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Baunèi

BAUNÈI o BAONÈI, villaggio della Sardegna nella provincia di Lanusèi, distretto di Trièi, tappa (uffizio d’insinuazione) della Ogliastra. Comprendesi nell’antico dipartimento, o giudicato della Ogliastra.

È situato sulla costa meridionale di Montessanto in certo seno, dove è protetto dai venti di levante e tramontana. Guarda il mezzodì, e quindi va il terreno ad avvallarsi con precipitosa pendenza, e con una superficie assai scabra, in cui è la via piena di rischio se abbiasi a portar dei pesi al piano, ardua se debbasi poggiare. Credesi che questa popolazione abbia cominciato ad esistere nel correre del secolo decimo, e ripeta l’origine dalla famiglia d’un capraro, che ivi siasi stabilito come in regione d’ottimi e copiosi pascoli; e, sebbene sieno già trascorse tante età, pretendesi dimostrare le vestigie della casa, che fu fabbricata ed abitata dal primiero colono.

Le abitazioni sono (an. 1833) 350, delle quali nessuna considerevole, e la massima parte così meschine, da doversi più giustamente dir tuguri e tane, che case; le strade oltrechè furono mal tirate, e con tanto moltiplicati torcimenti, quanti ne cagiona la disordinata collocazione e riunione delle case in isole, sono scoscese e sassose; che però siccome quelle, che portano agli altri comuni della provincia e fuori, si potrebbero rendere meno disagevoli.

I baonesi sono gente di costumi semplici, ed assai laboriosa. Il Cetti nella sua Storia naturale della Sardegna scrive dei medesimi insigne e non volgari laudi, ed è da confessarsi, che dopo scorse tante decine d’anni, comparisce ancora agli occhi di tutti il merito delle medesime. Ivi non scienza trovasi, ma innocenza, fede e fatica. Non vi si contrae, che a voce, non si afferma, che col , nè altra forma di negazione è in uso, che il no. Si adora la verità, ed è un peccato ignominioso il non conformarvisi con tutti i modi in ogni qualunque stato di cose. L’ozio è un delitto, e le mani femminili incalliscono con la zappa a gara col sesso forte. Con questi elementi si potrebbe qualche cosa comporre di meglio, che sia la presente condizione. L’opera sarebbe agevole, e degna d’un ministro ecclesiastico, che avesse la necessaria sapienza, ed anche dall’esempio di molti degnissimi sacerdoti, che onorano la religione, e beneficano la patria, persuaso fosse esser pure di sua messione di promovere i popoli alla civilizzazione, moltiplicarne i comodi, e render la loro vita più agiata.

Tra quelli che praticano i più ordinari e facili mestieri, sono assai numerosi i legnajuoli e segatori, anzi è questa la principale come la più lucrosa professione. Dei fabbri ferrari alcuni attendono a lavorare opere gentili per questo e per altri paesi. Le donne quando siano spiccie da altre più pressanti faccende, siedono a lavorare panno lano e lino ne’ telai, e di questi se ne annoverano non meno di 300. Esse non vestono con tanta cura e studio, con quanto si abbigliano le ogliastrine della maremma. Alcune delle medesime, che una immaginazione vivace, un cuor sensibile, un orecchio musico, ed una straordinaria facilità di produrre i propri sentimenti formò alla poesia estemporanea, quando aggiungono al periodo della vecchiezza assumono l’uffizio di prefiche, ed eseguono il solenne compianto.

Vi è stabilito un consiglio composto dalle più probe ed assennate persone per l’amministrazione delle cose comuni, una giunta sull’azienda agraria o monte di soccorso, e per la istruzione una scuola normale, che frequentasi da circa 15 fanciulli.

Governasi questo popolo nello spirituale dal vescovo della Ogliastra. La chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione di s. Pietro apostolo. Due sacerdoti hanno la cura delle anime; prima della ristaurazione della diocesi erano più, ed il principale non vicario, come al presente, ma si qualificava rettore. Niente vi ha che sia degno di essere rimarcato nel materiale di questa chiesa, e negli ornamenti; anzi è di questi affatto priva, e scarseggia dei sacri arredi di maggior uso. Il cimiterio le è contiguo, in modo però che resta fuori dell’abitato. La principale festa, che si celebri con molta frequenza dai circostanti paesi, è in onore di s. Nicolao vescovo di Bari.

Quattro sono le chiese rurali, delle quali due trovansi sulla montagna di Montessanto. Una nella regione appellata Gorgo, è dedicata a s. Pietro apostolo; l’altra in quella cognominata Èrtili, è sotto la invocazione di s. Giovanni evangelista. Sono distanti tra loro due ore, e dal paese questa quattro e mezzo, quella tre. Per la festa dei titolari concorrevi molta gente e dalla Ogliastra, e da altri dipartimenti. Per quella di s. Pietro si corre il palio, e si apparecchia un pranzo pubblico. A ciò si macellano ottanta caproni, che si cuocono in gran forno presso alla chiesa. Di un brano di questa carne, e d’un pane bianco sono provveduti quanti vi si presentano. Molto sontuosa ella è pure la festa di s. Giovanni, per la quale si quotizzano in danaro, capi di bestiame, e farina i pastori delle circostanti cussorgie.

La terza chiesa rurale è consacrata a s. Lussorio m. sardo, e trovasi sulla via al casale di Ardali in distanza da Baunèi di mezz’ora. Vi si festeggia addì 21 agosto con molto concorso dai paesi limitrofi.

La quarta a distanza d’un ora sorge presso il lido, ed è dedicata alla Nostra Donna con l’appellazione di s. Maria Navarresa. La ragione della quale trovasi negli annali del Fara, da cui si riferisce circa all’anno 1052, esser qua approdata dopo gli errori d’una malaugurata navigazione una figlia del re di Navarra (che sarebbe Garzia IV, da che il regno di Sancio IV si comincia dal 1054), e stanca dai travagli e pericoli delle tempeste, avervi collocato il seggio, e fondato per voto un tempio in onore della Nostra Donna; poco dopo per la malignità del cielo, onde nacque gran mortalità fra i suoi, essersene partita, e andata a stabilire sul lido occidentale dell’isola, nel giudicato di Arborèa, e contrada di Sinis, dove abbia abitato un paese desolato già dai saraceni. Gli è vero che il Fara non conforta questa narrazione di alcuna autorità; ma sol perciò non la vorrà rigettare chi rifletta, che delle maggiori rivoluzioni politiche della Sardegna intorno a quest’epoca, appena trovasi qualche oscuro cenno negli scrittori. Che se mancano i monumenti, soccorre la tradizione dei popoli vicini consenziente con quanto lasciò notato il nostro annalista. Confrontando poi questa notizia con la Storia Sarda, e con quella di Spagna, non si vedrà sorgere alcuna ragione per dubitare della probabilità del fatto e delle sue circostanze. Potrebbe la fuga di questa principessa essere stata cagionata o da qualche accidente domestico, o dalle pressure dei saraceni, che sebbene volgendo que’ tempi perdessero ogni dì terreno, sospinti dai cristiani, non ostante può essere stata qualche variazione di sorte, per cui siasi ridestato, ancorchè per poco, il terrore in petto di costoro. Nell’anno poi segnato dal Fara era già la Sardegna di nuovo liberata dalla occupazione di Museto, o il vecchio fosse, o altro dello stesso nome, e perciò ben vi si potea scegliere alloggio ospitale da chi massimamente fuggisse da quei barbari. Niente ancora vedesi di improbabilità nel di lei secondo stabilimento alla parte contraria dell’isola presso la metropoli d’Arborèa Tarros. E veramente doveansi ivi trovare dei paesi desolati, se solo due anni addietro Museto passando furioso per quelle contrade, dopo prostrate le forze dei pisani e dei sardi, tutto distruggeva, e forse crollava la stessa Tarros, che vediamo alcuni anni dopo abbandonata.

In questa chiesa si solennizzavano due feste, una li 25 marzo l’altra con maggiore splendidezza e concorso, e con gli usati pubblici divertimenti e spettacoli, addì 15 agosto, contribuendo alle medesime il comune di Lotzorài. Ora se n’è dimessa la celebrazione per interdetto provocato dai gravi disordini, che sempre vi facea nascere il perpetuo non mai definito litigio di giurisdizione tra i baonesi, e lotzoraini, pretendendo sì gli uni, come gli altri, di aver diritto esclusivo sul territorio, dove è la chiesa.

 
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