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Belvì

BELVÌ, villaggio della Sardegna nella prov. di Busàchi, distr. di Meàna, tappa (off. d’insin.) di Sòrgono. Era nel medio evo capo-luogo del secondo dipart. della Barbagia centrale, cui dava nome, ed apparteneva all’Arborèa.

È situato sulla costa del monte Genna-de-crobu a pon. di Aritzo, e forse un centinajo di metri sotto il suo livello. La strada da uno ad altro paese è di maniera ombrata da noci e castagni, che nell’estate non vi può il sole penetrarvi direttamente da parte alcuna. Si annoverano 210 case (an. 1833) separate da vie irregolarmente tirate, fuori della principale che corre da meriggio a mezzanotte per una retta di mezzo miglio con una larghezza di sette metri.

Il clima è alquanto umido da ciò, che la posizione sia in una concavità: il freddo è poco rigido anche nel cuor del verno. L’aria è riconosciuta salubre. Le ordinarie malattie sono le provenienti da costipazioni non curate: le acute vi sono rare.

Il censimento parrocchiale del 1833 portava famiglie 190, anime 816. Per li numeri delle nascite, morti, matrimoni, V. Barbagia – Prospetto della popolazione.

Dei belviaschi altri sono agricoltori, che sommeranno a circa 60, altri viandanti che vettureggiano (V. Barbagia – Viandanti) in numero di presso a 40; non più di 30 attendono alla pastorizia, e ben più pochi ad alcune delle arti di necessità. Le donne di questa terra al pari che le aritzesi sono laboriosissime, e s’impiegano nella coltura degli orti, nella ricolta dei frutti; dalle quali occupazioni quando che vachino girano il fuso, o siedono ai telai, che sono circa 70.

Per li coscritti ai corpi miliziani barracellari, V. Barbagia.

L’azienda agraria si costituiva dai due numeri dotali star. 210, e lire sarde 193.2.0. Nello stato del 1833 comparve il primo fondo di star. 1100, l’altro di lire 310.12.9. Ragguaglia lo star. a litri 49,20, la lira sarda a ll. n. 1.92.

La scuola normale numerava nell’istess’anno fanciulli 12.

Questo popolo comprendesi nella giurisdizione della chiesa arborense, o d’Oristano.

La chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione di s. Agostino. Governasi da un parroco, che si qualifica rettore, con l’assistenza d’un altro sacerdote nella cura delle anime. Delle feste principali una si celebra in onore di s. Sebastiano, l’altra nel giorno della memoria del titolare: ambe si frequentano da molti divoti dei paesi limitrofi. Non v’ha campo santo, e ne tien vece l’atrio della chiesa, vallato a muro solido. Fuor del-l’abitato al meriggio in distanza di mezzo miglio trovasi una chiesetta dedicata a s. Sebastiano.

L’area territoriale si può computare da circa 25 migl. quadr. Il paese sta alla estremità orientale. Tolte le parti superiori dei monti, tutta la restante superficie soffrirebbe i lavori dell’agricoltore. Si semina star. di grano 350, d’orzo 100, di lino 130; e la moltiplicazione è spesso all’ottuplo, avvegnachè molto non si debbano lodare i metodi del coltivamento. Molto è rigogliosa la vigna, ma poche volte matura i grappoli, onde i vini non godono alcuna riputazione. Le piante che non patiscono d’una temperatura alquanto bassa vengono con molta prosperità per forma, che ammira ogni viaggiatore nella campagna di Belvì uno dei più ameni e deliziosi giardini della Sardegna, per ciò che sia la metà del territorio occupata da folte selve, di ciriegi, noci, nocioli, castagni, peri, pomi ecc., che sono i primari produttori per questo paese; un sesto dal vigneto, dove eziandio frondeggiano molti alberi fruttiferi delle suddette specie, e di più altre, e dalle tanche, che ricevono molta semenza di cereali: gli altri due sesti sono terre aperte dove si fa la seminagione in due distinte vidazzoni, ed un ghiandifero considerevole da alcuni appellato stiddì, da altri monte d’eclesia, perchè di proprietà della chiesa parrocchiale.

Molte sono le montagne e colline, che sorgono in questo territorio, di alcune delle quali partecipa Aritzo; però non giova rimarcare altro, che il rialto in forma di cono tronco irregolare, che si suppone superiore al livello del paese di 454 piedi. Resta al ponente in distanza di 500 passi, la qual linea in sua metà si interseca da un fiumicello. Questa massa componendosi di roccie calcaree e terre argillari offre un soggetto d’industria ad alcuni di questi popolani, i quali vi hanno formate molte fornaci, le une per la calcinazione delle pietre, ed altre e tante in circa per li tegoli e mattoni. Di che ha vantaggio non pure Belvì per un vistoso lucro, ma i paesi ancora circostanti per le spese che fanno minori, che se dovessero trasportare questi materiali comprati da punti più lontani.

Tra le molte amenissime vallate è degna di mezione speciale la detta Isca-de-Belvì lunga circa due miglia, larga 50 passi nella projezione del meridiano, la quale per la varietà dei fruttiferi, per le innumerevoli specie di frutici e d’erbe che coprono e vestono le pendici ed il fondo, per la degradazione dei colori e loro diversità, e per la maravigliosa forza che ha la vegetazione, e dal suolo e dal cielo offresi all’occhio come la delizia d’una bellissima pittoresca prospettiva. È nella sua lunghezza solcata da un canale che raccoglie molte acque nella stagione piovosa; pochissime poscia ne volge nella serenità dell’estiva, siccome quello, che non riceve tributo da perenni ricchi depositi. Queste acque fecondando il terreno fanno che somministri molta copia di lini, e assai contribuiscono allo sviluppo degli alberi colossali (noci), che non pare sieno eguagliati in altra parte dell’isola.

Benchè in queste fertilissime terre abbiavi una gran ricchezza di pascoli, tuttavia scarso è il numero delle specie e dei capi.

Nell’anno anzidetto (1833) appena si annoveravano pecore 1000, capre 700, gioghi da lavoro 70, ec. (V. Barbagia – Pastorizia).

All’incontro il selvaggiume vi è così propagato, che potrebbe offrire occupazione fruttuosissima ai cacciatori. Vi troverebbero tutte le specie che popolano i principali boschi sardi, e tutti i generi ancora dei volatili in ampi stormi, da quelli di rapina ai gentili, onde si onorano le più laute mense.

I monti sono pregni d’acqua. Essa sgorga da tutte parti, e tra le moltissime scaturigini, lodate tutte per la purezza e freschezza degli umori, alcune ve ne sarebbero degne di menzione per l’abbondanza; ma basterà notare le due che hannosi dentro il paese, le quali pregievolissime sono per ogni ragione.

Oltre il temporario rivolo dell’Isca, del quale parlerassi nell’articolo Dèsulo, sonovi altri fiumicelli perenni, che non patiscono, sia in alcun tempo scolorata l’amenità delle valli, per cui serpeggiano.

Dei dritti civili, che questi popolani pagano al signor utile, si è già parlato in fine dell’articolo Aritzo, capo-luogo del mandamento, dove sogliono i belviaschi ricorrere per dire la loro ragione.

Per ciò che concerne al costume nel vestiario, agli usi, consuetudini ec., si vegga quanto è stato scritto degli aritzesi, con li quali hanno questi popolani una compita somiglianza.

 
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