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Benetutti

BENETUTTI, villaggio della Sardegna nella prov. di Nùoro, distr. di Bono, tappa (off. d’insin.) del Gocèano, ora aggregata a quella di Ghilarza. Comprendesi nell’antico dipartimento, poi contea del Gocèano, che dopo abolito il giudicato del Logudoro venne nella potestà dei giudici d’Arborèa.

Parlano gli antichi corografi sardi di Bulterina, quasi piccolo Bultèri o Bultèi, e la dicono rovinata nel tenimento di Benetutti. Bullejana che trovasi in alcuni, forse fu una storpiatura di Bulterina, e questo io crederei nome non di una popolazione estinta, ma l’antico e primitivo che si avesse il paese di cui si ragiona, il quale poi si scambiasse con quello che si acquistarono le vicine terme per la loro creduta salutare efficacia.

Sebbene sianvi entro la circoscrizione del territorio dei siti dove chiare appariscono le vestigia di antiche popolazioni, non vi ha nelle appellazioni usitate dei medesimi nè pure indizio di tal nome.

Infelice è la positura di Benetutti in fondo alla valle di Gocèano a piè d’un monte dirupato, onde nell’estate dopo il mezzodì, riverberandosi in lui i raggi solari, vi è cagionato un calor bruciante. Molta è l’umidità delle notti, molta pure quella dei giorni nella stagione piovosa. Il ponente vi batte più della tramontana, e riflettendo dal monte raggirasi in violenti ruote. Da qual altra parte che scorrano l’aure, questi strati inferiori dell’atmosfera stagnano tranquilli. Nell’autunno scoppiano con frequenza le tempeste, ed i frutti ancora pendenti ne sono malamente percossi. La copia delle pioggie è competente. Le nevi ingombrano spesso il suolo nell’inverno, ma per poco. La nebbia domina nelle stagioni temperate e calde, ma non regge molto alla forza del sole. L’aria è malsana.

Le case sono circa 285, costrutte in gran parte a pietre granitiche, che è la roccia dominante. Le strade sebbene irregolari son belline: mancano di selciato, non di meno poche ritengon l’acque in pozzanghere, sì per la inclinazione, che per la natura del suolo tutto sabbionoso.

È lontano Benetutti da Nuce mezz’ora, da Bono un’ora ed un quarto, da Ozièri 5, da Nùoro 4, da Sassari 14, da Càgliari 30. Le strade carreggiabili sono solamente quelle che guidano a Bono, Nùoro, Càgliari.

Le generali professioni sono l’agricoltura, e la pastorizia. Nelle arti meccaniche di necessità non si esercitano più di 20 persone. Le donne sono applicate alla tessitura dei panni lani, e lini in 200 telai; e producendo i lavori più che domandino i propri bisogni, mandano nel commercio molte pezze.

La scuola normale contava nel 1833 fanciulli 20.

Al ponente, in distanza di tre quarti d’ora, nella regione denominata da una chiesetta, di costruzione antica, dedicata a san Saturnino, trovansi le rinomate acque termali, le quali sorgono entro un’area di circa 1000 piedi q. da un terreno argilloso, coperto d’erbe e di giunchi. Molte hanno libero il corso, e scorrono a mescolarsi col vicino Tirso, entrandovi dalla sponda sinistra; l’altre stagnano in molte pozze fetenti. Sono questi bagni in territorio di Bultèi; ma perchè da Benetutti sono i medesimi universalmente denominati, quindi par convenire che piuttosto qui, che altrove se ne parli.

Non si può definire il numero delle scaturigini, da che per tutto dove si scavi un poco entro l’area determinata vedesi l’acqua venir su. La loro temperatura è in una scala di non pochi gradi. Il termometro di Reaumur dopo averne misurato nell’atmosfera 15°, ne notò 32° nell’acqua più calda che contenevasi in un pozzetto. E qui è da credere sia lo sbocco della gran vena, sagliente da molta profondità, la maggior parte della quale mentre suggesi dalla terra circostante va dispogliandosi del calore a misura che si allontana da quella. Queste acque sono insieme minerali, e diedero in risultamento di analisi fatta dal professore Cantù, 1. gaz acido-carbonico, 2. aria atmosferica, 3. ferro-carbonato, 4. soda solfata, 5. calce sulfata, 6. calce-muriata, 7. soda muriata, 8. selce.

Gli avanzi di antiche e forti costruzioni ne attestano esservi stato qualche stabilimento; niente però indicano di magnificenza, nè se i romani ne fossero autori, comechè il loro gusto delle terme ci induca a credere, che mentre non ricusarono i più grandi spendii per procurarsi con l’arte queste comodità, meno abbiano dispregiata la medesima quando veniva dalla natura offerta. Il visitator Carrillo nella sua relazione al re di Aragona delle cose di questo regno, quando gli accadde di parlare dei bagni d’acque calde e temperate, e specialmente delle acque termali e minerali del Gocèano, o di Benetutti, disse vedervisi alcune lapide inscritte ad indicare i morbi, ai quali si affaceva l’uso delle medesime: onde si può ragionando inserire stessero ancora alcune fabbriche, che sopravvenendo poi tempi sempre più tristi si lasciarono cadere. Il nome italiano Benetutti, quasi che questi bagni facessero bene a tutti gli ammalati, ne fa sospettare che al tempo dei Pisani ritornassero in onore per la loro virtù, e vi si restaurassero le stanze per li concorrenti. Non sono di presente abbandonati, frequentandovi tutti coloro, ai quali siano questi più prossimi che quei di Coguìnas, o di Dorgàli; tuttavolta convien dire che pochissimi fra quelli che han d’uopo di siffatta medicina vi si portano, a cagione che conviene starvi troppo disagiatamente, e spesso con timore di maggior danno della sanità. Imperocchè dovendo gli ammalati ricoverarsi sotto piccole tende, o capanne, coperte di frasche, occorre che nel tempo istesso che si vuole per quelle acque benefiche espellere un male, se ne accoglie un altro. Nella estate è giocoforza soggiacer di giorno ad un sole ardentissimo, di notte ad un fresco umidissimo, e restare involti tra li vapori crassi delle terme, e la nebbia dei fiumi vicini. In altre stagioni vi si deve restare esposti a tutte quelle altre inclemenze di pioggie, nevi, grandini, ed alle frequenti vicende che inducono nella temperatura le diverse correnti dell’aria. Se non a tutti gli incomodi che ora devon patire gli ammalati, certo si negherebbe luogo ai maggiori, se quei che in questa regione possedono delle terre, vi costruissero delle stanze e casse, appropriate per quelli che volessero tentare la virtù di questo rimedio. Senza dubbio, che ei ne trarrebbero grand’utile, e l’umanità avrebbe un altro mezzo di sollievo da molti suoi mali.

Comprendesi il popolo di Benetutti nella giurisdizione del vescovo di Bisarcio, nella quale fu incorporata la diocesi di Castra, cui il medesimo apparteneva.

La chiesa parrocchiale è denominata da s. Elena imperatrice. Il sacerdote che la governa ha la qualificazione di rettore con un reddito di lire nuove 4, o 5 mila, e tiene coadjutori nella cura delle anime altri due preti. Le chiese figliali sono otto, delle quali sei dentro il popolato, appellate da s. Gavino, santa Croce, s. Michele, s. Rosalia, s. Salvatore, s. Timoteo martire; due nella campagna, una sotto l’invocazione della B. Vergine Assunta, volgarmente detta s. Maria de Bolòe, a tramontana in distanza di minuti 20; l’altra di s. Barbara alla parte contraria, ed a distanza eguale. Le principali festività occorrono per s. Michele, e per s. Rosalia, con corsa di barberi, e piccola fiera. Manca il camposanto, ed i cadaveri si seppelliscono entro la chiesa, o nel cimiterio, che tocca la chiesa parrocchiale, e che resta in fuori dell’abitato.

Il censimento parrocchiale del 1833 presenta numero di famiglie 250, d’anime 1500. Nascono per l’ordinario 40, muojono 30; la vita si suol protrarre al cinquantesimo, e contraggonsi 10 matrimoni. Le malattie più frequenti sono di febbri periodiche e perniciose, infiammazioni, reumatismi, dolori articolari, ostruzioni, e flussioni. Nei funerali è ancora in uso il compianto.

Sono da questa popolazione coscritti al battaglione di Bono dei corpi miliziani-barracellari 24 individui. La superficie territoriale avrà in circa 40 miglia quadrate. Molte regioni sono lodate di grande ubertà,

 
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