Bau-ladu

BAU-LADU o BADU-LADU [Bauladu], (guado largo), villaggio della Sardegna nella provincia di Busàchi, distretto di Tramazza, tappa (uffizio d’insinuazione) di Oristano. È compreso nell’antico dipartimento del Campidano-milis del giudicato arborese.

Prende questo nome dal guado del fiume, che interseca la strada per a Milis e Bonàrcado in direzione quasi alla tramontana, da che in quel luogo il suo letto non è men largo di 60 piedi.

È situato a’ piè d’una collina vulcanica, che è nella catena delle altre eminenze formanti il bacino della gran pianura di Arborèa. La temperatura quanto è grata per una metà dell’anno, tanto è molesta nell’altra, per ciò che sono troppo cocenti i calori. Le nevi, che sono una rara meteora, non coprono che per poche ore il terreno: frequente è lo scoppio delle tempeste, e spesso son cagione di notevoli danni. La nebbia, che formasi sul fiume, e sulle terre basse di Tramazza, vi si diffonde, ma poco nocumento ne risentono gli abitanti. L’umidità delle notti è molta, sebben sia minore, che nelle popolazioni piantate in mezzo al piano.

È compresa questa parrocchia nella dicoesi d’Oristano. La chiesa principale è sotto l’invocazione di s. Gregorio Magno, e governasi da un rettore con l’assistenza di due vice-parrochi. Verso il 1792 cominciò a instituirvisi un parroco proprio, essendo stata per l’addietro governata dal priore di Bonàrcado, che vi mandava a vicenda i suoi subalterni per un ministero settimanale. Era alla medesima annesso un ospizio di benedittini, ai quali Costantino De-Serra consanguineo del giudice Comìta De-Serra, per la riconosciuta grazia di sua guarigione da una grave infermità, fece alcune donazioni, come rilevasi da un condàce esistente negli archivi di s. Maria di Bonàrcado, o Bonacatto. La chiesa di s. Lorenzo, posta all’estremità del paese, di antica costruzione, è destinata alla sepoltura dei cadaveri. Concorre dai vicini paesi molta gente per la festa della titolare: si celebran pubblici balli, e corresi il palio. Nella campagna su d’una eminenza trovasi una chiesa dedicata a s. Vittoria, il cui anniversario culto ricorre addì 15 maggio.

Si numerano all’anno 6 matrimoni, 25 nascite, e 18 morti. Vivesi d’ordinario sino alli 50, e si suol succumbere per le febbri perniciose, e infiammazioni. Nel-l’anno 1800 le famiglie sommavano a 105, le anime a 315. Nel 1826 il numero delle prime era 102, delle seconde 373. nel 1833 si ebbero i seguenti numeri: famiglie 125, anime 525.

La superficie territoriale si calcola di 9 m. q. Il paese avvicinasi a’ suoi confini verso ponente. Le terre sono attissime alla coltivazione del frumento, meliga, cotone, patate, e potrebbero alcuni piani pantanosi diventar buoni risieri, se più non giovasse dare scolo alle acque per iscemare la malignità dell’aria, ed esercitarvi altra coltura.

Il monte di soccorso era fissato a star. di grano 710, ed a lire sarde 510. (N. B. Lo starello e la lira sarda sono in equivalenza con litr. 49,20, e l. n. 1.92). Nel prospetto comparativo della dotazione e fondi attuali del 1833 il fondo granatico si vide ridotto a star. 250, il nummario a lire sarde 0.0.0.

La seminagione spende star. di grano 900, d’orzo 200, di fave 50, di meliga 20, di fagiuoli 10, di lino 70. Il totale della raccolta in anni di mediocre fertilità a star. 12,500. Ad eccezione delle lattuche, cipolle e carcioffi, non coltivasi altre erbe e piante ortensi.

Mancavano prima del 1828 le vigne. Ora non sono che cinque; ma senza dubbio in breve cresceranno a maggior numero, mentre già si conosce che il terreno ama questa specie. È da esser ammirato il vigore della vegetazione, vedendovisi dei tralci usciti da piante novelle, protendersi oltre quattro metri. I vini non sono di minor bontà di quei che producon l’uve dei paesi a ponente, celebri per questo genere; e se procedasi con metodi migliori, essendo la natura del suolo, senza contrasto, più idonea a questa coltivazione, potranno allora vincere nella concorrenza.

Le piante fruttifere sono un numero poco maggiore di 2000 individui disugualmente spartito nelle specie dei susini, peri, pomi, fichi, ed albicocchi.

Il territorio è quasi tutto occupato da tanche, che alternativamente usansi per la seminagione, e per la pastura del bestiame. Non mancano le specie ghiandifere, però in maggior copia sono gli olivastri, che attendono dalla industria di esser migliorati di natura, e costretti a maggiore e più utile produzione.

Il bestiame che propagasi, sono vacche, capre, porci, cavalle, giumenti. Le vacche (an. 1833) sommavano a capi 300, i tori per l’agricoltura a 200, le capre a 50, i porci a 60, i giumenti a 70, le cavalle a 15. I buoi pascolano sempre nelle tanche; l’altro bestiame per una parte dell’anno è ammesso in queste, per la restante vaga nei piccoli tratti di terra ancora aperta.

Di rado i cacciatori trovano qualche daino e cinghiale: ma sono in gran numero volpi, lepri, pernici, tordi, ecc.

Due sorgenti sono in questo territorio, una detta di Zinnùri, coperta con fabbricato a mattoni presso un norache; l’altra, cognominata Piràula, vicino ai tre norachi di Murafigus, Muracrabas, e Madàris, distanti fra loro non più di 40 passi. Sono ambe perenni, ma di ingratissimo gusto, e converrebbe analizzarle, già che pare che siano minerali.

Solca queste campagne il fiume Cispìri proveniente da varie fonti del monte di s. Lussurgiu presso ai limiti di Bonàrcado nel sito Sos-peàles. Indi disceso costeggia per un’ora di corso le campagne di Orcài e Marzòccu di Paùli-làtinu, onde poi viene nel piano, traversando una piccola parte di questo territorio, nel quale riceve Sa-bubulìca, nato esso pure nei monti di s. Lussurgiu, dai quali va nelle valli di Paùli-làtinu, passando a ponente del paese in poca distanza, e poi serpeggiante in fondo alla valle, sulla cui sinistra corre la strada centrale. Indi uscito, trova il Cìspiri, e forma con lui il fiume di Tramazza (V. Tramazza). Il suo corso non si interrompe nè anche nella più ardente estate. Nei temporali diffondesi dal letto, ma non cagiona considerevoli danni. Alle sponde si fa la coltivazione della meliga e dei fagiuoli, e quindi traggono questi popolani la sussistenza, con ciò sia che nutransi per tutto l’anno di pane di meliga, e di legumi. Alcuni attendono talvolta alla pesca, e fanno un piccol guadagno dalle anguille e trote assai gradite nelle mense. Essendo così ingrate, come si è accennato, le suddette fonti, è necessario, che anche nella stagione estiva attingasi la bevanda dalla sua tenue corrente, il che non può non nuocere gravemente, quando ei volge le acque contaminate dai lini, che nei luoghi superiori vi si tengon sommersi ad ammollare.

Oltre i norachi già nominati, altri se ne trovano entro questa terra, sebbene per la massima parte in distruzione. Sono tra questi, per certe loro singolarità, degni d’essere osservati il norache Crabìa, e l’altro denominato da s. Barbara.

La strada centrale passa a un centinajo di passi dall’abitato, mentre va a svilupparsi nella valle di Paùlilàtinu lunga tre grosse miglia. Le altre strade, che portano ad altri punti, si possono anch’esse carreggiare, e sono quella, che porta a Villanova-Touschedu, discosta di 6 quarti, quella di Cerfalìu e di s. Vero distante un’ora, quella che scorge a Tramazza distante mezz’ora, e l’altra a Milis distante tre quarti.

Comprendesi questo comune nel marchesato di Arcäis, come gli altri villaggi dei tre campidani d’Oristano. Per ciò che si corrisponde a questo signor utile (V. Campidano d’Oristano). La giurisdizione è reale. La curia è stabilita in Milis luogo centrale del mandamento. Reggesi da un delegato consultore, ed è immediatamente soggetta alla reale udienza.

Questo comune contribuisce 25 individui al battaglione d’Oristano dei corpi miliziani barracellari.

 
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