donne del paese.

Le vigne prosperano mirabilmente. Le uve distinguonsi in molte varietà; il vino però riesce mediocre per la male intesa maniera di manipolarlo. La quantità si calcola a circa 450 cariche: basta appena alla consumazione, e non si brucia che il viziato.

Le piante fruttifere più comuni sono peri, meli, fichi, mandorli, pochi olivi, e più pochi individui di altre specie, in totale 2500.

La più gran parte del territorio, capace forse di più di 5000 starelli di seme, è occupata dalle chiudende. I proprietari delle medesime, quando non le coltivano, le concedono ai pastori per certo prezzo.

Mancano le piante ghiandifere.

La maggior eminenza che spicchi nel Birolese è la collina di Niu-de-crobu a non molta distanza dal paese.

Si nudrivano nell’anno su segnato vacche rudi 350, mannalìte 60, buoi da lavoro 80, pecore 400, porci 350, majali 60, cavalli 35, giumenti 70.

I cacciatori vi trovano alcuni cinghiali, pochi daini, gran numero di lepri, e molta copia di volatili, massime pernici, merli, colombi selvatici, ecc.

Un fiumicello irriga il prato comunale. Egli è lo stesso che il Murtazòlu, la cui più alta origine è presso Mulargia. Quando i torrenti vengono nel suo canale, n’è pericoloso il passaggio, e rompesi affatto ogni comunicazione, se tolgasi seco la piena le travi solite distendersi da una ad altra riva.

Veggonsi in questo territorio vestigie di antiche popolazioni, e le rovine occupano una considerevole superficie, dove non si è fatta finora osservazione da persona intelligente. Si ignora qual nome avessero, e la tradizione niente riferisce dell’epoca dell’eccidio, o disertamento.

Come nelle altre parti del pianoro del Màrghine, così in questa sono frequentissime quelle maniere di antichi monumenti, che si appellano generalmente in Sardegna nuràghes, e sepolturas de gigantes. Di molti appariscono le sole vestigie, dopo che per costruire le muriccie delle chiudende si distrussero i coni, e le cinte; di altri rimane ancora qualche parte, che il viaggiatore possa osservare, e onde ammiri l’arte, che già possedeva l’antichissimo popolo edificatore di queste grandiose moli, o alla memoria dei suoi maggiori, o a cagione di religione, o ad uno ed altro fine copulativamente. Tra li più degni di menzione è il Sòrolo presso al fiume, che elevasi circa 50 piedi con grosso corpo, nella cui stanza interna vi si conterrebbero comodamente 60 persone. L’adito è alquanto più basso della statura dell’uomo. Era di quei che avevano una cinta, in cui comprendevasi un terrapieno, che arrivava al livello della camera media. Sono gli altri inferiori, ma hanno bene di che poter essere oggetto di osservazione, e di esami, e si cognominano Oroàssai, Chessa, Frusciu, Bidùi, Urighe, Sèrbine, Arbu, Meùddu, s. Giorgi. Le sepolture dei giganti meglio conservate sono quattro (V. Barbagia. – Monumenti antichi di questo nome). Tre sono distanti dal paese minuti circa 15, la quarta un’ora, che si riconosce col nome pedra dess’altare, cui raffigurossi dal volgo la gran lastra che chiudeva il monumento incontro al levante. Di questa costruzione ciclopica ha già data la descrizione il chiarissimo cavaliere Alberto Ferrero Della-Marmora, e trovasi inserita nel Bullettino dell’Instituto di corrispondenza archeologica (N.º XI di settembre e ottobre 1833). La sua lunghezza, dalla estremità posteriore al diametro del semicircolo delle pietre aperto al levante, è di metri 20,00, il diametro di 13,00. La cassa è lunga 11,00, larga 1,25, con mura spesse 1,50, alte sul suolo circa 1,40. La pietra lata, che rappresenta un’elisse mozzata d’un quinto, è alta 4,00, larga 2,70, con un buco, o porticella bassissima sopra il suolo larga 0,60, alta 0,35, somigliante agli usci bassi dei norachi, la quale corrisponde centralmente alla cassa. Nella tavola, che ne diede il sullodato chiarissimo Cavaliere, vedesi la cassa, e le mura coperte da enormi lastre larghe circa 4,00, e qualcuna lunga anche 3,00.

Bìrole comprendesi nel feudo della contrada del Màrghine. Per le prestazioni feudali vedi Macomèr.

 
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